Imprese che applicano il contratto. A Capannori sconfessata Confindustria

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di Riccardo Chiari*

Viaggio nel distretto cartario lucchese dove le aziende, leader mondiali del settore, applicano il contratto unitario del 2008 siglato anche dai metalmeccanici della Cgil Nella provincia di Lucca le più importanti aziende del settore delle macchine per la carta sconfessano la politica confindustriale degli accordi separati

Le associazioni degli industriali strepitano, i singoli associati firmano. Siglano, nelle pieghe del contratto integrativo ma anche in aziende piccole, accordi che recuperano l’ultimo contratto unitario dei metalmeccanici. Quello del 2008, «rinnegato» l’anno seguente da Fim e Uilm ma rimasto sempre valido per la Fiom. Da un anno e mezzo a questa parte si va avanti così nel distretto cartario lucchese. In particolare nel settore delle macchine per la carta, dove la lucchesia è leader mondiale. Ma anche in altre realtà produttive, di fama internazionale come i cantieri viareggini Azimut-Benetti, o di rilievo nazionale come le Rubinetterie Ponsi. Insomma le tute blu dell’intera provincia – un vasto territorio che comprende Lucca e la Garfagnana, la piana di Capannori e la Versilia – si sono riconquistate, quasi in ogni dove, il «loro» contratto. L’ultimo che era stato discusso, votato e approvato dai lavoratori.

Una vittoria della Fiom, certo. Ma non solo. «Le aziende vanno veloci – osserva Massimo Braccini – hanno affrontato e anche subìto la crisi. Ma ora che ne stanno uscendo fuori, sono gli stessi vertici imprenditoriali a ‘ripensare’ le loro antiche valutazioni sui contratti». Il segretario provinciale dei metalmeccanici Cgil apre la finestra del suo ufficio, nella nuova e spaziosa sede della Camera del lavoro. Sul tavolo l’ultimo comunicato stampa, datato primo agosto, che certifica una vittoria sindacale: «Le più importanti aziende del settore metalmeccanico della Provincia di Lucca si sono dissociate dalla linea di Federmeccanica e hanno dichiarato, siglando appositi accordi, che applicheranno il Contratto collettivo nazionale del 2008». A seguire alcuni nomi: c’è la Perini di proprietà della multinazionale tedesca Koerber PaperLink, e la Pcmc del gruppo statunitense Barry-Wehmiller; poi l’altra multinazionale Fosber, e la già citata Azimut-Benetti. «Sono già una quindicina e sono le più grandi tranne la Colged – tira le somme Braccini – poi altrettante piccole e medie aziende, in media di trenta, quaranta dipendenti, ci hanno già fatto sapere che a settembre non ci saranno problemi ad applicare il vecchio contratto unitario. Anche quando non esiste l’integrativo aziendale». Già, perché lo strumento utilizzato dalla Fiom per recuperare il contratto unitario nelle fabbriche più grandi è stato proprio l’integrativo: «Nel suo preambolo – spiega il segretario Fiom – viene ‘definita’ l’applicazione del contratto del 2008. Lo abbiamo fatto in tutte le aziende dove c’era da discutere l’integrativo».

Alcuni vertici aziendali sono stati veloci anche a capire che il muro contro muro avrebbe portato più problemi che benefici. Il primo ad arrivarci, già lo scorso anno, è stato l’amministratore delegato della Pcmc, Sergio Casella, che si è dissociato della linea confindustriale e ha sottoscritto per i suoi 110 dipendenti l’applicazione del contratto del 2008. «Anche grazie a questa mossa siamo usciti bene dalla crisi – ricorda Baccini – Quando i vertici americani del gruppo Barry-Wehmiller hanno analizzato i risultati della fabbrica, hanno ‘promosso’ Casella a pieni voti». All’inverso alla Perini, che con i suoi quasi 600 addetti è l’azienda simbolo del comparto, le trattative sono state in salita: «Il loro ruolo di capofila del distretto le ha fatte irrigidire. Così c’è stata una vertenza abbastanza lunga, con 70 ore complessive di sciopero». Soprattutto con il blocco degli straordinari, che si è rivelato un disastro per un’azienda impegnata a montare complessi macchinari in ogni parte del mondo. Il risultato finale per la Perini parla di 3 milioni di euro andati in fumo, e di una conflittualità in fabbrica che ha finito per pesare anche nei rapporti con i clienti, prima della firma sull’accordo del 2008. Una firma costata inoltre la sostituzione del direttore del personale, travolto da una «rigidità» che lo ha portato a scontrarsi con una Fiom capace da queste parti di fare l’en-plein di delegati in ogni elezione delle Rsu.

Ora che il contratto unitario dei metalmeccanici sta per scadere cosa accadrà? «In tutti gli accordi firmati in questi diciotto mesi – chiude Baccini – è scritto che il contratto resta in vigore fino a quando non ne sarà rinnovato uno, nazionale, firmato da tutte e tre le categorie confederali. Tecnicamente si chiama ‘principio di ultrattività’, nei fatti è una garanzia per tutti i lavoratori, non solo per quelli dei macchinari per la carta». Una garanzia anche per le imprese, almeno a giudicare dalla sorpresa dei cinesi che recentemente hanno bandito grandi appalti per i prodotti del comparto, e si sono trovati davanti tre, quattro concorrenti. Tutti del piccolo distretto ‘cartario’ lucchese, che non per caso è all’avanguardia anche sui fattori sempre più decisivi dell’innovazione e della ricerca. Lì dove l’intero paese annaspa. E la stessa Toscana una volta tanto si trova, purtroppo, nelle posizioni di retroguardia rispetto alle altre regioni della penisola.

La scadenza del contratto nazionale siglato unitariamente da Fiom, Fim e Uilm nel 2008 e poi sconfessato da Cisl e Uil. A settembra si apre dunque per la Fiom la stagione del rinnovo.

*Il Manifesto

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