14 novembre 2018

Kabul, il banchiere di Quarto Oggiaro che presta soldi alle donne afghane

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di Carlo Ciavoni da Repubblica

KABUL – Da  queste parti si capisce quasi subito che fare del bene al prossimo non vuol dire solo investire risorse per ricostruire ciò che la guerra ha distrutto. Pure essendo, questa, una cosa meritoria, non si può fare a meno di provare un certo fastidio alla vista della gran quantità di faccendieri in circolazione, attratti evidentemente dal girotondo di denaro di cui si percepisce la presenza in questa città color polvere, paralizzata dagli ingorghi, dove s’incastrano persino i suv dei “contractor”, armati fino ai denti. Una giostra di denaro che si avverte frequentando anche i ristoranti o le hall di alberghi superblindati, affollati di business men di tutto il Pianeta, visibilmente coinvolti nella baraonda di dollari che, di sicuro, non lambisce neanche per sbaglio le persone che abitano qui.

Un compito rischioso. Fare del bene da queste parti, dunque, vuol dire forse anche altra cose. Può voler dire, ad esempio, tentare di seminare germi di cambiamento culturale, nei rapporti fra uomini e donne, soprattutto, fra genitori e figli, tra le persone in genere, nelle loro interazione quotidiane. Un compito complicato e rischioso che, qui a Kabul, si è assunto Pangea 1, Onlus milanese fondata da Luca Lopresti il quale, dopo averlo conosciuto solo un po’, viene voglia di soprannominarlo “il banchiere di Quarto Oggiaro”. Intanto perché è nato e vissuto nel quartiere-simbolo della periferia milanese; ma soprattutto perché dal 2003 non fa che prestare soldi alle donne afghane, con il solo scopo di cambiare la loro vita attraverso la fiducia e l’autostima, probabilmente gli antidoti efficaci per sovvertire dall’interno i rapporti familiari, in una società  ancora così troppo sbilanciati a favore dell’uomo.

Restituiscono tutto. Tutti i prestiti, anche i più cospicui, vengono onorati con una puntualità che viene definita addirittura “commovente”. Persino quando ad alcune delle donne beneficiarie gli affari non filano sempre lisci. I denaro, concesso con tassi d’interesse del 10%, di cui il 5% viene accantonato in una sorta di libretto di risparmio, una forma di assicurazione che, oltre tutto, nelle intenzioni di Pangea ha il senso di abituare le persone al risparmio. Il “banchiere di Quarto Oggiaro” , in sostanza, non sembra avere problemi di stabilità  nella conduzione della sua “banca”, semmai  –  dice – “un po’ di problemi nella raccolta di fondi da destinare ai prestiti…. Ma andiamo avanti”.

Le storie.  Le case di Kabul sono piene di storie come quella di Naheed, semianalfabeta, sette figli, il burka tirato sù da lasciare solo una parte del viso scoperto. “Mio marito è disoccupato  –  dice con gli occhi bassi  – così, con i soldi che mi hanno prestato ho potuto comprare un carrellino che mi serve per portare in giro la frutta secca da vendere. Non si naviga nell’oro, ma sopravviviamo”.

Il valore “culturale” del denaro. Rannicchiate attorno alla parete dell’unica stanza nella casa di Naheed qui, al primo distretto, tra i più poveri della città, ci sono altre dodici donne. Faima ha otto figli, “ma due sono morti da piccoli”, racconta senza commuoversi troppo. Non ricorda esattamente se ha 40 o 45 anni, però sa benissimo che Pangea le ha cambiato la vita prestandole 250 euro, che le sono serviti per acquistare l’attrezzatura necessaria per ristrutturare e poi vendere vecchie scarpe trovare nelle discariche. Lei, come tutte le altre donne incontrate in diversi distretti di Kabul, ha tenuto a sottolineare come il fatto di aver avuto l’opportunità di lavorare e portare i soldi a casa, abbia di fatto stravolto gli equilibri in famiglia. “I nostri mariti  –  dicono alcune donne del settimo distretto, riunite nella casa di una di loro  –  continuano a brontolare se usciamo da sole per fare acquisti che servono per la nostra attività, ma si limitano a questo. Almeno non ci picchiano più”. Il grande potere del denaro, in questo caso viene così sfruttato per trasformazioni culturali, in una società non solo impoverita dalle guerre, ma dove il timone della pubblica morale è oggi solo in parte tolto dalle mani dell’oscurantismo talebano.

“Ma in casa continuano a volare bastonate”. Da sotto i molti burka presenti alla riunione arrivano però molte smentite alle affermazioni di Faima: nonostante si contribuisca grazie ai piccoli prestiti a migliorare l’economia familiare, le violenze quotidiane da parte dei propri uomini ci sono lo stesso. “A mio marito basta pochissimo per pestarmi di botte: un pranzo non pronto all’ora che lui ritiene giusta o una parola di troppo, ma spesso non c’è neanche bisogno di un motivo per alzare il bastone e picchiare. Lui non lavora  –  racconta Sidika, 37 anni, nove figli e sposa da quando di anni ne aveva 15 –  ha perso il lavoro. E non vive bene all’idea che in casa con il mio lavoro di sarta si riesca a malapena a sopravvivere noi e i nostri quattro figli piccoli”.

Il miraggio di una cultura laica. “Il fatto è – dice Sahid Nuri, un avvocato afghano del Social Association of Justice  –  che in un Paese dove il potere si è radicato nel terrore, attraverso l’apparente pittoresca “follia” dei Taliban, con il loro ridicolo furore censorio, ispirato a inesistenti principi di sovranità del diritto religioso, la cosa più importante sarebbe contribuire a smantellare questa cupa oppressione culturale imposta da chi ha usato, e usa, la fede religiosa per controllare e difendere gli interessi di chissà chi. Noi afghani  –  aggiunge Nuri  –  siamo ormai convinti che né le missioni di pace, meno che mai la guerra, hanno saputo contribuire a ricostruire le uniche due cose che sarebbe ancora necessario costruire: una vera pace in una vera democrazia, che faccia rinascere una vera cultura laica, pur nel rispetto della fede islamica”.

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