Kurdistan turco, diritti violati

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tuncelidi Floriana Pagano

Tunceli, 13 aprile 2009 – Ci vogliono 4 ore di pullman per arrivare a Tunceli, “la regina del Kurdistan turco”. Partendo da Dyarbakir, il capoluogo, sono 230 km di strade che si arrampicano tra curve, piccoli villaggi e posti di blocco, fino a questa piccola città di 28.600 abitanti della Turchia centro orientale: una cittadina di montagna a 914 m. sul livello del mare. In questa parte della Turchia, la militarizzazione del territorio è massiccia. Siamo nel paese dei kurdi anche se il Kurdistan non è un Stato indipendente e la popolazione è soggetta a continue violazioni dei diritti umani: una su tutte, il divieto di usare la propria lingua in tutte le sue espressioni. Il kurdo si può parlare soltanto in privato, nelle famiglie. Nonostante questa minoranza costituisca il 35% della popolazione, con 20 milioni di persone, la Turchia nega il diritto all’insegnamento e allo studio della lingua madre, così le nuove generazioni, comunicano tra loro solamente in turco. E così va perduta l’identità di un popolo.

Dal 1923 il Kurdistan è diviso politicamente tra Turchia, Iran, Irak e Siria. Oggi, soltanto il Kurdistan iracheno gode di una propria autonomia politica costituendo una specifica regione federale dell’Irak. Il pullman che raggiunge Tunceli è costretto a fermarsi 4 volte: poliziotti e militari turchi controllano i documenti dei passeggeri e, normalmente, fanno proseguire. Ma, intanto, ti fermano e controllano. Lungo il tragitto, tantissime le caserme e, una volta arrivati in città, la situazione è ancora peggiore: macchine della polizia, jeep di militari, blindati, telecamere, carri armati e, nei cieli, elicotteri da guerra e caccia bombardieri. Vanno a bombardare le montagne vicine, mi dicono, per colpire ogni possibile forma di resistenza kurda. La popolazione è costretta ad un esodo forzato e chi rimane deve subire la presenza massiccia delle cosiddette “guardie di villaggio”, paramilitari irregolari al servizio delle forze armate turche distribuite soprattutto nei villaggi rurali. L’esercito turco continua a condurre offensive militari anche contro il popolo kurdo in Iraq “sfondando” regolarmente i confini iracheni. Una realtà che stride con la vita della popolazione cordiale ed ospitale che, come in tante altre parti del paese, vuole solo la pace.

Tunceli è una città molto aperta anche rispetto ad altre città del Kurdistan. La maggioranza della popolazione è di religione alevita, un gruppo che ha come figura di riferimento Ali, genero di Maometto. Gli aleviti sono considerati eterodossi dallo stesso mondo islamico. A Tunceli nessuna donna porta la testa coperta e non vedo differenze tra me e le giovani ragazze del posto a parte l’età e il fatto che molte di loro sono davvero belle! Siamo nella valle del Munzur, all’interno del Parco Nazionale; qui, anche il fiume ricorda i morti della repressione turca. Da diversi anni, in questa parte del territorio, si progetta la costruzione di una grande diga, una delle quattro che la Turchia vuole costruire: oltre a quella del Munzur, è la diga di Ilisu, ancora in Kurdistan, parte del progetto di irrigazione e di produzione di energia idroelettrica denominato “Progetto dell’Anatolia sud est” o GAP, a creare le maggiori preoccupazioni. Lo hanno recentemente ricordato anche i movimenti internazionali dell’Acqua riunitisi  ad aprile ad Istanbul per contestare il 5° Forum Mondiale dell’Acqua. “La diga”, si legge nella dichiarazione finale del Forum Alternativo, “è situata nella regione kurda dove tuttora sono in corso gravi violazioni dei diritti umani legate alla irrisolta questione del popolo kurdo. Il governo turco sta usando il progetto GAP per produrre delle conseguenze negative a danno della popolazione kurda ma anche per cancellare i loro diritti culturali e politici”.

