Intervista dal passato. Ecco Alessandro Santoro nel suo "cantiere"

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Ripubblichiamo l’intervista rilasciata 3 anni fa da Alessandro Santoro al giornale on line che ringraziamo per averci dato la possibilità di riprendere il testo integralmente. Utile per capire la figura di un prete che contro ogni logica è stato allontanato dalla sua Comunità.

di Iuri Lombardi

quartiere popolare del capoluogo toscano. Una voce che difficilmente si associa alle altre e che spicca per il particolare tono e l’insolita sincerità. Altrettanto noto è il suo operato: aver consentito al quartiere d’avere un’identità, una coscienza che guarda al mondo, a Firenze. Grazie a don Santoro, livornese di nascita ma fiorentino d’adozione, i cittadini di questa zona, soprattutto i ragazzi, possono considerarsi salvi e consapevoli di aver acquisito una speranza nuova, che prima non avevano. Un’aspettativa che per molti di loro ha significato e significa uscire dal baratro della perdizione, della droga, della cruda povertà. Da dodici anni le Piagge non possono essere più considerate il sobborgo fiorentino, perché – come tiene a sottolineare don Santoro – “questi ragazzi si sentano di Firenze” e non gli abitanti di un quartiere popolare, per molti poco più di un confine. Sta di fatto che adesso molto è cambiato, nonostante certe problematiche stentino a morire: grazie alla costruzione del centro sociale “Il Pozzo”, diretto dallo stesso parroco, che funge non solo da ritrovo e da centro d’accoglienza per i ragazzi bisognosi ma da laboratorio pedagogico, in senso buono e sociale del termine, dove nascano idee, amicizie, passione per la vita. E’ là dentro, nella sede de “Il Pozzo”, in un gran container che don Alessandro celebra la messa domenicale, affronta le discussioni quotidiane, organizza gli impegni dei ragazzi e gli eventi. Insomma è dentro queste mura il centro nevralgico della sua presenza, l’anima del quartiere, di quel ventaglio di case, cui ogni lembo è una realtà, che si presenta come un miraggio, un faro attorno ad un mare di cemento e d’umanità. “Sì perché – come don Alessandro sostiene – le domande degli uomini sono sempre le stesse, sono le risposte che cambiano secondo l’istruzione, la consapevolezza di noi stessi” e altro non ci resta che comprenderle con onestà intellettuale.

Don Santoro, da sempre, almeno da quasi un decennio, la sua presenza è stata ed è importante per questa città, soprattutto per quanto secerne le Piagge, il rione popolare di Firenze, a cui lei ha destinato tutto il suo tempo: come intende proseguire nel futuro il suo impegno? Quali sono i progetti o le aspettative che vorrebbe realizzare prossimamente?

“Quando sono arrivato in questo quartiere, dodici anni fa, avevo in mente l’idea di fare qualcosa per qualcuno: cercare di portare il mio bagaglio d’esperienza, d’umanità, di conoscenza, e, forse, anche un briciolo di fede per cercare di costruire qualcosa per gli altri. Via via che il tempo passava, che mi sono radicato dentro quest’esperienza, che ho conosciuto l’umano delle persone che vivono in questo contesto, ho scoperto che l’unico modo per continuare a stare qua a testa alta e condividere davvero la storia delle persone, non è tanto cercare di fare qualcosa per qualcuno, di dare una prospettiva, ma è costruire insieme qualcosa con qualcuno. Quindi diciamo che è cambiata la mia posizione rispetto alle persone che ho avuto e che ho accanto. Se prima pensavo d’essere colui che potesse guidare verso l’uscita di una situazione di disagio, ora capisco e comprendo sempre più che è importante imparare a non essere colui che guida ma colui che accompagna, e quindi compagno della vita delle persone. Un amico che si mette a loro fianco e cammina con loro, cercando di stare allo stesso passo, di provare ad indossare i panni di questa gente, le scarpe, di provare a costruire modalità, alternative, possibilità insieme al prossimo e non per il prossimo”.

Quindi il suo impegno anche per il futuro verterà in questo: diciamo radicalizzando la sua attenzione?

“Sì, sarà questo l’incarico: riuscire a fare in modo di ridurre il ruolo che mi è attribuito e cercare di camminare con loro, di riuscire ad essere loro compagno di strada”.

Approfondendo la premessa, contenuta nella domanda precedente, non crede che nell’era della globalizzazione, quale siamo, che muta nel continuo fluire del tempo intere realtà, ovviamente trasformandole, il concetto di rione sia mutato? Il concetto di popolarità? Visto soprattutto da un’angolatura del genere?

