Il misto è servito

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Su queste pagine ci siamo occupati spesso di stranieri. Lavoratori immigrati, richiedenti asilo, profughi di guerra, bambini stranieri, “nomadi”… Di queste “categorie” abbiamo raccontato le storie spesso drammatiche o sconcertanti, i problemi di inserimento, le domande di accoglienza e sostegno rimaste inascoltate.
In questo numero abbiamo cercato un’angolazione diversa, mettendo per un attimo da parte le tante questioni politiche ancora da risolvere (legge Bossi-Fini, CPT, diritto d’asilo) per parlare di alcuni tasselli di questa nostra nuova società “mescolata”.
Che di fatto lo sia, ce lo confermano i dati: dal Dossier statistico Caritas del 2005 apprendiamo che la Toscana è al quinto posto tra le regioni italiane per presenza di cittadini stranieri regolarmente soggiornanti, che sono aumentati dell’8% dal 2004. Sono 223.000, il 6.2 % dei residenti (la media italiana è del 4.8%), con una distribuzione diversa nelle varie province. In testa troviamo Prato con l’11.9%, seguita da Firenze col 7.9%. I lavoratori assunti a tempo indeterminato sono più di 52.000, di cui la metà impiegati nei servizi, il 43% nell’industria e solo il 7% nell’agricoltura. Le donne lavoratrici sono circa il 38%.
La maggioranza degli immigrati in Toscana è cristiana (46%), seguono i musulmani con il 31%, e poi le altre confessioni con il 23%.
Il numero dei minori stranieri è salito a quasi 40.000. Nell’anno scolastico 2004-2005 gli alunni non italiani sono aumentati di circa un quinto, arrivando a contare 23.967 studenti, il 5.4% del totale. Di questi più di un terzo studia a Firenze. La maggioranza viene da paesi dell’Europa non comunitaria (51%) seguiti dal 16% di asiatici e da un 8% di africani. Gli studenti albanesi sono il gruppo più vasto, tranne che a Firenze e Prato dove il primato spetta ai cinesi.
Sulla situazione degli stranieri – anche irregolari – in Toscana abbiamo ulteriori dati forniti dai centri di ascolto della Caritas, che si riferiscono soprattutto alle province di Prato e Firenze. Nel 2004 questi centri hanno incontrato più di 10.000 persone, la metà delle quali senza permesso di soggiorno. I problemi più pressanti lamentati sono, com’era da aspettarsi, il lavoro e l’alloggio.
In questa società mescolata, succede che lo straniero che lavora possa decidere di mettersi in proprio, aprendo un negozio di parrucchiera come Nory, che crede nelle proprie capacità e nella necessità di “adeguarsi” al suo paese di adozione.
È possibile scegliere un partner di un’altra nazione, e affrontare insieme i problemi di tutte le coppie – la casa, la convivenza, arrivare a fine mese – e magari qualcuno in più, ma è possibile anche scoprire che la necessità del dialogo e del rispetto può essere un ottimo collante.
In questa società mista, bambini più o meno misti si incontrano e imparano a conoscersi e rispettarsi a scuola e fuori, con l’aiuto ancora un po’ timido di istituzioni intelligenti…
E c’è chi, spontaneamente, mette la propria competenza professionale a disposizione della costruzione di una mescolanza equilibrata.
Si tratta di piccoli esempi che attestano l’evidenza di una realtà: la società mista esiste già, ed è, naturalmente e fortunatamente, inevitabile.
Perché cresca nel modo più armonico possibile, senza traumi e sopraffazioni, ma anche senza appiattimenti e omologazioni, è necessario da parte di tutti uno sforzo di conoscenza e rispetto della diversità, è necessaria da parte delle istituzioni una politica più coraggiosa e creativa nel campo dei diritti e della promozione della cittadinanza.
Una politica cioé fatta di piccoli e grandi provvedimenti che siano in grado non solo di garantire agli immigrati i diritti fondamentali di ogni individuo – superando una volta per tutte l’ottuso egoismo del “prima gli italiani”- ma anche di valorizzare culture, competenze e talenti specifici di persone che, casualmente, sono nate altrove, come casualmente “noi”siamo nati qui e per questa casualità pensiamo che sia “casa nostra”…

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