India: il Forum e la sua anima

image_pdfimage_print

Il Forum a Mumbai era dappertutto. Non è rimasto chiuso nei padiglioni, nelle conferenze, nelle assemblee, ma è sceso nelle vie dove si formavano manifestazioni spontanee con tanto di accompagnamento musicale, negli occhi dei bambini riscattati dalla schiavitù, sotto i ponti e negli slum, dove vivono i veri protagonisti del movimento, i Dalìt, l’ultima casta indiana, gli intoccabili, la scala più bassa della gerarchia sociale.
Il movimento c’era proprio tutto in India, o meglio c’era quello in carne e ossa, quello delle piccole realtà disperse che ogni giorno affrontano in prima persona gli effetti devastanti della globalizzazione, e che fanno apparire secondarie, quando non ridicole, le polemiche politiche e le divisioni ideologiche che di solito accompagnano questi eventi. Che senso aveva fossilizzarsi sui modelli di intervento, sulle posizioni che non combaciano, su chi deve rappresentare chi e come, quando bastava mettere il naso fuori dai tendoni per vedere cos’è quella globalizzazione di cui tanto si parla, da quando qualcuno scese in piazza a Seattle per denunciarla e per far fallire un vertice del Wto?
Con Mumbai 2004 il movimento è uscito dal ghetto ed ha incontrato le donne i bambini e gli uomini di cui ha sempre parlato, che ha sempre cercato di difendere.
Se a Porto Alegre circa il 70-80% del pubblico era riconducibile alla cosiddetta Classe A, dei laureati e degli abbienti, in India la maggior parte non parlava inglese, le traduzioni erano solo in hindi, e chi vi partecipava erano i contadini, gli operai, i disoccupati, i senza fissa dimora. È stata questa Mumbai, con i suoi 16 milioni di abitanti censiti di cui almeno 1 milione vive per terra lungo la strada, ad ospitare in una fabbrica dismessa un Forum allegro e colorato, che ha già lasciato un segno profondo negli occidentali arrivati fin là credendo di trovarsi a parlare con la stessa gente, a vedere le stesse facce, a rifare i soliti discorsi e che invece si sono trovati davanti gli obiettivi centrali su cui si concentrò il movimento ai suoi esordi: il cibo, l’acqua, la pace, la dignità, il lavoro, lo sviluppo.
Una preziosa occasione per confrontarsi con le numerose realtà asiatiche finora sconosciute, di incontrare i tailandesi, i coreani del Sud e del Nord, i filippini, i cingalesi, i giapponesi, per intavolare una discussione sui problemi concreti posti dalla società globale, cercando di inquadrarli in una comune visione d’insieme. Sono stati molti infatti i seminari e i gruppi di lavoro, poche le conferenze e le assemblee. Una sorta di matrimonio tra la sensibilità e la tragicità della situazione indiana e il pragmatismo anglosassone. Un cocktail vincente che ha portato non poche novità all’organizzazione, e magari, chissà, anche a una futura maggior chiarezza degli indirizzi politici: si è pensato di concentrarsi su due, massimo tre, argomenti chiave intorno ai quali sviluppare i prossimi Forum mondiali, che si terranno ogni due anni alternativamente in Brasile e altrove. L’obiettivo è quello di evitare che il Forum diventi una sorta di supermercato delle idee, dove tutti possono presentarsi e raccontare come la pensano, senza mai arrivare a tirare le fila e a trovare almeno un’agenda di approfondimento e di mobilitazione comune su determinati temi, se una vera e propria sintesi unificante appare contraria alla filosofia stessa del Forum.
Mumbai insomma è stato un toccasana per il movimento, un primo importante passo verso il superamento delle logiche politiciste che finora hanno ostacolato la formulazione di proposte concrete, che possano far fronte alle sfide che la globalizzazione pone. In India qualcosa è cambiato, anche se il documento finale rimane sostanzialmente una carta di intenti, una buona analisi della situazione, un riconoscimento o al limite un appoggio alle lotte in corso alle periferie del mondo. Manca ancora la definizione di un ambito di intervento comune, la ricerca di una dimensione che vada oltre la somma delle realtà di movimento del pianeta, la proposta di sistemi economici alternativi.
Mumbai ha cambiato le carte in tavola, ma la partita è ancora tutta da giocare.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *