19 settembre 2018

In 200mila a Roma: "L'acqua deve essere pubblica!" Tariffe "privatizzate" a +64%

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di Paola Zanca

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In 200mila a Roma per l'acqua pubblica

Di azzurro, qui c’è solo l’acqua. Dipinta sulle guance, disegnata sui rubinetti di cartapesta. Sono quelli che il governo ha deciso di chiudere. A tutti quelli che non pagano. Ieri, per le strade di Roma, una gran folla di persone – 200mila secondo gli organizzatori – è venuta a dire che per l’acqua soldi non ne vuole dare: perchè è un bene di tutti. Chiedono un referendum per abrogare il decreto approvato dal governo (con tanto di fiducia) che stabilisce che entro dicembre 2011 la gestione del servizio idrico dovrà aprirsi al mercato, con quote del 40% di capitale privato. “Sindaco, svegliati, l’acqua non è più tua”, gridano i manifestanti. Di sindaci, in piazza, ce ne sono tanti. Agliana, Modica, Vittoria, Melilli, Lanuvio, alcuni dei gonfaloni in testa al corteo. Bengasi Battisti il sindaco lo fa a Corchiano, un paese in provincia di Viterbo. É del Pd. “Il mio partito non ha aderito alla manifestazione – dice – ma io sono qui lo stesso” .

Battisti è uno dei 200 primi cittadini – alcuni anche del Pdl – che fanno parte del Coordinamento enti locali per l’acqua pubblica. Tutti hanno votato ordini del giorno o inserito nello statuto comunale il principio per cui l’acqua è un bene comune, privo di rilevanza economica ed è un diritto dell’uomo. Hanno ben chiaro in testa che cosa significa privatizzazione: “Diminuiscono gli investimenti da 2 miliardi a 700 milioni di euro – spiega il sindaco – Si perde il 30% dei posti di lavoro, aumentano del 20% le perdite d’acqua e le bollette lievitano del 64%”. Numeri che parlano da soli. E infatti, dice Battisti, “su questo, la gente è con noi”. La gente, per esempio, è Gianni Fabiani. Settantaquattro anni, pensionato, iscritto alla Cgil, viene da Treviso. “La vede questa goccia?”, dice indicando il blu che ha dipinto sulla guancia. “Se la diamo in mano agli strozzini ce ne lasceranno un po’ o dovremo pagare tutto?”. Quando gli chiedi la differenza tra questo corteo e quello del Pdl fa la faccia scura: “Quelli hanno un interesse forte per loro, noi per la comunità. Ma siamo vigili, non passeranno”. Vigile, e parecchio arrabbiata, è anche Antonella Renzullo, 54 anni da Portici. È a Roma con il Comitato beni comuni della sua città, a sostenerli c’è anche la parrocchia.

“Per molti di noi – racconta – questo viaggio è come un pellegrinaggio: il mondo è pieno di persone assetate dalle multinazionali, noi rischiamo di fare la stessa fine”. Colpa dell’arroganza del governo: “In Parlamento c’è depositata una proposta di legge di iniziativa popolare, sostenuta da 500mila cittadini, che definisce l’acqua bene comune e dice che va gestita senza profitto. E il governo che fa? Mette la fiducia su un decreto che impone tutto il contrario”. E gli italiani in piazza per il Pdl? “Ognuno è libero di manifestare per chi crede. Ma c’è chi è venuto qui a proprie spese e chi per arrivare a Roma ha preso i soldi. Il potere economico compra anche le coscienze”. “Lucrare sui bisogni primari – le fa eco Elena, 28 anni, di Capannori, provincia di Lucca – è l’apice di una politica che è solo tutela dell’interesse privato e non della collettività”. I numeri sono strani. In tanti (nemmeno troppi) a difendere uno. In pochi (nemmeno troppi) a pensare a tutti.

Fonte Il Fatto

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