Il lusso della disinformazione

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Qual’è la situazione dell’informazione negli Stati Uniti, in particolare dopo l’11 settembre e a proposito della guerra in Iraq?
Non ho dati precisi in merito, ma vedo i miei colleghi alle prese con molta più autocensura rispetto al passato. Hanno scelto di non fare domande difficili ai rappresentanti politici. Penso sia una reazione umana naturale sentirsi vulnerabili e stringersi intorno al leader, ma è pericoloso per la democrazia, soprattutto dato che l’amministrazione Bush è molto più “blindata” rispetto alle precedenti. Di recente ho fatto un servizio sul Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, citando una storia di un altro reporter che raccontava di una visita di Rumsfeld a Baghdad negli anni ’80, durante la quale incontrò Saddam proprio mentre l’Iraq stava utilizzando i gas contro gli iraniani. Il giorno successivo alla trasmissione del servizio un reporter di un altro network attaccò sulla porta del nostro ufficio al Campidoglio un biglietto con su scritto: “Basta menzogne!”
Come risultato dell’attacco dell’11 settembre penso che alcuni americani siano divenuti più attenti al problema dei mezzi di informazione che abbiamo da decenni; i maggiori media dipendono dallo Stato per accedere all’informazione, non hanno una reale relazione antagonistica con il governo e, mano a mano che passa il tempo, la proprietà dei media diventa sempre più concentrata. La Corte Suprema stabilì negli anni ’50 che tutti devono avere accesso all’informazione proveniente da “fonti diverse e in concorrenza”, ma con il il crescente consolidamento dei media, la competizione tra media è diminuita e un sempre più piccolo numero di network ripete le dichiarazioni ufficiali del governo in maniera acritica. Questo è un processo veramente terrificante e i media sono mal disposti a parlarne, perchè traggono benefici economici da questo stato di cose. Per esempio, ancora adesso, una gran massa di persone è convinta che gli attacchi dell’11 settembre hanno a che fare con Saddam Hussein, nonostante sia facilmente dimostrabile quanto tutto ciò sia falso. Ma il Presidente lo dice, i media lo riportano e la gente ci crede. Non abbiamo mai visto in TV immagini di comuni cittadini iracheni, e così si resta con l’impressione che l’Iraq sia una nazione di terroristi.
Che eco hanno eventi come i Social Forum di livello mondiale e continentali o le recenti manifestazioni contro la guerra in Iraq?
Il fenomeno dei Social Forum è quasi completamente sconosciuto negli Stati Uniti, anche tra i progressisti. Ho condotto il nostro programma radio dal Social Forum di Porto Alegre quest’anno, ma quando sono tornato ho notato che ero costretto a spiegare a molta gente di cosa si trattasse. Gli americani sono ignoranti sul mondo che sta fuori i confini degli Stati Uniti, nonostante abbiano accesso a più informazione rispetto alla maggior parte degli altri esseri umani. Vorrei dire anche che molti americani sono orgogliosi del fatto di non sapere molto sul resto del mondo: è un lusso che pensano di potersi permettere. Quando viaggio fuori dagli Stati Uniti, rimango sempre esterrefatto dalla conoscenza che le persone hanno sugli avvenimenti in corso, sulla storia internazionale. Dopo l’11 settembre anche da noi c’è stata una grossa ascesa nella copertura dell’informazione a proposito di eventi internazionali, ma adesso è praticamente sparita.
Penso che le recenti manifestazioni contro la guerra abbiano avuto un impatto negli Stati Uniti. Sono sicuro che chi vive tra le due coste è rimasto scioccato nel vedere così tanta gente opporsi alle politiche del loro presidente. Per quelli che hanno dubbi a proposito della guerra le immagini dei manifestanti in TV devono essere state decisive. Ho guardato la TV nei giorni successivi al 15 febbraio e sono rimasto sorpreso nel sentire reporters delle dei grandi network riconoscere per la prima volta che l’opinione pubblica mondiale fosse a stragrande maggioranza contro Bush. Le proteste hanno dato nuova linfa ai movimenti progressisti. Ci piace molto guardare le immagini di milioni di persone alle manifestazioni in altri paesi. Grazie Italia!
Cosa significa lavorare per un network indipendente nel “cuore dell’Impero”?
Washington DC può scoraggiare, perché vedi da vicino come i pagamenti delle grandi corporation ai politici hanno un impatto ben maggiore sulle decisioni politiche di quanto ne abbia il singolo elettore. Lavorando nei media riesci a vedere il lato “show-business” del governo, qualcosa di veramente triste.
I giornalisti agiscono come pecore.
Sto arrivando a credere che la stessa città di Washington sia una colonia dell’Impero. Il governo federale sfrutta il lavoro di una vecchia, trascurata città afro-americana in cui i residenti non hanno diritto di voto per le elezioni al Congresso e pagano tasse per servizi che sono utilizzati principalmente dai bianchi che non vivono qui. In questo momento lo staff del Free Speech Radio Network è composto da me e una coppia di apprendisti. E’ triste che non abbiamo più persone e risorse nella capitale, perchè perdiamo delle opportunità di porre domande scottanti al Pentagono e al Dipartimento di Stato. Abbiamo un ufficio al Campidoglio [il Parlamento, n.d.t.], importante sia logisticamente che simbolicamente, ma rimane vuoto per metà della settimana perchè non possiamo pagare qualcuno che stia là per tutto il tempo.
Dal lato positivo è incoraggiante stare in un posto insieme a così tante persone che si interessano alla politica e al cambiamento sociale. Uno dei miei migliori amici lavora per una coalizione di tribù indigene della regione amazzonica, facendo in modo che i governanti siano al corrente delle loro problematiche. Un altro amico lavora in una organizzazione non governativa impegnata nella opposizione all’embargo statunitense a Cuba. Ci sono un sacco di persone interessanti qui provenienti da altri paesi che studiano o lavorano nei servizi diplomatici.