“Quando vivi in una realtà come questa ti accorgi profondamente di come la globalizzazione abbia effetti anche nei microcosmi, quindi qui tocchi con mano quelli che sono gli effetti positivi e negativi di questa stagione storica. Impari a comprendere di non essere figlio acritico di questa globalizzazione ma di sapere imparare a coglierne le potenzialità e saper esserne molto attento. Allora, c’è da dire che in un quartiere di periferia popolare ovviamente la globalizzazione rischia di portare alla disgregazione sociale, perciò tutte quelle che sono le modalità con cui nei quartieri, o i vecchi rioni, ci si rapportava, ci si giocava, sì ci costruiva sono soppiantati da tante cose, a cominciare dai ritmi”.

E’ subentrata, quindi, una sorta di nichilismo? “E’ subentrata una maggiore possibilità di creare meccanismi d’esclusione sociale, per questo anche nei rioni, nei quartieri dove di norma la solidarietà era un dato acquisito, diciamo per natura, ad oggi questi rapporti si sono affievoliti, quindi si rischia in diverse situazioni a farsi la guerra tra poveri”.

Il bisognoso oggi, l’ultimo, tanto per citare il vangelo, com’è visto da coloro che hanno, che sono più forti? Soprattutto come vive oggi l’ultimo rispetto a qualche decennio fa?

“Purtroppo ci sono esclusioni sociali sempre più forti e spesso l’atteggiamento di chi ha rispetto a chi non ha è quello di colui che, quando presta meno attenzione, ha un atteggiamento assistenzialistico, di chi quando può dà il superfluo. Molto spesso, poi, da parte del più abbiente c’è l’idea che se la persona delinque o non ha, se è ultima, se è esclusa e perché colui non è stato capace, non tanto perché il ricco è responsabile della povertà dell’altro. Manca la sensibilità di sentirsi responsabile nei confronti della precarietà, di certi ambienti come le Piagge”.

Detto questo, non crede che pur ignorando una simile cosa ne siamo ugualmente coinvolti? Vale a dire, crede che se non scendiamo in campo fisicamente in qualche modo lo siamo?

“Rimane il fatto che questo deve diventare un elemento culturale e la cultura soggiacente alle relazioni che ci sono a Firenze, come nel resto del paese, assumono un comportamento d’irresponsabilità verso le realtà infelici”.

Quindi in questi contesti, in certi quartieri disagiati, si è perso a causa dei pregiudizi questo senso di coesione e fratellanza sociale?

“Si è persa l’attitudine da parte della città di leggere le potenzialità insite dentro un quartiere di questo tipo. Questo rione, se vogliamo vederlo tramite un’ottica meno severa, è tra i più vivi e maggiormente capaci di aver costruito cantieri sociali d’alto valore per Firenze. Torno a ribadire che, secondo il mio avviso, questi quartieri andrebbero letti e meno occupati da colonizzazioni politico – sociali e da pregiudizi di sorta”.

Resta il fatto, parlando in termini concreti, che comunque le Piagge sono una città all’interno della città, o comunque la cintura di Firenze; ora per un turista che viene a visitare la celebre cittadina della sindrome di Sthandall non gli resta difficile capire che questa realtà altro non è che il rovescio della medaglia. O sbaglio?

“Però, un turista di massa? Un turista che è fatto per consumare la città? Non gli sarà mai proposto di visitare le Piagge, cosa che io credo che sia un itinerario importante dal punto di vista civile, sociale, per Firenze da ritrovare. In questa parte di città avvengono e si costruiscono delle cose che potrebbero essere un gran fiore all’occhiello, ma questo non è considerato”.

Firenze negli ultimi anni ha avviato politiche sociali che prendono in considerazione realtà come le Piagge, ciò forse non sono sufficienti?

“No, perché non è sufficiente costruire delle cose che mancavano, ma si tratta di costruire una cultura diversa, di dare spazio, voce, possibilità a chi vive in situazioni difficili”.

Se fino a qualche decennio fa la distanza e il paradosso che c’era tra la povertà e la ricchezza era così palese, tanto da essere due universi diversi, non crede che oggi, parafrasando il vangelo, la globalizzazione sia, forse, il paradiso per gli ultimi?

“Da un lato gli stereotipi della globalizzazione hanno invaso le periferie, perciò un individuo va a cercare ciò che il proprio tempo offre, faccio un esempio: se una persona fa un giro per le Piagge si accorge che un ragazzo tenta di avere le scarpe di marca, l’ultimo modello di cellulare e magari non ha i soldi per sfamarsi. Questo vuol dire che la globalizzazione, in questo senso, è intervenuta, è entrata nel tessuto delle anime, in tutti i sensi perversi”.

Quindi è intervenuta come una sorta d’omologazione culturale?

“Sì, certo. Spesso impedisce alle persone di poter sviluppare il proprio potenziale. Io credo che in una realtà come questa sia importante rendere le persone da oggetto a soggetto della propria storia: avere la capacità di rimettersi assieme per costruire un percorso comune”.

