Il malessere in valigia

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Quando si parla di “malessere” dei migranti cosa si intende? Quali sono le cause del loro disagio? Lo abbiamo chiesto ad Alessandra Petrone, psicologa.
Il migrante che accede ai servizi è una persona in “crisi” nel significato letterale del termine, ma la crisi, cioè la rottura, è iniziata nel suo paese di origine nel momento in cui è stata presa la decisione del “grande cambiamento”.
Tale cambiamento è provocato sicuramente da diverse istanze tra cui l’esigenza di sopravvivere, ma non solo.
Ogni crisi provoca disagio, cioè richiede nuovi adattamenti e un cambiamento quale la migrazione richiede trasformazioni radicali, la messa in discussione totale di equilibri precedenti.
Gli arabi usano il termine “hareg” (bruciare) per indicare il partire clandestino, il rischiare il tutto per tutto.
Si va verso il nuovo, verso mondi sconosciuti con rituali misteriosi e spesso minacciosi portando con noi un bagaglio prezioso, ma forse poco efficace.
La stessa identità spesso viene messa in discussione, se non dallo stesso migrante, dalla comunità che lo “accoglie”. E così si rischia di arroccarsi in una difesa ad oltranza di ciò che si è lasciato oppure in una squalifica del passato per aderire al futuro, perdendo l’opportunità di una integrazione tra vecchio e nuovo.
Spesso i migranti si trovano in situazioni affettive difficili, le reti familiari se non inesistenti o spezzate, sono frammentate, le generazioni entrano in conflitto, le relazioni tra i sessi diventano più difficili.
Se aggiungiamo a questo anche difficoltà economiche di alloggio o altro, il disagio diventa vero malessere.
Tutto ciò non fa del migrante un “malato”, ma solo una persona in difficoltà che ha bisogno di aiuto per districarsi nel labirinto esistenziale della nuova situazione.
Purtroppo nella realtà avviene che per mancanza di strutture adeguate e di comunicazione autentica il malessere si trasformi in “malattia”, che viene ospedalizzata con conseguenze negative rispetto alla possibilità di integrazione.
Dall’altra parte, c’è l’operatore con i suoi schemi, le sue categorie e il suo sistema di valori, le sue paure verso l’altro.
Anche l’operatore viene preso in questi lacci che impediscono una vera apertura e accoglienza dell’altro. è difficile per ognuno di noi prescindere dalla propria visione del mondo, visione che in qualche modo ci rassicura.
Così si tende a considerare migliore il nostro sistema di valori, svalutando la diversità che abbiamo di fronte e che in qualche modo ci intimorisce.
L’”altro” ci mette in crisi a nostra volta, ma solo affrontando tale crisi si può entrare in uno spazio di condivisione autentico e di dialogo, in uno spazio che ci arricchisce a nostra volta.

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