La bocca del lupo

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di Lucia Evangelisti

Il titolo del film richiama il modo con cui si augura successo in un’impresa. Niente di più indovinato per questa “impresa filmica”. – La bocca del lupo è un film d’amore. Amore di Pietro (nome) Marcello (cognome), il regista, per la città di Genova. Mostra la sua capacità di ricreare la bellezza di luoghi degradati, oggi abitati da “uomini delle caverne” anche attraverso immagini del passato.

Esse raccontano, suggeriscono, alludono al profondo degrado della città, dal passato glorioso. Genova era “la più grande avventura umana del XVI secolo.”, secondo lo storico francese Fernand Braudel. Gradualmente , a cominciare dagli inizi del 900, le cose sono cambiate “Basta pensare che ai camalli genovesi – dice nell’intervista il regista- si sono gradualmente sostituiti i meridionali immigrati e oggi, in un crescendo di retrocessione, sono tutti o quasi extracomunitari quelli che vi lavorano.” Una realtà perduta che nel film si ricrea. Come? Con filmati che Pietro è riuscito a farsi dare dai cineamatori o ha ricercato alla Mediateca regionale ligure. Se ne serve inserendoli a flash in un modo personale, difficile da prevedere, che movimenta la trama facendosi racconto senza parole. “Sara Fgaier, di La Spezia, ha curato il montaggio” vuole farci sapere questo pluripremiato giovane artista, che non si arroga meriti non suoi. Ha già ricevuto, per il primo film“Il passaggio della linea” il premio Pasinetti a Venezia, e, per questo film, ben due premi, al Torinofilmfest e a Berlino.

Pietro Marcello così racconta la genesi de “La bocca del lupo”. La Fondazione San Marcellino Onlus voleva portare alla ribalta le vite difficili della povera gente attraverso un film, così rafforzando il lavoro svolto quotidianamente (“Stupefacente l’impegno dei gesuiti con le persone bisognose” è sempre Pietro che parla) e lanciare un messaggio culturale alla società nel suo insieme, per avvertirla che povero non è sinonimo di reietto.

“ … una sera un incontro casuale con Pietro- racconta Danilo De Luise della Fondazione – e in seguito la scoperta del suo modo di filmare con uno sguardo pulito e rispettoso, ci hanno portato a proporgli di realizzare per noi un film su Genova vista “dal basso”…budget ridottissimo, ma nessun vincolo, nessuna indicazione sul soggetto….”

Ad un altro incontro, questa volta del regista, si deve la trama del film: “Ho incontrato Enzo dal panettiere. Mi ha colpito il suo viso” E poi viene fuori la storia di lui, ex carcerato e della sua amorosa Mary, transessuale conosciuta in carcere, che si è legata a questo rude uomo dall’animo gentile, e lo ha aspettato fedelmente. Quando anche lui esce di carcere, insieme coronano il sogno di andare a vivere in una casetta in campagna. Incredibile, è tutto vero. Questo racconto non è fantasia di sceneggiatore! Eppure si attaglia perfettamente agli scopi che col film si proponeva il committente iniziale. Sono state inserite anche le voci vere dei due protagonisti, messaggi clandestini registrati che i due si scambiavano insieme con le lettere. E c’è pure un godibile racconto della vicenda,nelle due versioni del macho Enzo e della tenera Mary. Sullo sfondo di carruggi e di altri scorci della Genova vecchia.

Come ha ben sintetizzato Danilo De Luise :“Ci sono romanzi,quadri,musiche e film che sono tecnicamente ineccepibili, ma non hanno un’anima. Questo film ce l’ha”. Oltre ad essere tecnicamente ben costruito.

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