Puoi raccontarci l’esperienza del network al quale appartieni? Dove e com’è nato?
Free Speech Radio News (FSRN) è un’organizzazione indipendente di trasmissione delle notizie nata nel gennaio 2000 come risultato di uno sciopero contro la vecchia direzione di Pacifica Radio Network che stava operando una censura sulle notizie. Da quel momento FSRN si è ingrandita fino ad avere 200 giornalisti che lavorano da 40 stati statunitensi e 57 paesi esteri. Abbiamo rapporti amichevoli con la nuova gestione di Pacifica Network e le trasmissioni vanno in onda su circa 60 stazioni radio negli Stati Uniti. FSRN funziona come un collettivo, non ha capi. Abbiamo una riunione editoriale ogni mattina con 4 persone e un comitato di gestione che si riunisce una volta la settimana con circa 10 persone.
Il Pacifica Network è una istituzione di sinistra molto conosciuta negli Stati Uniti. Visto che siamo votati a sistemi democratici di decisione e di coinvolgimento del collettivo, dobbiamo fare i conti con un bel po’ di conflitti interni. Mentre io penso che si tratti di una situazione salutare, è vero anche che ciò ci impedisce di muoverci velocemente quanto vorremmo. Attraiamo molte persone che in genere sono considerate strane e ingenue e il nostro ruolo è di coinvolgerli.
Che tipo di finanziamenti utilizzate?
Sia Pacifica che FSRN fanno riferimento a fondi provenienti da piccole donazioni di singoli ascoltatori. Diverse volte interrompiamo la programmazione regolare per chiedere sostegno al pubblico, ricordando loro che non possiamo esistere senza il loro aiuto. Volontari di ogni radio vengono per rispondere ai telefoni quando facciamo queste campagne. Utilizziamo anche alcune risorse provenienti da un fondo governativo chiamato Corporazione per le Trasmissioni Pubbliche.
Personalmente avrei preferito non accettare questo denaro governativo, ma altri pensano sia importante che il governo finanzi delle voci indipendenti. Prendiamo quel denaro perchè siamo al verde, ma non prendiamo denaro dalle corporations, quindi non dobbiamo trasmettere pubblicità. Altri media cosiddetti “pubblici” hanno trovato strade per avere denaro dalle corporations e sprecano il tempo di trasmissione con messaggi commerciali.
Quali sono i vostri contatti fuori dagli Stati Uniti?
La FSRN è relativamente nuova e i nostri contatti internazionali sono in continua evoluzione. Fa parte dei nostri obiettivi l’idea di avere più giornalisti in diversi paesi. Alcuni nostri giornalisti statunitesti sono andati in Turchia, Brasile, Costa Rica, India, Pakistan, Venezuela e Giordania durante lo scorso anno per individuare, formare e attrezzare attivisti locali a diventare reporter di FSRN. Stiamo programmando di una missione di formazione in Africa questa estate, ma visto che abbiamo così pochi fondi, dobbiamo dipendere dalla disponibilità dei singoli giornalisti perchè queste missioni vengano realizzate: proprio non possiamo fornire un biglietto aereo e una valigetta piena di computer portatili e microfoni. Questo tentativo è nuovo e in evoluzione, ma aiuta a creare network di livello internazionale.
Siamo anche in contatto informale con alcuni centri di comunicazione indipendente in tutto il mondo, visto che abbiamo percorsi simili. Raggiungere un pubblico internazionale è il nostro grande obiettivo, ma è difficile farlo senza denaro e personale.
Siete legati al movimento statunitense che si oppone alla guerra in Iraq?
Assolutamente sì. Pacifica fu fondato da un pacifista di nome Lou Hill con la missione di promuovere la pace. Come parte della “Pacifica family”, la politica editoriale del FSRN è contro la guerra. Stiamo tentando di gettare luce su soluzioni creative al conflitto in Iraq e sul movimento popolare che vuole fermarlo, ma stiamo anche cercando di volgere l’attenzione della gente sulle miriadi di altre crisi esistenti al mondo e lasciate nell’ombra. Il Pacifica network ha creato di recente un’altra trasmissione che si chiama “Peacewatch” focalizzato sulla questione Iraq. Per quello che so è l’unica trasmissione di questo genere negli Stati Uniti, ma è trasmesso da una manciata di stazioni radio.
Pensi che riusciate a raggiungere un pubblico più ampio o si tratta soltanto dei più coscienti?
C’è ancora molta discussione su questo punto all’interno del network. Ad alcuni ascoltatori le mie storie appaiono troppo poco militanti, troppo distaccate dal punto di vista di un attivista/progressista. Altri accusano il FSRN di essere troppo schierato, di “predicare ai credenti”, cosa che essi ritengono inutile per diffondere messaggi di giustizia sociale a persone che non sono già pratiche del tema. Molti nostri ascoltatori preferirebbero ascoltare contenuti nei quali si assuma che la sinistra è giusta, mentre la destra, il centro e il governo sono sbagliati. Dal momento che è impossibile scegliere sempre la parte giusta, penso sia un valore presentare l’informazione almeno con una patina di oggettività. Tendo ad essere più militante nella scelta delle mie storie e meno nel momento in cui sono in onda. Preferisco essere conosciuto come un giornalista accurato con una impostazione politica chiara, piuttosto che come una sorta di martire rivoluzionario. Ma io sono soltanto uno tra i 200 giornalisti FSRN e ognuno di noi ha obiettivi diversi.

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