Incinta, fu sedata a forza durante uno sfratto. La figlia nasce malata, ma per il Tribunale nessuno ha colpa

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il Tribunale di Firenze

Alessia Benelli per l’Altracittà

Non ci sono responsabili, il caso è chiuso. Nessuno è colpevole di quanto avvenuto a Malika Yakout: incinta di 6 mesi, subì uno sfratto violento e fu sedata con pesanti psicofarmaci, che provocarono danni alla bambina che aveva in grembo. Ieri il Giudice Barillaro del Tribunale di Firenze ha emesso la terza ordinanza di archiviazione per il procedimento a carico di Bernardini, l’ufficiale giudiziario che eseguì lo sfratto, e del medico Vincenzo Grimaldi, responsabile del trattamento imposto alla donna, accusati di “violenza privata” a Malika e “lesioni colpose” alla bambina.

All’epoca dei fatti la marocchina Malika Yakout ha 39 anni ed abita a Firenze da 15, dove si è sposata con un italiano, con il quale gestisce un bar e da cui ha avuto una figlia, che allora aveva 10 anni. Tutto procede nel migliore dei modi fino a quando il bar fallisce e suo marito la lascia, si trova così sola e disoccupata a dover pagare un affitto di 1200 euro al mese.
Malika è una persona determinata e sa come funzionano le cose nel mondo, quindi cerca subito aiuto dall’assistente sociale del Comune. Purtroppo l’assistente sociale anziché aiutarla nel trovare una nuova abitazione, le fissa una visita psichiatrica. Intanto Malika rimane incinta del suo nuovo compagno, ma si tratta di una gravidanza difficile, tanto che il medico le prescrive riposo assoluto. La data dello sfratto si avvicina sempre di più ed ancora non è stata trovata una soluzione. Nonostante le minacce di aborto, viene deciso di eseguire lo sfratto che avrà delle drammatiche conseguenze.

Al momento dell’esecuzione dello sfratto, il 3 dicembre 2004, non arriva soltanto una pattuglia della polizia ma anche un’ambulanza, chiamata da Bernardini che era a conoscenza della difficile gravidanza della donna. Malika viene bloccata da 5 poliziotti e sedata con psicofarmaci che hanno effetti dannosi sui feti. Subito dopo viene ricoverata per una settimana all’ospedale di Santa Maria Nuova in regime di TSO [trattamento sanitario obbligatorio] senza che l’autorità competente, il Sindaco, avesse emanato il provvedimento.

Oggi, dopo 7 anni, chi paga le conseguenze maggiori è la bambina che aveva in grembo, affetta da encefalopatia laterale. Una perizia medica del dottor Massimo Montanari, medico e ricercatore, che ha attualmente in cura la piccola, ha stabilito che la malattia è dovuta ai farmaci somministrati alla madre in gravidanza contro la sua volontà. “Non so se mia figlia dovrà essere operata – grida Malika – si tratta di un’operazione difficile che non sappiamo quali conseguenze potrà avere. Qualcuno deve pagare per tutto questo”.

Per ben 2 volte le denunce di Malika sono state archiviate dal Tribunale. Addirittura è stata indagata per calunnia contro Bernardini e Grimaldi, e poi prosciolta.
Della seconda archiviazione però non arriva la comunicazione al suo avvocato, per questo nel 2007 Malika fa ricorso alla Corte di Cassazione, che le dà ragione il 30 gennaio 2009. Per la Cassazione quindi il caso deve essere riaperto, ripartendo dall’invio della comunicazione di archiviazione al legale di Malika. Tale comunicazione arriverà al precedente avvocato della donna soltanto il 24 giugno 2011, più di 2 anni dopo e per di più in un giorno festivo per Firenze, San Giovanni. Poi altre stranezze: quando il nuovo avvocato, la giovane e determinata Serena Giannini, si reca in Procura per cercare il fascicolo della vicenda, non lo trova, lo reperirà soltanto 3 giorni dopo. In questa vicenda il tempo è vitale perché la richiesta di opposizione può essere presentata soltanto entro 10 giorni dalla notifica di archiviazione. La Giannini arriva in ritardo di 1 giorno, e proprio a questo si è aggrappato il Giudice ieri nel motivare la sua decisione.

«Non c’è giustizia – ci dice Marzia Mecocci del Movimento di Lotta per la Casa, che in tutti questi anni ha aiutato la donna – non siamo neanche scandalizzati, perché un po’ ce lo aspettavamo. Ma l’amarezza è tanta dopo aver vissuto in prima persona ciò che hanno passato Malika e sua figlia».

Oggi Malika piange, ma dice che sarà sempre più forte e che continuerà a cercare giustizia per se stessa e sua figlia: «Sono fiera di essere araba e italiana – ci dice – adoro gli italiani, mi hanno coccolata quando non avevo un posto dove andare. Quello che non sopporto dell’Italia sono le istituzioni. Avete visto come si fanno le rivolte in Arabia? Probabilmente servirebbero anche a questo paese… intanto io faccio la mia e vado avanti”.

In questo periodo si parla tanto di giustizia: il decreto intercettazioni, l’assoluzione di Amanda e Raffaele, i processi e le indagini che coinvolgono il premier o altri esponenti politici di prim’ordine. Ma in pochi parlano del problema nella sua completezza: in Italia la giustizia non è uguale per tutti, la ottengono soltanto coloro che hanno sufficienti disponibilità economiche per sostenere le spese e le lungaggini dei processi, o per ingaggiare i migliori avvocati sulla piazza. Alcuni dati lo testimoniano, per esempio nel carcere di Sollicciano il 70% dei detenuti sono cittadini nordafricani. Spesso questi rimangono soltanto numeri, mentre la storia di Malika punta dritta al cuore e non può non suscitare indignazione nell’animo di tutti noi.

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