Inventarsi un futuro

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Al Ahmad Amina, Amato Domenico, Berisha Fatos, Cheng Li Wu, Damiani Francesca, Deng Laura, El Bakkar Moustafa, Gonzales Pablo… questo l’appello possibile, probabile, di una qualsiasi classe in una qualsiasi scuola di un anno scolastico non troppo in là nel futuro.
Oggi in molte città italiane e toscane, tra cui Firenze, Prato, Empoli, questo quadro è già realtà: ci troviamo immersi all’improvviso nella società multietnica, e ne siamo quasi stupiti, come se la tv non ci avesse avvisato da tempo. Anzi, l’Italia è in ritardo rispetto ad altri paesi europei – l’Inghilterra, la Francia, la Germania – che da molti anni ospitano un gran numero di stranieri, o dovremmo dire di ex-stranieri, trovandosi questi nuovi cittadini nel paese ospite da 2 o 3 generazioni.
Perché una cosa è arrivare qui da adulti, in cerca di lavoro o in esilio o in fuga da guerre e carestie. Cosa ben diversa è crescere o persino nascere qui, con genitori stranieri, con radici lontane, a volte così lontane da non sentirle quasi più.
Per questi bambini la scuola rappresenta il primo ingresso ufficiale nella società che li ospita e di cui faranno parte, spesso la prima occasione di un rapporto continuativo e non traumatico con adulti e con altri bambini di paesi diversi dal proprio. La scuola è quindi un terreno di incontro che potrebbe e dovrebbe svolgere un ruolo cruciale nell’accoglienza dei bambini stranieri, e nell’educazione alla convivenza e al rispetto delle differenze. Ma la scuola come istituzione, i programmi ministeriali, e spesso anche il personale docente e non docente, non sono così elastici e pronti al cambiamento come una situazione in rapida evoluzione richiederebbe. È vero però che laddove insegnanti e presidi mettono insieme sensibilità, competenza, creatività e impegno, i risultati si vedono: nei laboratori di intercultura ad esempio si imparano tante cose su mondi che sui libri non ci sono, eppure esistono, ed è proprio da lì che viene la tua compagna di banco che il giorno prima hai chiamato con disprezzo “araba”…
Giornali e televisione, specialmente quest’ultima, svolgono in questo senso un ruolo molto diseducativo, costruendo un’immagine negativa e stereotipata degli immigrati, che conquistano il video solo per fatti di cronaca nera.
Ma anche le madri che partoriscono “fuori luogo” vanno forte… Due di recente dalle nostre parti, la prima in auto, la seconda, più sensazionale, sull’autobus. Anche in questi casi la cronaca non si fa troppe domande su ciò che porta una madre all’ottavo mese a non far caso alla gravidanza, oppure a nasconderla, e poi liberarsi tragicamente di un fardello pesante… forse la clandestinità, forse un lavoro che si teme di perdere, o che fino all’ultimo non si può lasciare, perché i soldi non bastano mai, perché la maternità non è un diritto. Ogni donna sa quanto è facile oggi perdere un lavoro – precario e a termine, ovvio – se si aspetta un figlio. Abbiamo detto donna e non immigrata, perché in questo caso vengon fatte poche differenze, anche se è ovvio che per una madre straniera, magari sola, con pochi mezzi e pochi strumenti per far valere i suoi diritti, la situazione non può che essere peggiore. Per molte “badanti”, che vivono in casa con anziani o infermi, avere un bambino significa perdere oltre al lavoro anche la casa, e finire in istituto, a meno di non occupare edifici vuoti e riprovare là dentro a costituire una famiglia.
Molte madri e molti bambini vivono invece in baracche o in roulottes, nella nostra periferia. Ma non è vero che i rom non vanno a scuola, ci vanno eccome, e studiano talmente che leggono libri perfino in cinese…
è la nostra bella storia di questo numero: due ragazzi diversissimi – ma forse neanche tanto – arrivati da paesi più o meno lontani, con storia, lingua, cultura, religione differenti… due amici. E questa storia da film ha anche una sua morale: per costruire un futuro di convivenza, ci vogliono soluzioni creative. Ma, soprattutto, è tempo di pedalare.

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