Il 29 marzo, la Turchia ha votato per eleggere i propri rappresentanti amministrativi locali e nazionali. Le elezioni sono state seguite con molta attenzione anche da delegazioni italiane e straniere che si sono recate in varie città del Kurdistan per seguire da vicino questo importante momento e testimoniare al popolo kurdo la propria vicinanza e solidarietà. Il DTP (Partito Democratico Sociale), fondato nel 2005 e dal 2007 presente nel Parlamento di Ankara con 20 deputati, è il principale partito di rappresentanza del popolo kurdo nell’area; con queste ultime elezioni ha guadagnato ben 8 municipalità: Dyarbakir, Van, Sirnak, Tu-celi, Siirt, Hakkari, Batman, Igdir: praticamente tutto il sud est turco. Un successo enorme e dalle importanti conseguenze per la definizione di nuovi rapporti in direzione di una auspicata soluzione pacifica della questione kurda.

Tunceli, 15 aprile 2009 – Ma la realtà è, purtroppo, diversa. Le elezioni sono ormai terminate, le delegazioni internazionali ripartite. Arresti e repressione turca, in particolar modo contro i rappresentanti del DTP, sono purtroppo cronaca recente di queste ultime ore. Sono ancora a Tunceli quando si diffondono le prime immagini televisive. In 12 città della Turchia, un’imponente operazione di polizia ha portato nella mattina del 14 aprile all’arresto di almeno 70 persone prelevate all’alba dalle loro abitazioni e portate direttamente in carcere. L’operazione è ufficialmente motivata per combattere il PKK, Partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato alla fine del 1977 da Abdullah Ocalan, inserito dal 1997 nella lista delle organizzazioni “terroriste” compilata dagli Stati Uniti e adottata nel 2002 anche dall’Unione Europea. La realtà è, come ci dicono gli amici kurdi, che il governo turco vuole colpire l’intero coordinamento nazionale del DTP: tra gli arrestati ci sono infatti numerosi rappresentanti della vicepresidenza del partito e il rappresentante nazionale del DTP. Anche l’emittente nazionale kurda, la GUN TV, è stata oggetto di controlli e sequestro di materiale audiovisivo e importante documentazione. Seracettin Irmak e Dbru Gunay, i due avvocati che difendono Ocalan, sono tra gli arrestati. L’operazione sembra fatta apposta per dare un segnale ben preciso e cioè che il Governo turco vuole proseguire la guerra contro il PKK colpendo i rappresentanti del DTP democraticamente eletti che, secondo il governo, sono “soci” del PKK. “Questa operazione è un’operazione di carattere politico, e rappresenta un colpo alla nostra lotta pacifica e democratica – ha dichiarato a Bruxelles Fayik Yagizay, rappresentante europeo del DTP, ricordando il recente incontro fra Barak Obama e il leader del DTP. Non sarà soltanto un colpo alla nostra lotta, ma alla democrazia, ai diritti umani e alla libertà di organizzazione in Turchia. Non servirà in nessun modo all’adesione della Turchia all’Unione europea. Facciamo appello all’opinione pubblica internazionale e nazionale di prendere una chiara posizione contro questo pericolo, questo attacco anti-democratico al nostro partito e alle istituzioni democratiche in Turchia”.

Dyarbakir, 16 aprile 2009, ore 10.00 – Sud est della Turchia: siamo nel cuore della Mesopotamia lungo le sponde del fiume Tigri, a Dyarbakir, o, in kurdo, Amed. Una città giovane e piena di vita. Conosciuta soprattutto per le sue alte mura antiche, di origine romana, Dyarbakir è considerata la capitale del Kurdistan turco, il vero cuore kurdo. Sono tantissime le famiglie che si sono trasferite lasciando le città di origine per vivere qui, dove quasi la totalità della popolazione è kurda. Particolarmente sentita, infatti, è la festa dell’identità kurda, il Newroz (Nuovo Giorno), festa di primavera, di musica e danza che si svolge tutti gli anni il 21 marzo.

