23 settembre 2018

Il popolo al microfono

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La sede di Radio Alternativa de Caracas (RAC), una radio comunitaria, è situata all’ultimo piano di un grattacielo nel centro della città. Dalle grandi vetrate si vedono brillare le luci al neon dei quartieri ricchi e, sulle colline, quelle delle piccole case autocostruite dei ranchitos, le favelas venezuelane.
Ci accoglie Leonardo, uno dei più vecchi conduttori della radio: “La nostra emittente trasmette dal 1999” ci spiega “e riusciamo a coprire tutta la città”. In realtà gli operatori della radio hanno una lunga esperienza di comunicazione alternativa precedente alla nascita di RAC. Molti di loro erano muralisti, musicisti, teatranti, poeti, attivisti…
“Lo sviluppo dei media indipendenti” prosegue Leonardo “è cominciato quando il movimento popolare riuscì ad imporre il governo di Chavez, un governo abbastanza moderato nonostante lo scandalo suscitato dai mezzi di comunicazione, in mano all’oligarchia asservita alle multinazionali”.
è stata proprio la mancanza di scrupoli delle televisioni private a suggerire al governo l’idea di potenziare le radio e le TV comunitarie. In Venezuela lo stato controlla solo il 26% delle emissioni radiotelevisive, mentre il rimanente è in mano ad alcuni grossi imprenditori. Dei piccoli imperi mediatici sullo stile della nostra Mediaset. L’immaginario proposto da queste TV è quello dei ricchi venezuelani con il mito delle vacanze a Miami, delle sfilate di moda e dei reality show.
Dopo le elezioni che videro la vittoria di Chavez, i media privati scatenarono una campagna per screditare il governo, colpevole di rivolgersi alla popolazione dei ranchitos, da sempre emarginata dalla cultura ufficiale venezuelana. Riuscirono a diffondere il terrore della delinquenza (che ovviamente, secondo loro, sarebbe aumentata) e del regime “castro-comunista”. In un crescendo di insulti – il Presidente veniva addirittura chiamato “scimmia”, con disprezzo per i suoi tratti somatici da indio – e provocazioni, le TV private giunsero addirittura ad incitare al colpo di stato.
Di qui l’impulso dato a radio comunitarie come RAC: il governo, piuttosto che limitare con misure autoritarie la libertà di espressione dell’opposizione, ha preferito finanziare i media alternativi. Nonostante le campagne mediatiche violente e bugiarde messe su dall’opposizione, nessun organo di informazione è stato censurato. Le radio comunitarie a loro volta danno spazio alle iniziative sociali del governo come le “missioni” di alfabetizzazione, di medicina gratuita…
E infatti nel 2002, durante il fallito golpe, gruppi di oppositori al governo irruppero nella sede di RAC distruggendo le apparecchiature.
è ancora Leonardo a descriverci il lavoro di RAC: “Prendiamo i soldi dal governo, ma il nostro obbiettivo è quello di essere indipendenti anche da un punto di vista economico. Se una scuola di teatro, ad esempio, vuole avere uno spazio nel palinsesto, partecipa anche con una piccola quota alle spese della radio. Le pubblicità devono avere un significato sociale. Le decisioni le prendiamo tutti insieme, in assemblea. Vogliamo dare la voce a chi non viene ascoltato. Facciamo parlare le comunità di base. In campo musicale cerchiamo di valorizzare le produzioni locali, di tutti i generi, ma venezuelane. Abbiamo dei buoni programmi di salsa. Dobbiamo opporci all’imperialismo culturale”.
Secondo molti attivisti, tra i venezuelani più poveri si sono sviluppate, proprio a causa della loro emarginazione culturale, delle forme di cultura alternativa di grande interesse. La loro valorizzazione è un obiettivo primario per i conduttori delle radio comunitarie. RAC cerca anche di realizzare dei programmi culturali che coniughino il rigore scientifico con la semplicità per farsi comprendere da tutti. “Abbiamo anche programmi di filosofia” afferma Leonardo.
Radio Alternativa de Caracas è diventata un esempio per tutto il Venezuela. Ha fornito assistenza tecnica alle comunità dell’Alto Orinoco per installare l’emittente La Voz del Caciquiare, prima radio indígena del paese. Le comunità indigene sono tra i protagonisti della rivoluzione bolivariana. La costituzione ha riconosciuto le lingue delle popolazioni native come lingue ufficiali. Gli indigeni non hanno una tradizione scritta e probabilmente le radio sono il mezzo più adatto per trasmettere la loro cultura orale.
Nicia Maldonado, presidentessa del CoNIVe (Consiglio Nazionale Indigeno del Venezuela) dichiara: “Chi dirige il Governo non è un indigeno, ma lo appoggiamo perché ha dato, sia al popolo indigeno che a quello non indigeno, una partecipazione da protagonista”.
In un quartiere popolare alla periferia di Caracasabbiamo visitato anche la sede di Radio Alì Primera (nome del più noto cantautore di protesta venezuelano, morto negli anni ‘80). Qui ragazzi giovanissimi realizzano programmi di rap e di heavy metal in modo ancora abbastanza artigianale. “Appoggiamo il governo e il processo bolivariano, ma non facciamo propaganda esplicita, siamo una radio indipendente” dicono i conduttori.
I ragazzi si impegnano molto, ma ancora la radio non è riuscita a conquistare gli ascoltatori più anziani, appassionati di salsa, musica folk e di serie discussioni politiche. Più facilmente saranno seguiti dai loro coetanei alle prese con emarginazione, microcriminalità, gravidanze minorili e tossicodipendenza.
Le comunità di base sono molto attive su questi problemi e le radio di quartiere possono essere per loro un utile strumento.
Oggi i mezzi di comunicazioni alternativi e comunitari nel paese comprendono 467 giornali, 9 televisioni e 38 radio.

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