25 settembre 2018

Inviato in Siria. Il racconto di un'attivista fiorentino

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T. è un’attivista fiorentino. Lo trovate spesso alle iniziative in difesa dei diritti, del territorio, per la ricostruzione dal basso della politica. In questi giorni è in Siria con la moglie. E’ andato a trovare la figlia che sta seguendo un corso all’università. Ecco il suo racconto, le sue percezioni su quello che sta accadendo nel paese arabo.

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Alcuni mi hanno chiesto di scriverne qualche impressione, visti gli avvenimenti che vengono riportati dai media italiani e non solo. Appena posso vado in un internet point e cerco di leggere i comunicato stampa delle agenzie, non ho altre fonti. Ho notato che Reuters ha un corrispondente ad Amman (Giordania), mentre l’Associated Press lo ha a Beirut. Al Jazeera parla spesso di “fonti di manifestanti sul luogo” e correttamente riporta che non ha conferme alle notizie. I giornali italiani si attaccano solo a queste agenzie per cui dei loro reportage possiamo tranquillamente tacere. Quando ho potuto leggere Haaretz (con un proxy perché è bloccato l’accesso ai media israeliani) ho trovato che vengono citate in maniera dubitativa le loro fonti. Con un quadro così incerto sulle fonti delle notizia capite bene che è difficile capire cosa sta succedendo davvero in questo strano, bello e ospitale paese. Da quel che vedo i media italiani danno tutte le notizie per oro colato.

Le mie sono impressioni di un turista che cerca di parlare con le persone, conscio che spesso queste preferiscono tacere quel che realmente pensano. A volte ho trovato persone che incensano il regime, più spesso trovo persone preoccupate non solo di quel che sta accadendo, ma sopratutto di quello che potrebbe accadere. Il malcontento c’è nel paese e talvolta trapela in chi ha il coraggio di aprirsi, non tanto nei confronti del giovane presidente Bashir al Assad, figlio del presidente precedente, quanto nei confronti dell’intero regime fatto di persone attaccate al potere e sostanzialmente corrotte.

Le dichiarazioni del regime che imputa a CIA e Mossad le operazioni di destabilizzazione e finanziamento delle opposizioni sono amplificate dalle persone che citano anche l’Arabia Saudita (che non viene citata direttamente dalle agenzie ufficiali per prudenza). In tanti c’è la consapevolezza che se scoppia davvero una rivolta in Siria non sarà pacifica e che potrebbe essere la scintilla di un incendio di dimensioni ben peggiori di quelle libiche. In molti mi tranquillizzano e mi dicono che le proteste, spesso violente, sono localizzate in poche città. Le principale città, Damasco e Aleppo, in effetti sono assolutamente tranquille e la vita sembra scorrere nel suo normale caos di traffico, polvere, grida di mercanti, preghiere sparate a volume altissimo dai minareti.

Ieri c’erano notizie di rastrellamenti casa per casa a Daara, il primo focolaio di rivolta, la città in cui tradizioni beduine sono da sempre in contrasto col governo, il luogo dove sono spuntate, settimane fa, armi nelle moschee. Gli studenti stranieri a Damasco temono che il prossimo venerdì possa essere quello in cui la repressione sarà più dura. Ho letto anche dell’arresto di un esponente alawita, lo stessa minoranza islamica cui appartiene Assad; sempre gli Alawiti hanno promosso manifestazioni a Latakia (l’antica Laodicea) duramente represse. Il che confermerebbe di lotte intestine all’interno del potere; è facile immaginare che ci siano manovre per favorire il ricambio del nucleo dirigente e rendere la Siria più morbida nei confronti di Israele e dell’occidente per isolare ulteriormente l’Iran.

Un sintomo che le manifestazioni nascono da un disagio reale, ma sono promosse e dirette da interessi lontani dalle persone è il sostanziale appoggio al regime delle varie minoranze, soprattutto cristiane. Oggi in Siria molte minoranze religiose (ce ne sono davvero tante, anche se la maggioranza è sunnita) non hanno problemi, si stringono attorno ad Assad nel timore che ogni cambiamento possa essere l’inizio del dilagare dei fondamentalismi. La tolleranza appare un patrimonio profondo di questo popolo, lo si sente sempre nelle parole delle persone che ricordano spesso la secolare convivenza di tutte fedi (solo di cristiani ci sono i Cattolici romani, i Cattolici di rito ortodosso, gli Ortodossi, i Maroniti, quelli di rito siriaco, Armeni, comunità evangeliche e qualcuno che non ricordo). Questa convivenza tranquilla ha segni chiarissimi anche nelle tracce archeologiche e urbanistiche: per esempio a Rasafa – città abbandonata da secoli – il mirab della moschea era addirittura addossato alla parete della cattedrale; ad Aleppo la moschea era attaccata alla precedente cattedrale cristiana: quest’ultima fu demolita per rappresaglia quando arrivarono i Crociati (il ricordo che l’”occidente” ha lasciato è profondo e non molto positivo).

Comunque, al di là delle divagazioni di un turista, resta chiaro che se il regime al potere non è amabile, l’opposizione che si palesa non è quella popolare che molti di noi sperano, per lo meno le giuste istanze di vita sono messe in seconda fila da interessi che potrebbero preparare un grosso business per i fabbricanti di morte e di armi. Le parole di Obama che invoca diritti civile in Siria e tace della vergogna in Bahrein non fanno ben sperare. Le dichiarazioni di Chavez che la Siria è oggetto di una operazione di delegittimazione internazionale non sono peregrine, ne ho l’impressione anche io.

Insomma direi che il regime che domina in Siria non è certo invidiabile, ma che alternative migliori al momento non se ne vedono; non ci sono movimenti consci delle loro richieste come in Egitto, domina un pacato malcontento conscio che al peggio non c’è mai fine e che questo è dietro l’angolo. Speriamo non venga deciso di portare la “democrazia” anche qua, sarebbe un grano in più nel rosario di tragedie mondiali. Mia moglie mi ha detto che le vengono le lacrime agli occhi a pensare alle tante persone che abbiamo incontrato e con cui abbiamo iniziato relazioni di amicizia, che hanno davanti a sé un futuro oscuro e pieno di minacce. Concordo con lei: c’è da piangere a pensare a come potrebbe essere il mondo e come invece viene condannato ad essere. Dobbiamo urgentemente cominciare a raccontarlo secondo i nostri desideri, non solo denunciare gli orrori del potere vigente.

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