Il lusso di un figlio

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Ci sono donne che quando aspettano un figlio sono costrette a partire per altri paesi, a perdere alloggio e lavoro, ad allontanarsi dal proprio compagno. Sono le madri immigrate che vogliono restare con i loro bambini.
Fino a ieri, nei momenti di emergenza (le varie guerre: prima Eritrea e Somalia, poi Albania ed ex-Jugoslavia) essere madre accanto ai propri figli era un lusso: per avere un lavoro (quello di domestica), un alloggio (presso le famiglie), o semplicemente per trovare loro una sistemazione, le donne straniere affidavano i bimbi agli istituti.
Adesso pare ci sia un’inversione di tendenza. Non ci sono più arrivi di massa dovuti alle guerre: i ragazzini arrivano per ricongiungimento familiare, quando la situazione lo permette.
Il problema si sposta quindi sulle donne in gravidanza, anche se ci sono ben poche nascite, per difficoltà sia di alloggio che lavorative. Le donne somale in genere vanno a partorire in paesi dove vengono più tutelate che in Italia (ma d’ora in poi questo sarà ben più difficile: se riconosciute dalle impronte digitali verranno rispedite qua [vedi a pagina9]).
Ma per le altre donne sole che non affrontano tale viaggio le alternative sono poche: chi per esempio fa la domestica a tempo pieno e lavora fino al settimo mese, anche se è assicurata, è raro possa tornare al proprio posto e abitare in casa di un anziano con il bambino. Altre, a cui manca l’alloggio, risultano ragazze madri anche se in realtà il marito c’è. Hanno così un posto in istituto, ma col figlio.
Ilaria Lombardi, che lavora all’Istituto degli Innocenti, spiega che “si cerca di rendere autonomo il nucleo madre-bambino, indirizzando le donne verso lavori non a tempo pieno”, e che queste vengono aiutate anche nella ricerca di un alloggio.
Irene La Piccirella è responsabile della casa-famiglia Santa Lucia che ospita solo straniere, dove le madri possono restare con i figli (fino all’età di 18 anni per le femmine, e di 7-8 per i maschi): “Qui le donne vengono aiutate a trovare un lavoro, ma non un alloggio. Spesso, quando non riescono a rendersi indipendenti, riaccompagnano i figli al paese, oppure passano da una struttura all’altra. Spesso vengono loro proposti affidi familiari.”
E così, ancora una volta, donne e bambini stranieri si trovano, senz’altro motivo che la precarietà di lavoro e di alloggio, a non avere il diritto di costituire una famiglia. La loro retta in istituto sarebbe forse meglio spesa per un canone equo ed un sussidio mensile. “Cinque- sei anni fa ci riuscimmo” sostiene Minia, eritrea della cooperativa Mereb. “Dopo alcune occupazioni con il Movimento di lotta per la casa (non trovavamo giusto occupare: come rifugiati avevamo dei diritti e sfondare le porte non doveva essere necessario), entrammo in trattativa col sindaco. Gli chiedemmo se ci voleva tenere ancora negli istituti, o se ci voleva concedere qualche alloggio. Lo abbiamo ottenuto, all’epoca, per donne con figli e anziane.” E adesso?

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