In cella da 18 anni per una rapina da settemila lire. Gli ergastoli bianchi dei "matti criminali"

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Giuseppe è da 18 anni dietro le sbarre dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto per aver rapinato 7mila lire con le mani in tasca, a fingere un’inesistente pistola. Andrea da 25 vive in cella, rinchiuso perché considerato socialmente pericoloso dopo essere stato fermato vestito da donna davanti ad una scuola. Fabio è qui da anni perché  ha rubato una bicicletta, Dario non esce da almeno 5 anni, ha reagito violentemente con gli agenti dopo essersi rifiutato di pagare un conto in pizzeria.

Sono centinaia gli ergastoli “bianchi”, le vite fragili interrotte, imprigionate. Con scadenza fine pena mai perché, nonostante il via libera dei giudici di sorveglianza, non ci sono strutture sul territorio pronte ad accogliere i detenuti condannati e con problemi psichici. Così negli ospedali psichiatrici giudiziari italiani, da Aversa a Secondigliano, spesso in condizioni vergognose, resta il 60 % dei detenuti psichici, di chi potrebbe ricominciare a vivere fuori “perché la maggior parte ha compiuto bagattelle” e ormai non è più considerato socialmente pericoloso. A denunciarlo un’indagine della Commissione parlamentate sull’efficienza del servizio sanitario nazionale 1 presieduta dal senatore Ignazio Marino, che ha convinto il ministro della Salute Fazio ad erogare 5 milioni di euro, bloccati da anni, destinati alle regioni e quindi alle Asl per progetti di accoglienza dei detenuti non pericolosi.

L’indagine della Commissione. “Analizzando il percorso dei 389 detenuti che su 1500 potenzialmente potrebbero essere dimessi, il 40 % è ancora ospitato nei centri. I risultati della nostra indagine da marzo a maggio mostrano una situazione a macchia di leopardo. Ci sono Regioni più virtuose e quelle meno”, spiega Ignazio Marino, presidente della Commissione. “La Campania ne accoglie molto pochi sul territorio, al contrario dell’Emilia Romagna, ma la cosa grave è che molte regioni non hanno nemmeno fatto richiesta dei fondi messi a disposizione per la presa in carico dei pazienti”.

Nella “lista nera” di chi non ha presentato alcun progetto – nonostante il Ministero abbia stanziato 5 milioni di euro – sono finite: Abruzzo, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Molise, Provincia di Bolzano, Sicilia e Valle D’Aosta. Nel dettaglio, tra gli Ospedali psichiatrici giudiziari dove le cose sono andate peggio c’è quello di Aversa (Campania), dove sui 105 dismissibili solo 21 sono stati dimessi, 23 trasferiti, 2 deceduti (su un totale di 6 morti nella struttura da gennaio). Dal lato opposto l’Opg di Reggio Emilia, dove sui 37 dismissibili sono effettivamente usciti 23 pazienti, 4 sono stati trasferiti e uno è deceduto.

Ospedali cadenti, topi e letti di contenzione. Luoghi, come raccontano gli stessi operatori e testimoniano le immagini del documentario mostrato ai ministri e che ha commosso il presidente del Senato Renato Schifani, spesso cadenti, inadeguati. Con i topi che escono dalle latrine alla turca, dove fino al 2009 c’erano i letti di contenzione – tolti sopo una condanna della comunità europea per tortura. Centri con pochi uomini, mezzi e risorse economiche. Ad riconoscerlo la stessa direttrice di Aversa, Carlotta Giaquinto, dove nei primi sei mesi dell’anno sei detenuti sono morti, tre suicidi. “La struttura dove sono ricoverati in 240 malati psichici è fatiscente, abbiamo solo 4 educatori e 2 psicologi per trenta ore, gli psichiatri lavorano addirittura solo come consulenti.

Marino: “Così non c’è dignità”. “Come si fa a garantire cura con un minuto di terapia a testa – afferma dil senatore Ignazio Marino – come si fa così a garantire il rispetto della dignità umana e la possibilità di terapia sancita dalla costituzione”?, si domanda Marino che ieri ha organizzato con la commissione un convegno in Senato per sentire tutte le parti in causa: dai direttori degli ospedali agli operatori sanitari, dalle regioni ai tribunali, dalle comunità terapeutiche al ministero. E trovare una via di uscita. “Perché così non si può andare avanti. Arriveremo alla chiusura di questi luoghi. Non può continuare ad esistere un limbo dove non viene rispettata né la persona, ne il suo diritto alla salute e a un futuro. Gente che ha commesso delitti ben più gravi, scontata la pena è fuori. Loro, che proprio perché malati psichici dovrebbero essere più protetti hanno come fine pena mai per mancanza di strutture”.

Un’isola felice per ricominciare a vivere. Una delle poche isole felici sul territorio è la comunità di Sadurano poco lontano da Castrocaro, in Emilia Romagna. “La regione prima ha cominciato a pensare dove costruire realtà sul territorio e poi ha creato i centri residenziali per accogliere i pazienti, Noi siamo una di queste realtà, un luogo di transito per verificare che uno sia veramente pronto per la vita fuori. Qui i detenuti riconinciano a vivere, a lavorare magari in officina. Abbiamo avuto 36 pazienti in 3 anni, sedici sono tornati alle loro case, altri vivono altrove in strutture a bassa protezione”, dice il presidente Stefano Rambelli, appassionato psicologo quarantenne.

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