Il sogno proibito di un posto al caldo

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Quasi un anno fa scrivevamo su questo giornale di Pal Surinder, cittadino indiano morto di freddo alla stazione Campo di Marte il 28 dicembre 2007. I mesi sono passati da quel tragico avvenimento, ma le istituzioni hanno imparato qualcosa da quell’episodio? Come è gestita oggi l’emergenza freddo nella nostra città? Niente di nuovo sotto il sole, o meglio sotto il gelo. Le persone che si trovano in difficoltà, sprovviste di mezzi e costrette a passare la notte fuori, per strada, aumentano e i provvedimenti presi sono ancora insufficienti.
Per poter aspirare ad un posto al caldo si può andare all’Ostello delle Rifiorenze ma a patto che si abbiano minimo 47 anni; agli altri non resta che fare la fila alla Caritas (che gestisce la residenza per conto del Comune), dalle 9 alle 12, ogni mattina, per iscriversi in liste d’attesa lunghissime e senza speranza. Oppure ci si può rivolgere all’Albergo Popolare, ma solo se si è residenti e per il tramite dei servizi sociali, mentre tutti gli altri possono alloggiarvi solo per un massimo di dieci giorni. Entrambe le soluzioni inoltre sono rivolte esclusivamente agli uomini. Per le donne c’è soltanto il Conservatorio del Fuligno, che dispone di 10-15 posti.
Insomma, sono ancora tante, troppe, le persone alle quali non si può garantire un posto al caldo per ripararsi dal freddo: tutti quelli che non possiedono i prerequisiti giusti. Mentre dormire all’asciutto e al sicuro dovrebbe essere un diritto garantito a chiunque.
Da tempo associazioni come l’Aurora sollecitano l’amministrazione comunale per ottenere un tendone riscaldato o mettere a disposizione uno spazio pubblico a costo zero. A Parigi ad esempio una parte della metropolitana viene lasciata ai senza tetto, affinché possano passare una notte al coperto. A Firenze invece i vigili, attenendosi all’ordinanza sul decoro del luglio scorso, sequestrano addirittura le coperte di quanti dormono all’aperto, e fanno a ciascuno una multa di ben 160 euro.

In altre parole, oltre a non fornire aiuti adeguati, per di più si infierisce sequestrando l’unico mezzo per ripararsi dal freddo. Una situazione questa che merita una denuncia da parte dell’opinione pubblica perché, come sosteniamo da tempo, dietro quella che viene definita “emergenza freddo” si nasconde in realtà un’emergenza ben più seria che dovremmo chiamare “sociale”.

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