La banda dei rifiuti. Grazie agli inceneritori

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Prima di leggere l’articolo di Palladino sulla truffa dei rifiuti a Colleferro (Roma), rinfrescatevi la memoria su alcune dichiarazioni di Matteo Renzi, e di Claudio Martini, governatore della Toscana.

Matteo RenziMatteo Renzi: «Si è aspettato troppo. Ora però la scelta per il termovalorizzatore di Case Passerini è fatta e non dobbiamo più sprecare un giorno. Altrimenti i rifiuti ci sommergeranno.», e ancora «Avremo anche noi i roghi nelle strade.» [Fonte: http://www.matteorenzi.it/archivio.aspx?id=2217]

Claudio Martini: «Avanti tutta con i termovalorizzatori. Discariche esaurite nel 2011, non si può più aspettare», e ancora «La termovalorizzazione è la migliore tecnologia per smaltire i rifiuti. » [Fonte: Il Giornale del 15 gennaio 2008]

Una volta letto l’articolo capirete il perché.

Per approfondire visitate il sito: http://rifiutizero.org o leggete il testo di Ornella De Zordo «Sistema Colleferro nel futuro di Firenze?» in coda all’articolo

di Andrea Palladino

«Gaeta’, quei certificati nun ponno cammena’, hai capito?». E’ il 13 maggio del 2008. I carabinieri del Noe, seguono ormai da mesi i camion dei monnezzari campani, ascoltano le telefonate, che in quelle ore diventano improvvisamente concitate, allarmate. C’è un giro di certificati di laboratorio falsi, sui quali gli investigatori stanno per mettere le mani. Qualche ora ancora e le parole di Fabio Mazzaglia, tecnico di laboratorio di Ercolano, diventano disperate: «Tu quel certificato lo devi fare sparire, hai capito Gaetà?». Gaetano – che ascolta preoccupato – è il direttore tecnico della De.Fi.Am., azienda specializzata in rifiuti, di Serino, in provincia di Avellino. Insieme al padre si occupa di rifiuti da sempre, si può quasi dire che sulla monnezza c’è nato. I suoi camion sono partiti da qualche ora, hanno risalito l’autostrada, imboccato l’uscita Colleferro, a pochi chilometri da Roma. Fanno questo percorso tutti i giorni, portando anche 24 tonnellate di rifiuti alla volta all’inceneritore del consorzio Gaia. Quel 13 maggio, però, i carabinieri avevano scoperto il trucco: le analisi necessarie a garantire che nei forni non entrasse nulla di tossico non erano mai state fatte.

Sono decine i tir che arrivano nel piazzale davanti alle due torri sputafumo di Colleferro. Scaricano balle di Cdr – combustibile da rifiuti – una sorta di carburante ottenuto triturando la monnezza d’Italia. Balle che salgono i due nastri, passano per una griglia ed entrano nei forni, che alimentano le turbine a vapore. Ne escono kilowatt, energia che una norma – abolita in Europa, ma resuscitata in Italia – chiama «pulita». Un rifiuto certificato – in teoria – esente da cloro, da metalli, da veleni, che se bruciati possono uccidere lentamente chi abita vicino alle due torri dell’inceneritore. Certificato all’origine, come il vino doc, con una carta d’identità da portare sempre appresso, pronta a dimostrare la purezza del prodotto.

Quel 13 maggio del 2008 i carabinieri erano andati a mettere il naso nel laboratorio di Fabio Mazzaglia, ad Ercolano, che preparava i certificati per le ecoballe della De.Fi.Am. Non un controllo di routine, ma una visita mirata, perché gli investigatori già sapevano che a Colleferro arrivavano rifiuti indifferenziati, non Cdr, arricchiti con copertoni, amianto, metalli, lastre di alluminio e batterie. I certificati del Cdr campano che a Colleferro bruciava erano taroccati, «nun ponno cammenà», come spiegava bene il direttore del laboratorio.

Vera monnezza era anche quella che arrivava da altre aziende campane, dalla romana Ama, da piccoli e grandi trasformatori di rifiuti. L’inceneritore bruciava il talquale, inquinava e truffava lo stato, secondo l’inchiesta che ha travolto nei giorni scorsi il consorzio Gaia. Nei forni entravano rifiuti sicuri solo sulla carta, accompagnati da certificati fasulli e sottoposti all’arrivo a controlli puramente formali.

