La cricca, e gli altri corrotti, salvati dalla legge bavaglio. Ecco quello che non avremmo mai saputo

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Le inchieste della Toscana e la cimosa di una riforma. I Grandi Appalti e non solo: indagini basate su mesi di intercettazioni. Ecco cosa se ne sarebbe saputo se fosse stata in vigore la nuova legge. Il servizio del Corriere Fiorentino

L’inchiesta sui Grandi Appalti, ma non solo. Con l’approvazione del disegno di legge sulle intercettazioni, i giornali non potranno pubblicare nessun atto fino all’udienza preliminare. Considerati i tempi della giustizia italiana, per sapere nel dettaglio perché un politico è stato arrestato per corruzione dovremo aspettare anche due anni. Le inchieste che leggete qui hanno tutte un unico comune denominatore: sono basate su mesi di intercettazioni, oltre che sui metodi dei vecchi investigatori, lunghi appostamenti e uno studio certosino di montagne di documenti. In questi anni abbiamo scritto pagine e pagine per far capire ai lettori cosa stava accadendo, abbiamo riportato stralci di conversazioni, rigorosamente quelle contenute negli atti già conosciuti dagli indagati, abbiamo chiesto spiegazioni a chi era tenuto a darle. Se ci fosse stata la «legge bavaglio» non avremmo potuto scrivere quasi niente: nomi degli arrestati, ipotesi di reato e nulla di più. Un esempio per tutti la vicenda legata ai piani urbanistici per l’area di Castello, che a Firenze ha scatenato un vero terremoto anche politico, coinvolgendo la giunta Domenici e non soltanto. A quasi due anni di distanza l’inchiesta si avvia alla conclusione, ma probabilmente passeranno molti mesi prima che approdi in un’aula di giustizia. Nel frattempo è andata avanti «l’inchiesta figlia» di Castello, quella sulla Protezione civile che da mesi continua a riempire le pagine dei giornali e ha portato alle dimissioni un ministro che non ha saputo spiegare perché un imprenditore ha pagato al posto suo la casa in cui abita. Un’indagine dentro l’altra, grazie alle intercettazioni. Stabilire il termine perentorio di 75 giorni significa morte sicura per tutte le inchieste sulla pubblica amministrazione, ma anche su quelle per droga. I giornali non potranno più scrivere e, cosa ben più grave, i cittadini non potranno più essere informati.

INCHIESTA DI CASTELLO
Cosa abbiamo raccontato: Nel novembre 2008 la Procura manda sette avvisi di garanzia per la lottizzazione dell’area di Castello, 168 ettari di proprietà Fondiaria ancora sotto sequestro. Vengono indagati per corruzione l’assessore all’urbanistica di Palazzo Vecchio Gianni Biagi, il suo collega di giunta, Graziano Cioni (candidato alle primarie del Pd), Salvatore Ligresti, il suo rappresentante Fausto Rapisarda, un collaboratore di quest’ultimo e due architetti. La procura ipotizza uno scambio di favori tra amministratori comunali e Fondiaria. Le indagini rilevano che c’era in corso una trattativa per far nascere lo stadio al posto dell’area verde prevista dalla convezione originaria, che prevedeva di destinare 80 ettari a parco pubblico. Dalle intercettazioni emerge la volontà di cambiare la destinazione dell’area e di fare trasferire qui anche gli uffici di Regione e Provincia. La perplessità del nuovo progetto a cui sta pensando l’amministrazione la esprime bene il presidente del consorzio Castello: «Non so come fanno ad andare lì Provincia, Regione, aeroporto, lo stadio, 1.500 famiglie e le scuole… boh… io penso che ci metteranno sul giornale perché mai vista una discarica più intasata di quella che state facendo lì. Ma poi solo i flussi di traffico di trasporti… quindi per vincere le elezioni si parla dello stadio a Castello» . L’assessore Biagi a domanda precisa: «Tutta questa roba dove la mettiamo?», risponde: «Non ci sono problemi, lì ce n’entra anche di più, stai tranquillo».
Cosa avremmo potuto raccontare: L’inchiesta nasce dalle indagini del project financing dopo quasi un anno di intercettazioni. Con il limite di 75 giorni di intercettazioni, l’inchiesta non sarebbe mai nata e soprattutto sui giornali sarebbe finita solo la notizia del sequestro dell’area di Castello e delle perquisizioni, ma senza alcuna spiegazione. Le indagini stanno per concludersi, ma prima di arrivare all’udienza preliminare passeranno ancora diversi mesi.

