Intervista al procuratore nazionale antimafia: «Nei territori sani le cosche si mimetizzano facilmente»

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di Simone Innocenti

Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia
Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia

Due punti di vista. Quello del procuratore capo di Palermo Francesco Messineo: «L’inchiesta ha svelato la curiosa alleanza tra due fazioni di Cosa Nostra, quella facente capo al boss deceduto Ta­no Badalamenti, e quella dell’area delle Madonie, fedeli ai boss corleonesi, da anni nemiche ». Quello del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: «Non esiste più il concetto di vecchia mafia. Quella Cosa Nostra che era abile e si specializzava in un settore. Adesso i suoi uomini si buttano in ogni campo. E dove c’è da guadagnare si entra con prepotenza».

«Questa inchiesta — afferma — la conosco bene. La conosco da quando ero a Palermo e dimostra esattamente quello che ho appena detto. Anche se devo dire che il merito va tutto al Ros di Firenze e al sostituto Viola».

Firenze, appunto. E la Toscana, in senso lato. Da quest’inchiesta viene fuori un quadro preoccupante…

«Ci sono momenti storici ben precisi. In cui bisogna lavorare in silenzio. E altri in cui esistono condizioni oggettive per portare avanti un’inchiesta come questa. Mi spiego meglio: se lei pensa che un’indagine del genere sia nata grazie a una denuncia, si sbaglia di grosso. In casi come questo bisogna monitorare attentamente il territorio per capire che cosa sta accadendo ».

Appunto: cosa sta accadendo in Toscana?

«Quello che accade da tempo. Cosa Nostra o se preferisce la criminalità organizzata in generale sta cercando di infiltrarsi in un tessuto sano».

E questo perché?

«Perché la Toscana è una regione molto appetibile dal punto di vista economico. Intendo dire che è molto più facile mimetizzarsi con imprese paravento capaci di nascondere un altro tipo di traffici ».

È quello che pensano i boss mafiosi…

«È quello che pensano loro, ovviamente. Il nostro lavoro è quello di non lasciare spazio a zone di ombre. Ecco anche perché adesso, dopo questa inchiesta che è durata moltissimi anni, abbiamo prospettive investigative estremamente interessanti che vogliamo approfondire a tutti i costi».

Il che significa che, in questi anni, ci sono state una serie di riunioni di coordinamenti tra le Direzioni distrettuali antimafia di Firenze e di Palermo. Riunioni su questa indagine.

«Chiaramente sì. Ci sono state e ci sono riunioni. Ognuno, dal nostro punto di vista, deve avere una ‘porzione’ investigativa da dividere. Lo scambio di informazioni è, in questa prospettiva, di estrema importanza».

E che vi siete detti?

«Non è una domanda alla quale intendo rispondere. Me ne faccia un’altra».

Dopo queste riunioni vi sarete fatti un’idea del fenomeno mafioso in Toscana…

«Sì e allora?».

E allora c’è un allarme?

«Un allarme? Io non sono per lanciare allarmi di alcun tipo. Lanciare allarmi non serve proprio a nulla. Serve semmai avere una consapevolezza. E la nostra consapevolezza è quella di lavorare quotidianamente, in maniera rigorosa e seria».

Lei sarà al convegno in programma il 26 maggio su «la giustizia e le strade della legalità», tra le iniziative promosse per il 16 anniversario della strage di via dei Georgofili a Firenze, l’attentato del 27 maggio 1993. Qual è il messaggio che bisogna tenere presente?

«Che Cosa Nostra e qualsiasi altro tipo di espressione della criminalità organizzata non avrannno vita facile. E poi bisogna capire una cosa: i problemi del Sud non sono soltanto quelli legati alla presenza della criminalità orga­nizzata. Sono problemi sociali, economici, legati alla ricerca dell’occupazione e alla libertà dei mercati. Non si può parlare di cultura della legalità, quando non c’è di che mangiare a casa; non possiamo fare un salto di qualità sul piano culturale quando tanta gente vive sotto i limiti della povertà».

[Fonte Corriere Fiorentino]

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