Johannesburg, che vergogna!

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  • considerato che il documento finale prodotto, il “Piano d’Azione”, resta molto sul vago e non indica scadenze vincolanti né strategie precise da rispettare. Eppure non c’è tempo da perdere. La Terra non se la passa bene: respira a fatica, perde le foreste, le specie viventi, è sempre più calda e le si sciolgono i ghiacci. E i terrestri? Neanche loro stanno bene, globalmente parlando, visto che c’è una bella differenza tra quel miliardo di persone che consuma il 60% delle risorse e quegli altri 5 miliardi che si dividono gli avanzi. Di questi un miliardo e mezzo non conoscono l’acqua potabile né le fognature, e con ogni probabilità si ammaleranno di malaria, colera, Aids. I due aspetti del problema, ambientale e sociale, non possono essere considerati separatamente. Il nostro modello di sviluppo, basato sullo sfruttamento indiscriminato di risorse non infinite, sul mito della crescita, sui numeri del PIL, non può essere esportato nei paesi del sud del mondo, per la semplice ragione che un pianeta solo non basterebbe. Ce lo dice l’Impronta Ecologica, che Rete Lilliput ha sostenuto, inascoltata, a Johannesburg. Il metodo misura la superficie di territorio necessaria per sostenere l’economia di una nazione al suo standard di vita attuale. Vediamo così che se tutti i paesi del mondo consumassero per esempio come l’Italia – aria, acqua, cibo, case, strade… – servirebbero due Terre, e se il modello fossero gli Usa non ne basterebbero sette. Questo calcolo ci dice intanto che le risorse “in più“ che consumiamo non sono nostre, e poi che non si tratta più “solamente” di favorire lo sviluppo del sud, ma di comprendere una volta per tutte che è necessario un altro tipo di sviluppo. La nuova parola d’ordine è ridurre, ridurre per riequilibrare. Questo lo hanno capito da anni e lo hanno ripetuto al controvertice a Johannesburg migliaia di Organizzazioni non Governative, da Greenpeace a Legambiente, da Attac ad Amref, portando proposte concrete per le energie rinnovabili, la cooperazione, la tassazione delle speculazioni finanziarie, mentre per le strade sfilavano a migliaia gridando la loro urgenza di un cambiamento rapido. Ma difficilmente vorranno ascoltarli le grandi imprese multinazionali che si sono presentate al Summit come alleate credibili nella difesa dell’ambiente… come affidare i canarini al gatto. Infatti la loro pesante influenza ha prodotto un Piano d’Azione esplicitamente sottomesso alle regole del WTO: nessuna decisione in materia ambientale deve danneggiare gli interessi del libero mercato. Cosa aspettarsi d’altronde quando il grande assente signor Bush, capo della massima superpotenza e spensierata inquinatrice numero uno, dopo la lobby del petrolio cerca nuovi alleati nell’industria del legname? “Per risolvere il problema degli incendi basta incrementare il taglio dei boschi“!

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