INCHIESTA QUADRA
Cosa abbiamo raccontato: Un patto di ferro tra politici, professionisti, imprenditori e tecnici del Comune di Firenze per imporre il monopolio nell’edilizia. Corruzioni e concessioni edilizie in cambio di favori e regali. È il panorama delineato dalla Procura fiorentina nell’inchiesta battezzata «Mani sulla città», che nell’ottobre 2009 culmina nell’arresto di sette persone, mentre diciassette finiscono iscritte sul registro degli indagati. Sono tutti accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere e corruzione. Oltre due anni di indagini svolte dalla polizia stradale con appostamenti e pedinamenti, ma anche con il ricorso alle intercettazioni telefoniche e ambientali. E alla fine gli inquirenti si persuadono che è la società di progettazione Quadra a beneficiare dei favori dell’ufficio edilizio di Palazzo Vecchio, attraverso una doppia corsia preferenziale. Sul fronte amministrativo, i geometri del Comune, il capo Bruno Ciolli e il vice Giovanni De Benedetti, mentre su quello politico Alberto Formigli, nel mandato passato presidente della Commissione urbanistica e capogruppo Pd nonché fondatore e socio occulto di Quadra. A sostenere Formigli c’è Antongiulio Barbaro, consigliere comunale e suo successore alla terza commissione urbanistica. Ma è l’esponente Pd, per la Procura, il «cavallo di Troia» a Palazzo Vecchio per portare avanti gli interessi della società. Ed è lo stesso Formigli a vantarsene mentre parla con il socio Bartoloni: «Tuo malgrado, l’unico interlocutore politico di una qualche affidabilità in questa città, sono solo io».
Cosa avremmo potuto raccontare: Il limite dei 75 giorni per le intercettazioni non avrebbe fatto partire questa inchiesta. Al momento dell’arresto avremmo potuto scrivere solo i nomi degli arrestati e l’ipotesi di reato.

L’OMICIDIO CIOLLI
Cosa abbiamo raccontato: Il 15 giugno del 2008 viene ritrovato il cadavere semicarbonizzato di Stefano Ciolli. L’imprenditore di 43 anni viene ucciso sulla collina di San Casciano. I carabinieri del Reparto operativo di Firenze, coordinati dal sostituto procuratore Giuseppe Bianco, riescono a risalire agli autori del delitto dopo un’indagine che si basa su accertamenti e intercettazioni telefoniche durate un anno. Il 28 giugno viene arrestato Giovanni Amore, catanese indicato come l’autore del delitto. A rivelare il nome di Amore e di altri imprenditori, che poi non entreranno nella vicenda, è Antonio Ursino, che finisce in manette il 26 dicembre del 2009. Durante le intercettazioni Ursino parla con Amore e spiega che sono arrivati i carabinieri «per controllare se c’è terreno sotto le macchine uguale a quello del posto» . Il movente dell’omicidio è economico. Alcune settimane fa è iniziato il processo per Ursino, Amore e Blerim Skura, accusato di favoreggiamento e falsa testimonianza.

Cosa avremmo potuto raccontare: Con il nuovo disegno di legge la Procura di Firenze avrebbe potuto mettere i telefoni sotto controllo per 75 giorni e soltanto in presenza di gravi indizi. I cittadini, invece, avrebbero appreso dell’omicidio Ciolli soltanto a febbraio: i quotidiani, infatti, non avrebbero potuto pubblicare nulla fino al termine dell’udienza preliminare.

IL CASO BARBERINO
Cosa abbiamo raccontato: A febbraio un’inchiesta della Procura di Firenze accende i fari sulla gestione urbanistica di Barberino del Mugello. L’accusa: favori agli imprenditori amici in cambio di vacanze e viaggi. Indagate e perquisite 13 persone, tra loro anche l’allora assessore regionale alla cultura Paolo Cocchi e il consigliere regionale Pd Gianluca Parrini, indagati per abuso di ufficio. La polizia stradale perquisisce i loro uffici in Regione. Le intercettazioni rivelano che l’imprenditore amico mette a disposizione di Cocchi la sua casa al mare e gli paga una vacanza alle terme del costo di circa duemila euro. Un altro imprenditore si accolla invece le spese di una vacanza a Cefalù dell’ex vicesindaco Alberto Lotti (accusato di corruzione) e famiglia: «Traspare come il sole che c’è un comitato di affari che ha interessi forti sull’urbanistica futura— dicono due intercettati— Qui abbiamo il Lotti all’urbanistica, il geometra con interessi sul territorio, suo zio costruttore e la fidanzata in un’agenzia immobiliare. A casa mia queste cose sono pericolose agli occhi della gente».

Cosa avremmo potuto raccontare: Con le nuove norme questa notizia non sarebbe mai finita sui giornali e quasi sicuramente l’inchiesta sull’urbanistica a Barberino del Mugello, partita nel 2007, non sarebbe mai iniziata. Le intercettazioni sono durate sei mesi, con 65 giorni di intercettazioni l’inchiesta si sarebbe conclusa in un nulla di fatto.

