Acqua integrata e privatizzata: un bilancio così così

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Integrazione e liberalizzazione: sono le parole d’ordine della riforma dei servizi idrici che ha preso avvio con la legge Galli, nel 1994. Integrazione perché è ora un unico soggetto a gestire per un Ato, ambito territoriale ottimale, tutto il ciclo integrato delle acque; quindi non solo l’acquedotto, ma anche fognature e depurazione. Liberalizzazione perché il settore si è aperto ai privati, con la costituzione, soprattutto, di società miste a maggioranza pubblica.

A dieci anni dall’avvio della riforma, in Toscana siamo passati da 200 a 6 gestori. Qual è il bilancio che si può disegnare? Sicuramente la situazione a livello regionale è più organica e sono partiti molti piani di investimento, con l’obiettivo di migliorare le reti dell’acquedotto e delle fognature ed i sistemi di depurazione. Ma non sono mancati i problemi. Tuttora i rapporti fra gli enti locali, che compongono le Autorità di ambito territoriale e rimangono competenti su programmazione e tariffe, e le società, cui spetta la gestione, non sono sempre idilliaci. Una delle questioni centrali è quella della tariffa, che secondo la legge deve coprire i costi della gestione e garantire un margine di remunerazione del 7% sul capitale investito. Il fatto che sia l’Autorità di ambito a deciderla crea complicazioni ai gestori, che vorrebbero un margine di manovra più ampio.
Il Tavolo toscano dell’acqua, costituitosi durante il Forum mondiale alternativo dell’acqua che si è svolto a Firenze nel 2003, ha dato il via ad un monitoraggio su tutto il territorio regionale, ed è arrivato a conclusioni abbastanza drastiche: il servizio fornito, a parità di tariffa, è peggiorato; i finanziamenti per gli investimenti sono diminuiti; la qualità dell’acqua destinata al consumo umano è peggiorata; la gestione non è economica, comporta sovraprofitti per il sistema bancario e un maggiore costo per la collettività. (A.V.)

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