Tra le pieghe dell’inchiesta si intravede il mondo dei monnezzari d’Italia. Campania, Puglia, Lazio, Toscana, la regione, in realtà, poco importa. Nel centro del business ci sono decine d’intraprendenti mediatori, stakeholder, affaristi, maghi della trasformazione. Serve Cdr? Offrono il servizio completo, laboratorio d’analisi incluso. Produzione, trasporto, certificazione in un unico pacchetto. «Io ho dodici carichi al giorno… pronti… subito … veloci …». Antonio Vischi, il mediatore tra Gaia e la De.Fi.Am., fa la sua offerta diretta a Stefania Brida, responsabile dei rifiuti di Colleferro. «Mandameli… otto sabato… mandameli, capito?». Ci pensa poi Antonio – secondo i magistrati – a sistemare i certificati, a far uscire dai laboratori i risultati giusti, a contrattare il prezzo, a far «risparmiare moltissimo sulla macinazione». Tutti sanno che di legale c’è ben poco, sanno di lavorare sul filo del rasoio, sanno che «se i Noe ci acchiappano ci fanno un c… così». Sanno, tacciono, trasportano, bruciano.

E’ una rete fitta, fatta di contatti spesso sotterranei, di società minuscole, ditte individuali. Come quella del socio di Antonio Vischi, Michele Rizzi, un pugliese che di rifiuti se ne intende. Nel 2006 venne coinvolto in un’altra inchiesta dei carabinieri del Noe, che portò a nove arresti in Puglia e in Campania. Quella volta i mediatori si occupavano di compost, di rifiuti organici da trasformare in concime, di rifiuti speciali che finivano in discariche non autorizzate. Venne arrestato dai magistrati pugliesi, ma è bastato cambiare regione per ritornare nel giro, questa volta con il Cdr e il megainceneritore di Colleferro.

Le quantità e i soldi in ballo sono enormi. Lo stesso Antonio Vischi – oggi agli arresti – qualche giorno prima che scattassero le manette e il sequestro degli impianti di Colleferro, cercava clienti su un portale specializzato nella mediazione dei rifiuti. «Abbiamo la disponibilità di 200 tonnellate al giorno di Cdr per impianto di termovalorizzazione del centro Italia», ovvero Colleferro. Un giro d’affari che poteva raggiungere anche i 500.000 euro al mese, solo per questo annuncio, considerando il valore di mercato di 90 euro a tonnellata.

Costi alti, altissimi, perché – in realtà – di Cdr ce n’è poco. Secondo il piano regionale dei rifiuti, il Lazio ne produce ogni anno 140.730 tonnellate, che a mala pena basterebbero per l’impianto di Colleferro. Quando poi il piano di realizzazione dei nuovi inceneritori andrà in porto, nel Lazio ci sarà una capacità di bruciare 710.000 tonnellate l’anno di combustibile da rifiuti, con un giro d’affari di quasi 70 milioni di euro solo per il costo del Cdr. Se già oggi il mercato dei rifiuti laziale è straordinariamente ricco per i tanti mediatori, il futuro immediato sarà la miniera d’oro delle ecomafie.

Il Cdr è in realtà il vero centro del business degli inceneritori. Il consorzio Gaia avrebbe dovuto produrlo direttamente – secondo i piani di qualche anno fa – ma i soldi sparirono. Un’altra inchiesta – sempre della Procura di Velletri – ha ricostruito un milionario giro di finanziamenti spariti nel nulla durante la gestione precedente il commissariamento. Milioni ottenuti dalla Cassa depositi e prestiti, destinati – tra l’altro – alla realizzazione d’impianti Cdr fantasma. Fu la dirigenza del consorzio a decidere che il combustibile era meglio comprarlo sul mercato, rivolgendosi ai mediatori che rastrellano i rifiuti ovunque. Carichi «pronti… veloci», senza tanta burocrazia. La guardia di finanza di Colleferro ricostruì con cura il presunto giro di fatturazioni false e di buchi di bilancio, denunciando nove ex amministratori e sequestrando 52 milioni di euro.

E’ bene tenere a mente il quadro descritto nell’indagine dei carabinieri del Noe di Roma. C’è un territorio continuo che scende da Roma fino a Caserta, che è oggi la terra degli inceneritori, del Cdr, del movimento frenetico di tir, della logistica della monnezza. Malagrotta, Albano, Colleferro, San Vittore nel Lazio sono gli impianti presenti e futuri del cartello Cerroni – Acea – Ama; Acerra è il terminale campano dell’asse del «ciclo industriale dei rifiuti» che sta entrando in funzione proprio in queste ore.

