"Inevitabile" ricorso alle armi: come si spezza questa gabbia?

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Riceviamo e pubblichiamo

Dal presidio permanente semplicemente, senza parole. Nei media ufficiali e nel dibattito politico, infatti, sono due le uniche prospettive che si scontrano: l’intervento militare internazionale o la vittoria di Gheddafi. Prospettive, entrambe, inconciliabili con l’idea di mondo che abbiamo costruito in questi anni.

Da una parte, infatti, sono inaccettabili la guerra e l’interventismo militare dei paesi europei e degli Stati Uniti, con il loro portato di bombe e distruzione sul suolo libico; così come è impensabile l’idea che qualunque mezzo sia lecito pur di raggiungere un fine umanitario. E, del resto, è evidente che di umanitario nei missili cruise e nelle bombe ad alto potenziale ci sia ben poco: non solo per la scia di morte che questi strumenti lasciano dietro di sé, ma soprattutto per gli obiettivi politici che si nascondono dietro questi mezzi di distruzione. Non serve essere studiosi di geopolitica o storici, infatti, per ricordare che, fino a un mese fa, Gheddafi era un solido alleato di chi oggi lo bombarda.

Quest’ultima affermazione ci evidenzia anche la diversità di questa guerra rispetto a quelle contro le quali ci siamo mobilitati negli anni passati: siamo di fronte a un intervento non pianificato, ma nato sulla scia di avvenimenti sociali e politici che hanno attraversato tutto il nord Africa e il Medio Oriente, dalla Tunisia all’Egitto passando per lo Yemen e fino alla Libia.

D’altra parte, però, la domanda su come si ferma la follia del dittatore libico resta drammaticamente senza risposta e le poche notizie provenienti da Bengasi raccontano di una popolazione civile messa sotto assedio, con i carri armati che sparano indiscriminatamente contro abitazioni e civili.

In realtà, la risposta sta nelle mobilitazioni che abbiamo attraversato in questi anni. Perché è evidente che un’area militare è un territorio sottratto alla libertà, qualunque sia la bandiera che sventola sulla cima del pennone; e che mobilitarsi per un territorio senza basi militari significa battersi per un mondo senza guerre. Così come, opporsi al nucleare per promuovere le energie alternative significa rompere il meccanismo economico che gravita intorno alle fonti di approvvigionamento energetico, ma soprattutto parlare di un mondo diverso da quello rappresentato da Fukushima e dal disastro nucleare.

Per chi da anni si batte contro la militarizzazione del territorio e le sue conseguenze nel mondo, la dicotomia che ci viene proposta in queste ore rappresenta una gabbia da spezzare. E’ inaccettabile pensare ai bombardamenti come uno strumento legittimo, così come è impensabile guardare a quanto sta avvenendo in Libia senza proporre alcuna forma di sostegno alle donne e agli uomini, ai tanti giovani che cercano libertà. A partire dall’accoglienza di quante e quanti da quella guerra sono fuggiti, fuggono e fuggiranno nei prossimi giorni.

Una gabbia che, oggi, ci viene proposta come intoccabile, imprigionando il nostro ragionamento intorno alla legittimità o meno dell’intervento internazionale. Dobbiamo, invece, andare oltre questa discussione, che è superata nel momento stesso in cui si afferma che la guerra è comunque un crimine, senza se e senza ma, per provare a costruire un pensiero comune sul significato dell’altro mondo possibile, partendo dalla costatazione che è questo mondo a non aver più gli equilibri che hanno caratterizzato i decenni passati. La parola crisi attraversa oggi in maniera trasversale gli aspetti sociali, ambientali, economici, militari del globo, imponendo domande a cui rispondere è possibile soltanto con un’alternativa complessiva, generale, globale.

Su questo, ci sentiamo di dire che è quanto mai urgente aprire una discussione, a partire dagli spazi di movimento che in questi mesi abbiamo attraversato e visto crescere nel nostro paese. Siamo contro la guerra e con quanti nel mondo lottano per la libertà e la nostra risposta non può che essere quella di continuare a cercare l’altro mondo possibile. Per questo, nel nostro piccolo, continueremo a batterci per sottrarre terreno alla militarizzazione attraverso il Parco della Pace; e per questo, vogliamo accogliere con piena dignità quanti dalla guerra fuggono e fuggiranno.

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