L’INCHIESTA NOTTI BIANCHE
Cosa abbiamo raccontato: Per spezzare lo spaccio e il consumo di droga nei locali della movida fiorentina, all’inizio dell’estate 2009, scattò l’operazione Notti bianche. Colle Bereto, Full Up, lo Yab e il ristorante Il Peperoncino finirono sotto sequestro; 13 in carcere e 15 agli arresti domiciliari, oltre a obblighi e divieti di dimora. L’inchiesta condotta dalla sezione narcotici della sqadra mobile e coordinata dal pm Luigi Bocciolini parte nel novembre 2007, quasi per caso. Decisive le rivelazioni di tre extracomunitari che, trovati in possesso di droga, dichiarano di lavorare come pr per il Colle Bereto. Le indagini procedono a spron battuto. Per un anno e mezzo, la polizia registra pazientemente l’ingresso di cocaina e hashish nelle tre discoteche e nel ristorante di via Palazzuolo. Per oltre due mesi, Per questa indagine le intercettazioni sono durate intorno ai due mesi. Il termine dei 75 giorni probabilmente sarebbe bastato agli investigatori ma sul giornale avremmo scritto solo i nomi degli arrestati e l’ipotesi di reato. vengono intercettate le conversazioni telefoniche dei protagonisti di questa inchiesta: imprenditori, disc jockey, professionisti fiorentini e pusher. La droga diventa, nelle chiacchierate tra gli indagati, una parola da non pronunciare. Si trasforma in: «moffo», «inciucio», «besciamella», «aperitivo», «prodotto», «mezz’ora», «15 minuti». La cocaina si smercia e si consuma sempre negli stessi locali, Colle Bereto, Full up, Yab e al Peperoncino. Ma si organizzano festini a base di sesso e droga anche nell’appartamento di Emiliano Fontani, che è tra gli indagati. Nei colloqui intercettati, non a caso, quell’abitazione viene indicata come il «Nigth Ghibellina».

Cosa avremmo potuto raccontare: Per questa indagine le intercettazioni sono durate intorno a due nmmesi. Il termine dei 75 giorni probabilmente sarebbe bastato agli investigatori ma sul giornale avremmo scritto solo i nomi degli arrestati e l’ipotesi di reato.

L’INCHIESTA SULLA CORRUZIONE ALL’ELBA
Cosa abbiamo raccontato
: Il più grande scandalo sull’amministrazione pubblica che scoppia all’Elba risale al 2 dicembre del 2003 quando Giuseppe Pesce, prefetto di Isernia, viene arrestato dai finanzieri del Comando provinciale di Livorno coordinati dai pm di Genova. Tra gli indagati figura anche l’ex capo dei gip livornesi Germano Lamberti, che è pure cugino dell’ex sindaco Gianfranco Lamberti (mai coinvolto nelle vicenda). Vengono perquisiti il prefetto di Livorno, Vincenzo Gallitto, e l’ex capo ufficio tecnico del comune di Marciana, Gabriele Mazzarri. Si ipotizzano casi di corruzione giudiziaria e illeciti edilizi all’isola d’Elba: la corruzione riguarda la vicenda del complesso residenziale ex Costa dei Barbari a Cavo e si sarebbe configurata attraverso la promessa, da parte di due imprenditori, di agevolazioni e di appartamenti in cambio di appalti. Finiscono ai domiciliari, con l’accusa di corruzione, anche il progettista Uberto Coppetelli e due costruttori pistoiesi: Franco Giusti e Fiorello Filippi. L’indagine dura un anno e i telefoni vengono messi sotto controllo. Dopo alcuni mesi di indagine, Giusti e Filippi dicono al cellulare: «Ha detto Gallitto che ha saputo da Matteoli che i nostri telefoni sono sotto controllo» . Subito dopo c’è una riunione in Prefettura e Gallitto informa tutti: ha saputo da una «fonte romana» che c’è un’indagine in corso. La «fonte romana» è stata identificata nel ministro Altero Matteoli, indagato per favoreggiamento. Il processo, iniziato nel 2005, è arrivato al primo grado nel 2007: condannati Gallitto, Pesce e Lamberti. Matteoli ha eccepito l’improcedibilità: per lui il processo è sospeso.

Cosa avremmo potuto raccontare: Con il nuovo disegno di legge la Procura di Genova avrebbe potuto— in via teorica — mettere i telefoni sotto controllo per 75 giorni. I cittadini, invece, avrebbero appreso dell’esistenza della vicenda soltanto due anni dopo gli arresti: i quotidiani, infatti, non avrebbero potuto pubblicare nulla.

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