Proprio il Cdr e gli impianti di incenerimento costruiti dalla Fibe ad Acerra furono una delle principali cause dell’emergenza. E’ difficile – se non impossibile – trovare un combustibile da rifiuti decente da quelle parti. Quello che Colleferro bruciava dimostra che in realtà il problema non è solo campano. E mentre il consorzio Gaia viene messo in vendita, si inizia ad intravedere anche nel Lazio il ricatto dell’emergenza: le discariche rischiano la chiusura da un momento all’altro, la differenziata è ben lontana da un livello accettabile. Sarà un’altra emergenza a far digerire la truffa degli inceneritori?

[Fonte: il Manifesto]


Rifiuti, De Zordo: «Sistema Colleferro nel futuro di Firenze?»
Fermiamo le politiche inceneritoriste prima che sia troppo tardi.

Succede a Colleferro, nel Lazio governato dal centrosinistra. Tredici persone sono state arrestate in varie città d’Italia, tra cui anche a Grosseto e Livorno, con l’accusa di aver costretto l’inceneritore, per fare cassa, ad ingoiare e bruciare di tutto, rifiuti tossici compresi.

La filosofia che ha portato alla costruzione, all’utilizzo e poi all’abuso dell’inceneritore nella cittadina vicino Roma è quella che privilegia l’incenerimento dei rifiuti in grandi impianti anziché l’investimento massiccio nella loro riduzione e nella strategia Rifiuti Zero.

«Quello di utilizzare l’inceneritore per bruciare il più possibile, e dunque anche materiale tossico, è il rischio maggiore che Unaltracittà denuncia da anni insieme al coordinamento dei Comitati della Piana» – ha commentato Ornella De Zordo. «Questa dinamica assurda è tipica della gestione inceneritorista dei rifiuti, e una volta costruito l’inceneritore a Firenze, la già miserabile raccolta differenziata dell’area è destinata a subire un ulteriore calo.»

«Ciò avviene» – ha concluso De Zordo – «perché un inceneritore che costa 300 milioni di euro, investiti da società private, deve funzionare il più possibile per essere remunerativo dal punto di vista economico. La vicenda di Colleferro ci conferma dunque dei rischi a cui ci sottopongono  le politiche di gestione dei rifiuti di amministratori che vendono per “modernità” una scelta ambientale nociva, a partire da chi è stato responsabile negli ultimi 5 anni del disastro rifiuti della Provincia di Firenze.»

0 Comments

  1. ing. ambientale giovanni amara

    la gente disonesta esiste in tutto ciò che è il motivo cardine per cui ogni giorno si va a lavorare: “GUADAGNARE DENARO”. la normativa in vigore, per lo più di recepimento di norme europee, e la tecnologia esistente in campo di incenerimento non possono e non devono essere messe in discussione per la cattiva, male, e/o disonesta gestione di uno o di un altro impianto. Non è l’impianto che avvelena la gente, ma la malafede dei gestori.
    Se ciò non si capisce, allora tutti i tecnici, legislatori, gestori di impianti di incenerimento devono essere messi sotto accusa.
    Nel mondo esistono migliaia di inceneritori che gestiti bene non provocano danni all’ambiente circostante superiore a quello che la legge permette.

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  2. Gianfranco

    Qualcuno mi raccontava giorni fa di una normativa in non so più quale paese: smaltimento rifiuti a livello provinciale, rigidissimo, e autorizzazione a costruire l’inceneritore di zona solo dal momento che si è raggiunta una altissima quota (non so più quale) di raccolta differenziata. Prima nulla, e se non ci riescono si devono tenere i rifiuti in provincia.

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  3. red

    Neppure il traffico cittadino provoca “danni all’ambiente circostante superiori a quello che la legge permette”… tuttavia è provato che l’inquinamento urbano è fonte di patologie più o meno gravi, dalle allergie all’asma ai tumori. Lo stesso vale ad esempio per il fumo: è permesso dalla legge ma fa male ugualmente!