Le Piagge oggi, stando a ciò che è emerso, sono ancora più escluse da Firenze. “No, non sono più escluse, fanno più fatica a riuscire ad emanciparsi ad una situazione di precarietà, di non sogno che spesso appartiene alla gente che abita la periferia. La vita, quindi, non è migliorata, soprattutto per certe aspettative che spesso la globalizzazione ti porta ad avvertire in te, la possibilità d’avere vicino il riscatto ma questo aumenta la frustrazione, giacché è come un’illusione ottica, un miraggio nel deserto”.

Costatando le statistiche sul disagio giovanile, sia quello borghese sia popolare, appare un dato drammatico: l’uso della cocaina è frequente e colpisce ogni fascia sociale. Lei come lo vede il problema? E soprattutto come crede di poterlo risolvere?

“Il disagio che c’è nei giovani è lo stesso che c’era nelle persone adulte di qualche decennio fa. Un disagio legato al vuoto che si sente, all’incapacità di farsi riconoscersi, di farsi ascoltare. La cocaina è uno dei segni di questo disagio, e purtroppo è molto frequente anche nei quartieri come questi. Dovremmo fare i conti con quest’uso di sostanze e credo che il lavoro non sarà facile perché non si tratta solo di lavorare sulla riduzione della sostanza ma sull’umano della persona. Molto spesso, purtroppo, non ci sono realtà che hanno modo di contrastare tutto questo”.

Secondo il dibattito politico e non solo spesso l’uso della cannabis è considerato al pari delle droghe pesanti. Ora venendo alla sua esperienza, crede che sia veramente così, oppure il discorso necessita di essere sviluppato in modo meno ortodosso?

“Credo che non sia un ragionamento sulla sostanza, ma una discussione su come si vive la sostanza. Se la cannabis, come tante altre cose, diventa l’oggetto che determina la vita di una persona allora qualsiasi cosa è condannabile. E’ la dipendenza da condannare, non l’uso. La cannabis secondo me potrebbe essere uno strumento d’incontro, d’aiuto, per disinibire: come ad esempio l’uso terapeutico. In questo sono sulla linea d’altri miei colleghi come don Andrea Galli, don Luigi Ciotti, che invece pensano più ad un lavoro di riduzione del danno, quindi d’essere capaci di un lavoro fatto diversamente. La cannabis legalizzandola romperebbe questo mercato di morte che si è creato, e dall’altra parte verrebbe a creare una cultura diversa che prende coscienza della droga vera, quella pesante. Nello stesso tempo si verrebbe a lenire il pregiudizio generico che è alquanto deleterio, si stroncherebbe quest’uso demoniaco di certi usi e costumi”.

Per chi viene da Firenze si accorge che qui alle Piagge si respira un’aria di popolarità, tanto è vero che anche i ragazzi sono molto uniti tra loro, questo è, senza ombra di dubbio, il frutto del suo lavoro…aver dato ai giovani di questo rione una coscienza critica.

“Anzitutto alle Piagge si respira un’aria di verità, di cantiere sempre aperto, di sincerità, di continua sollecitazione, tanto che oserei affermare che la vera città è questa. Per quanto secerne il discorso della coscienza critica non so se è avvenuto, l’unica cosa che so e che bisogna dare spazio e solo dando spazio le persone riescono a trovare se stesse. Allora tentando queste prerogative affiora quello che nell’umano c’è e che spesso è sottaciuto”.

Quindi, per ciò che emerge, lei cancella dal suo vocabolario la parola condanna, pregiudizio, o mi sbaglio?

“Assolutamente si, come cancellerei le carceri e l’ergastolo, perché sono convinto che non ci potrà mai essere un giudizio definitivo. Bisogna mettersi nella condizione delle persone, a Firenze come nel resto del mondo, perché solo mettendosi a faccia a faccia con l’altro possiamo vedere l’oltre che c’è in ogni essere umano. La costrizione non porta assolutamente a niente, è molto difficile che affiora in essa il voluto recupero. Io credo che prima di tutto bisogna cercare una misura alternativa al carcere, bisogna tentare una nuova formula per chi ha commesso un reato. Bisognerebbe creare più spazio ad esempio agli affidamenti, una realtà che da anni sperimento”.

Don Santoro, lei è dodici anni che vive oramai alle Piagge, mi saprebbe dire che tipi di vicissitudini vive una persona di questa realtà rispetto ad un’altra? Vale a dire qual è il problema che maggiormente si riscontra?

“La differenza è lo stipendio, se si pensa che qui si vive con trecento euro al mese…c’è proprio un problema di fondo, d’approccio con il prossimo, di interloquire con l’esistenza, col mondo. Credo che la differenza sia questa, il che non è poco. Una sofferenza che scava nel profondo l’individuo, che lo aliena. Importante però e sempre farsi delle domande, perché sollecitare il proprio animo è sinonimo di vita, anche nei momenti di gran disperazione”.

[Fonte Nove da Firenze, 31 ottobre 2006]

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