La caccia ai veleni? Con la nave scuola. Altro che task force della Regione!

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di Giampiero Calapà

«Della task for­ce promessa dal governo alla Regione, Di quegli «aiuti significativi, senza i quali ogni sforzo ri­schia di essere vano» richiesti dall’ammiraglio Ilarione Del­l’Anna, in Capitaneria di Porto ancora non c’è alcuna traccia. «Noi, procedendo — spiega il comandante Scaramella — con la nostra ricerca biologica marina per l’Accademia, con il sonar della nave Scialoja po­tremmo anche trovare questo relitto. Però sabato finiremo di setacciare soltanto le acque a sud di Livorno, invece, occorre­rebbe una mappatura comple­ta dei fondali toscani». Perché con le sue rivelazioni il pentito della ’ndrangheta Francesco Fonti, grazie al quale è già sta­ta ritrovata una nave nei mari calabresi, non ha indicato un punto preciso nel quale cerca­re. «Ma per fare quel tipo di la­voro — continua Scaramella — servono risorse importanti e oggi, con i pesanti tagli da cui siamo colpiti, non possia­mo procedere a un’attività del genere». E la Scialoja è soltan­to una vecchia imbarcazione, del 1990, con a bordo un sonar che può arrivare al massimo a 250/300 metri di profondità.

Tracce del relitto affondato non ne hanno mai trovate i pescatori: «Tiriamo su di tut­to, da lavatrici a frigoriferi, ma mai visto roba pericolo­sa », ripetono al porto di Livor­no. «Il nostro pesce è control­latissimo — dice Roberto Ma­nai della Federpesca — inuti­le fare allarmismi mentre si cacciano i fantasmi. Noi pos­siamo essere le sentinelle del mare con le nostre 640 imbar­cazioni: abbiamo proposto al­la Regione di darci mandato in questo senso, per portare a terra i rifiuti che troviamo e ri­pulire i fondali, ma per ora nessuna risposta».

Le acque toscane, però, so­no state strategiche nei traffici illeciti di rifiuti tra gli anni ’70 e ’90. Sono oltre 600 le «navi dei veleni» affondate in tutto il Mediterraneo — come scri­veva la Direzione investigativa antimafia già in un rapporto del 2001 — e quattro di queste sono partite dalla Toscana, dal piccolo porto di Carrara. Con che tipo di veleni a bordo? Ri­fiuti speciali, industriali, far­maceutici, ma anche radioatti­vi. E per schermare questi ulti­mi non ci sarebbe niente di meglio della polvere di mar­mo. Negli ultimi decenni il ci­clo completo del marmo, infat­ti, ha abbandonato sempre di più la lavorazione di pregio perché il vero business è or­mai rappresentato dalle scheg­ge che servono al settore far­maceutico per il bicarbonato di calcio. Oppure, appunto, a nascondere rifiuti radioattivi. Non può essere un caso che in Calabria, lungo il fiume Oliva, siano stati ritrovati insieme a residui radioattivi proprio dei granelli di marmo che in quel­la zona non si erano mai visti. Provengono dalla Toscana.

Le quattro navi che, prima dell’affondamento, passarono dal porto di Carrara negli anni ’80 sono la Michigan, la Lynx, la Rahost e la Rigel, affondata il 21 settembre 1987 al largo della punta meridionale della Calabria, trasportando proba­bilmente a bordo uranio addi­tivato, come segnalò con una nota informativa il Corpo fore­stale dello Stato di Brescia. «Per questa attività criminosa operava a livello internaziona­le, una holding denominata Odm (Ocean Disposal Mama­gement), dedita all’inabissa­mento in mare di rifiuti radio­attivi e tossico-nocivi, facente capo al Comerio», affermò il sottosegretario Cosimo Ven­tucci durante un’audizione della commissione rifiuti del­la Camera, nel 2004. «Numero­si elementi indicavano il coin­volgimento in questo traffico — riferì ancora Ventucci — di soggetti istituzionali di gover­ni europei ed extraeuropei, nonché di esponenti della cri­minalità organizzata e di per­sonaggi spregiudicati, tra cui il noto Giorgio Comerio, fac­cendiere italiano al centro di una serie di vi­cende legate al­la Somalia e alla illecita gestione degli aiuti della direzione gene­rale per la coo­perazione e lo sviluppo». Vi­cende sulle qua­li stava indagan­do la giornalista Ilaria Alpi, uccisa a Mogadi­scio nel ’94 insieme al teleope­ratore Rai Miran Hrovatin.

Da Carrara, passando per il Corno d’Africa, si ritorna così a Livorno. Perché un pesche­reccio donato dalla cooperazio­ne italiana alla Somalia, appar­tenente proprio alla flottiglia alla quale la cronista del Tg3 aveva rivolto la sua attenzio­ne, pare incrociasse sulla rada del porto la sera di quel 10 aprile 1991 in cui trovarono la morte i 140 passeggeri della Moby Prince. Quel pescherec­cio, secondo alcune testimo­nianze agli atti della Procura di Livorno, era la 21 October II, ufficialmente ferma a Livor­no per riparazioni, ma in quel­la drammatica notte in movi­mento e non ormeggiata al molo dove avrebbe dovuto es­sere e dove è ricomparsa la mattina seguente. Intanto, in Calabria, un altro relitto è sta­to ripescato negli ultimi gior­ni, al largo di Vibo Valentia. Si tratterebbe della Michigan — come ha rivelato il Manifesto — ovvero una delle quattro na­vi passate da Carrara prima dell’affondamento, avvenuto il 31 ottobre 1986.

[Fonte Corriere Fiorentino]

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