Sono circa le ore 10.00. Un’impressionante folla di persone si è riunita davanti al Municipio: donne, uomini, ragazzi, ragazze, bambini, anziani. La città è in sciopero. In tanti si sono ritrovati per protestare contro i recenti arresti. Tutti aspettano notizie e scandiscono slogan di protesta contro il governo turco. Riconosco, tra parole che non capisco, il nome di Ocalan, l’unico ed indiscusso leader del popolo kurdo, da dieci anni detenuto unico del carcere di massima sicurezza di Imral, piccola isola di fronte ad Istanbul sul Mare di Marmara. Le modalità di detenzione di Ocalan non hanno precedenti tanto che il Comitato di Prevenzione della Tortura (CPT) del Consiglio d’Europa ha più volte fortemente criticato questa situazione. Ogni anno, nel giorno del suo arresto, il 15 febbraio, i kurdi scendono in piazza: le città si fermano, i negozi chiudono e la popolazione sciopera per ricordare che “la guerra non è ancora finita”.
Oggi a Dyarbakir, per strada, imponenti le forze dell’ordine controllano la folla.

Sui tetti dei palazzi sono appostati i militari con le armi in pugno. Una giornata che per la popolazione non è altro che la ripetizione di scene viste mille e mille volte. Per fortuna, nessun episodio di tensione. All’interno del Municipio, i dipendenti continuano il loro lavoro alle scrivanie e, al bar, c’è il tempo di prendersi un buon caffé kurdo. Nulla a che fare con il nostro caffé e neppure con quello turco. È un caffé senza caffeina perché la polvere viene fatta dai pistacchi. Tra i ragazzi, c’è chi tra pochi mesi dovrà partire per il servizio militare. In Turchia, la leva è obbligatoria e dura 14 mesi. Per i kurdi, questo è il momento peggiore. Il rischio concreto, per alcuni, può consistere nell’essere mandati sulle montagne a combattere contro i loro stessi “fratelli”. Non si può sfuggire; quando arriva il momento, i militari vengono a prenderti a casa. Si può scappare, forse.

Per esempio verso il Kurdistan iracheno dato che, per l’Europa, non è per niente facile ottenere il visto. Ma il prezzo che si paga sarebbe quello di non poter rientrare mai più nel proprio paese. Alla mia partenza, all’aeroporto di Dyarbakir, dietro di me, tre ragazzi giovanissimi vengono avvicinati da un uomo in uniforme. Il mio accompagnatore riferisce che quell’uomo è un kurdo e che i giovani fermati sono turchi che stanno per prendere servizio come militari in città. In un cattivo turco l’uomo dice ai ragazzi di stare attenti perché questo è un “paese di terroristi”.

Scheda: Il Kurdistan e il suo popolo – Il popolo kurdo ha origine indoeuropea ed è discendente dei Medi, popolazione di lingua e stirpe iranica. Fino al 1500, il Kurdistan rappresentò uno Stato cuscinetto tra l’Impero Ottomano e quello Persiano. Nel 1639 avviene la prima spartizione del Kurdistan tra i due Imperi, Ottomano e Persiano. Alla fine della Prima guerra mondiale, al momento del Trattato di Sévres (1920), gli Alleati vincitori avevano previsto la creazione di uno Stato kurdo. Tre anni più tardi, il Trattato di Losanna (1923) divide la regione del Kurdistan tra quattro Stati: Turchia, Iran, Iraq e Siria. I kurdi sono circa 40 milioni, di cui 20 abitano nel Kurdistan turco, 10 in Iran, 6 in Irak, 2 in Siria. Altri due milioni sono sparsi in Europa e mezzo milione in Russia.

0 Comments

  1. Olympe

    Essendo una di Tunceli e Alevi voglio precisare una cosa che fa molto arrabiare le persone di Dersim (Tunceli) NOI NON SIAMO KURDI, ma Zaza, non è la stessa cosa, abbiamo cultura e lingua diversa, i Turchi hanno voluto assimilarci e anche i gurdi dopo la presa delle arme (PKK) per ragione politiche, in Turchia ci sono tanti altri popoli che vivono e non solo Kurdi e Turchi, e ancora una cosa, 99% dei alevi non vogliono di un Kurdistan inTurchia, siamo per l’unità del paese.

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