Immigrati e la banca del voto

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di Igiaba Scego, da L’Unità

Jaskarandeep Singh Gakhal è originario del Punjab, essendo figlio di migranti, in un’Italia dominata dal pensiero leghista, si sente straniero nella sua nazione. “Jaska”, così lo chiamano gli amici, non può votare. In queste elezioni regionali 2010 con uno dei più alti tassi di astensionismo di sempre, molti figli di migranti avrebbero voluto recarsi alle urne ma non hanno potuto farlo. I figli di migranti non sono italiani perché la legge non permette un facile accesso alla cittadinanza.

Se sei nato in Italia a 18 anni devi portare una documentazione per ottenere la cittadinanza e se c’è stato qualche disguido, del comune per esempio, tu figlio di migrante diventi automaticamente straniero. Puoi anche essere rimpatriato verso un paese «di origine» che non conosci. Se sei venuto da piccolo, invece, sei considerato uno straniero e basta. Il deputato del Pd Andrea Sarubbi promotore, insieme a Fabio Granata (Pdl) di una proposta di legge che prevede una serie di modifiche alla legge sulla cittadinanza, si è inventato la provocazione della “banca del voto”: una pagina di Facebook dove gli immigrati senza diritto di voto possono indicare le loro preferenze agli italiani sfiduciati.

Così si sfoga Jaska: «Faccio parte di quella fetta del popolo italiano che, un secolo dopo il suffragio universale maschile e mezzo secolo dopo il voto alle donne, non ha potuto votare in queste elezioni. Per noi si sono dimenticati di applicare le regole della democrazia… Fino a quando le leggi non cambieranno non potremo essere gli Obama italiani, ma nemmeno insegnanti, avvocati, magistrati, bidelli e qualsiasi altra attività che preveda l’accesso mediante concorso pubblico».

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