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  4. red

    250 persone muoiono ogni anno a Firenze per gli effetti a lungo termine delle polveri sottili (pm10). Infarto (106), tumore al polmone (30) e ictus (15) le cause maggiori. Per gli effetti a breve termine (quelli che si verificano nel giro di pochi giorni dal picco di inquinamento) i decessi in città sono tra 28 e 30 l’anno. E’ quanto ha riferito il Prof. Annibale Biggeri dell’Università di Firenze, ascoltato in commissione territorio e ambiente del Consiglio regionale della Toscana. In particolare, Biggeri ha riferito su uno studio 2002-2004 dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) che calcola in “oltre 8 mila il numero dei decessi che ogni anno in Italia sono legati a incrementi di Pm10 sopra il limite di 20mcg/mc, il 9% della mortalità totale”.

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  5. Niccolò

    per il problema rifiuti ci sono due soluzioni:
    1)trattamento meccanico biologico, produce utili, crea occupazione e non ammazza nessuno
    2)incenerimento, produce fumi comunque velenosi (anche entro limiti di legge sempre tossici sono, fatevene na ragione, alla luce delle recenti scoperte poi…) e ceneri che vanno stoccate perchè tossiche.
    Per preferire la 2 alla 1 bisogna essere proprio dei cialtroni bisognosi…non importa che titoli uno possa vantare, se per una verruca su un piede uno preferisce l’amputazione dell’arto può essere anche scienziato da nobel, ma si dimostra ottuso e oscurantista. A Firenze l’amministrazione non ha chiesto il parere della popolazione -e chissà perchè eh- nè si è curata di vagliare possibili alternative, sarà che i soliti babbei che decidono hanno interessi ulteriori, che si collocano ben al di sopra dell’interesse comune, motivo per il quale sono eletti a questo o quell’ufficio…
    Gianfranco il paese del quale parli è la Finlandia ma conta che una volta raggiunta la quota richiesta non è infrequente che poi nella camera di incenerimento finiscano anche rifiuti destinati alla differenziata; finchè ci sono alternative l’incenerimento non è MAI e dico MAI una buona idea, solo un modo comodo per ovviare ad un problema. Ieri lo smaltimento dei rifiuti era visto come la lebbra, non c’è rimedio quindi si brucia tutto, oggi l’ingegno umano riesce a trasformare gli elementi raccolti con la differenziata in beni commerciabili a peso d’oro, quindi perchè insistere con l’incenerimento? Oggi la lebbra si cura…non fa più paura!

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  6. testa di yak-PerUnaltracittà-

    sulla nocività degli inceneritori non ci sono dubbi: centinaia di lavori scientifici dimostrano che chi vive intorno a queste macchine antiquate,inutili e pericolose , si ammala di tumori,di altre patologie croniche e malformazioni fetali.I nuovi inceneritori sono più pericolosi dei vecchi,perchè per le alte temperature raggiunte emettono le famose nanoparticelle , che non possono essere trattenute dai filtri(quelli moderni arrivano fino a 0,8) e che come proiettili silenziosi ed invisibili(vedi analogia con le bombe ad uranio impoverito) provocano patologie sia cardiovascolari(infarti,ictus) sia tumorali.
    a proposito dei nuovi impianti non esiste nessun studio epidemiologico che ne dimostri la millantata innocuità.Per cui chi è a favore degli inceneritori è o ignorante(non conosce il problema) o è in qualche modo colluso con le lobbies che li producono,difatti un inceneritore costa non meno di 200 milioni di euro e qualcosa ci scappa sempre,non fossero altro che le famose compensazioni ambientali.

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  7. Savonarola

    Vorrei rispondere all’ing. ambientale Giovanni Amara, in particolare laddove afferma: “Non è l’impianto che avvelena la gente, ma la malafede dei gestori.”
    Ne siamo tutti convinti. Tuttavia si dà il caso che tra i gestori attualmente in Italia non si è ancora trovato uno che pensi alla salute dei cittadini, più che a fare guadagni da molti milioni di euro.
    Ed il calcolo è presto fatto. Il rifiuto conferito all’inceneritore è pagato al gestore tra e i 70 ai 100 euro a tonnellata. Un inceneritore medio che tratti 200.000 tonnellate/anno incassa, solo dal conferimento, ed esclusa la produzione elettrica ed i CIP6, la bellezza di circa 17 milioni di euro!!!!
    Più c’è rifiuto da bruciare, più si incassa, trascurando la natura della materia prima, se lecita o illecita.
    Un bel business, non vi pare?

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