Italia, stamani Strasburgo giudicherà i respingimenti

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Enrico Piovesana da avviata dal governo Berlusconi dopo l’accordo bilaterale firmato con la Libia di Gheddafi il 4 febbraio 2009.

I diciassette giudici della Grande Camera della corte di Strasburgo devono giudicare, nello specifico, il caso “Hirsi Jamaa e altri contro Italia”, ovvero il ricorso contro il governo italiano per violazione della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo sporta tre anni fa da undici somali e tredici eritrei.

Il 6 maggio 2009 i ventiquattro migranti erano a bordo di un barcone carico di duecento disperati salpati dalla Libia alla volta dell’Italia, intercettato dalla Guardia costiera 35 miglia al largo di Lampedusa. I rifugiati furono trasbordati su tre unità navali militari italiane e, senza procedere a identificazione, condotti al porto di Tripoli e consegnati alle autorità libiche.

“Dopo ventidue ore di navigazione in condizioni drammatiche, i duecento migranti trasferiti a bordo delle imbarcazione italiane pensavano che sarebbero stati portati in Italia”, spiega a E online uno dei loro difensori, l’avvocato Anton Giulio Lana. “I nostri militari non dissero loro nulla sulla destinazione, li ingannarono. Solo riconoscendo il porto di Tripoli si resero contro di essere stati riportati indietro”.

“Erano disperati – continua l’avvocato – e imploravano i nostri militari di non lasciarli lì, spogliandosi e inginocchiandosi ai loro piedi. Vennero rinchiusi nei campi di concentramento libici, dove tramite gli operatori umanitari del Consiglio italiano per i rifugiati ventiquattro di loro decisero di ricorrere alla corte di Strasburgo. Durante la reclusione subirono maltrattamenti e torture. Poi venne la rivoluzione libica e fuggirono, ma dovettero scappare dai ribelli che li credevano mercenari di Gheddafi”.

“La maggior parte di loro si rifugiò in Tunisia” racconta Lana, “altri ripresero la via del mare verso l’Europa. Di molti abbiamo perso ogni traccia, di alcuni sappiamo che sono morti durante la traversata. In pochi ce l’hanno fatta e ora stanno a Malta, in Svizzera, uno anche in Italia con tanto di riconoscimento dello status di rifugiato politico: tristemente paradossale, no?”.

Per gli avvocati difensori dei migranti, l’Italia, respingendoli in Libia, ha compiuto un’espulsione collettiva (vietata dall’art.4 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo) esponendoli consapevolmente al rischio di subire torture o pene e trattamenti inumani o degradanti (art.3) nella stessa Libia o nei Paesi d’origine in cui rischiavano di essere rimpatriati.

“Noi difensori – spiega l’avvocato – chiediamo alla Corte europea di disporre, oltre a un risarcimento del danno per i singoli migranti a carico dello Stato italiano, una messa al bando ufficiale della pratica dei respingimenti in alto mare che vincoli il governo italiano e tutti i governi dei quarantasette Paesi del Consiglio d’Europa a impegnarsi a non farvi mai più ricorso”.

“Sono ottimista sulla sentenza che verrà emessa oggi – conclude Lana – perché questa pratica è stata già duramente condannata dal Comitato contro la tortura dello stesso Consiglio d’Europa, dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati e da quello per i diritti umani, oltre che da Amnesty International e Human Rights Watch”.

“Una sentenza di condanna all’Italia – commenta a E online l’avvocato Paolo Oddi, avvocato immigrazionista dell’Associazione giuridica studi immigrazione (Asgi) – sancirebbe un precedente vincolante per l’Italia e per tutti i Paesi europei, mettendo la parola ‘fine’ a ogni discussione sulla legittimità di accordi bilaterali che prevedano pratiche che violano i diritti umani fondamentali”.

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