24 settembre 2018

Inchiesta Moby Prince, trovati nuovi reperti sul fondale di Livorno

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di Enrico Fedrighini

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La Moby Prince dopo il rogo

Frammenti. Per ora si tratta solo di frammenti metallici recuperati ieri dal dragamine “Rimini” della Marina militare italiana nelle acque portuali di Livorno, a 50 metri di profondità, adagiati sul fondale a poca distanza dalla Terrazza Mascagni. Lo scenario è quello dove 18 anni fa, la sera del 10 aprile 1991, il Moby Prince entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo ancorata in rada: 140 morti fra equipaggio e passeggeri del traghetto. La più grande tragedia della marineria civile italiana, rimasta fino ad oggi senza una spiegazione plausibile da parte delle autorità competenti.

Da allora solo adesso viene fatto ciò che non è mai stato fatto prima grazie a un gruppo di magistrati e investigatori che hanno riaperto le indagini. Non è il caso di farsi eccessive illusioni sulla possibilità che quei reperti marini “parlino”: si tratta di pochi frammenti metallici che andranno esaminati in laboratorio ma chissà se appartengono realmente alle navi protagoniste del tragico evento; e anche se così fosse, difficile collegare automaticamente il punto del loro ritrovamento all’esatto luogo in cui avvenne la collisione. Elementi di maggiore interesse potrebbero emergere dall’analisi chimica dei frammenti, per la possibile presenza di microparticelle di varia natura. Ma è passato troppo tempo, le due navi non esistono più (demolite entrambe ancora prima che finisse il processo) e forse altre mani hanno provveduto da tempo a rimuovere tracce e prelevare reperti imbarazzanti dal fondo del mare. Ma questo ha un’importanza relativa, ormai.

La cosa che conta davvero è che la scelta della Procura livornese di scandagliare il fondale del porto, dopo avere ascoltato numerosi testimoni (anche militari) insieme al mozzo Alessio Bertrand (unico sopravvissuto del Moby Prince) e come teste assistito Valentino Rolla (terzo ufficiale di macchina della petroliera), conferma che la verità deve essere ancora cercata e scritta. In mare, e non solo. Perché quello che ci hanno raccontato – la presunta nebbia, i presunti errori dell’equipaggio Navarma, la presunta rotta pericolosa, la presunta tragica fatalità – non spiega quanto è accaduto.

Troppi tasselli non combaciano con la versione ufficiale data in pasto all’opinione pubblica. Troppe domande rimangono ancora in attesa di risposta. Per quale ragione, poco prima della collisione, il traghetto si infila in un “cono d’ombra” che lo rende invisibile al radar operante alle spalle del porto livornese? Cosa disturba, fino a impedirle, le normali comunicazioni via radio del Moby Prince? Qual è l’origine di quel suono lugubre, metallico, assordante e continuo che sovrasta la voce disperata del marconista mentre lancia via radio il “May Day”? Perché i due allievi ufficiali che testimoniano di aver visto un incendio in mare vicino alla petroliera, ben prima che il Moby Prince uscisse dalla diga portuale, non vengono creduti e finiscono ridicolizzati come visionari lettori dei romanzi di Salgari? Perché il comandante di una nave ancorata nel porto comunica via radio, pochi minuti dopo la collisione, l’intenzione di non muoversi nonostante la vicinanza della petroliera in fiamme perché «sul radar compaiono troppi bersagli che si allontanano a grande velocità dal luogo dove è avvenuta la collisione»?

Come è possibile che venga smarrita la relazione di servizio dell’ufficiale della Guardia di Finanza Cesare Gentile (regolarmente protocollata ma mai pervenuta agli atti del processo) il quale, poche ore dopo la tragedia, scrive agli inquirenti di aver visto in mare poco dopo la collisione una nave militarizzata che movimentava armi? Quella sera il porto di Livorno era simile a una darsena militare, con numerose navi cariche di armi ed esplosivi provenienti dalla prima guerra del Golfo; ma dove era destinato quel materiale bellico trasbordato fra il 10 e l’11 aprile 1991 se proprio quella notte il canale di collegamento con la base Usa di Camp Darby risultava chiuso e inaccessibile dal porto? Perché l’unico sopravvissuto del Moby Prince, il mozzo Bertrand salvato in mare da due ormeggiatori, prima implora di intervenire subito perché «ci sono persone vive da salvare a bordo» e poi – prelevato da una motovedetta della Capitaneria di Porto che rimane con lui a bordo ferma mezz’ora davanti al Moby Prince in fiamme, in silenzio radio sui canali civili – sembra improvvisamente rassegnarsi al fatto che non ci sia più niente da fare perché «ormai sono tutti morti» (dato smentito dagli esami autoptici: la vita a bordo durò molte ore)? Chi ha bisogno di invocare il segreto militare per nascondere la verità?

Se anche non fosse più possibile individuare (e condannare) i colpevoli, almeno a una ricostruzione storica in grado di dare finalmente risposte credibili ad alcune di queste domande sarebbe l’inizio di un cammino importante, verso «frammenti di verità».

[Fonte Il Manifesto]

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