23 settembre 2018

Il commercio equo e solidale tra etica e business. La denuncia di Alex Zanotelli

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Carissimi jambo!
E’ da tempo che volevo condividere con voi la mia riflessione sul commercio equo e solidale, che nasce da lontano, da quando, agli inizi degli anni ’90, avevo inviato una lettera aperta a tutti voi a questo riguardo. Nasce anche dal confronto serrato e prolungato negli anni con Transfair, che ha portato alla richiesta di togliere il mio nome da quella organizzazione; una decisone, questa, che ha molto offeso Transfair, i cui dirigenti sostengono che alcune centrali di importazione non si comportano in maniera molto differente da loro. Nasce infine da
lunghe ed appassionate conversazioni con tanti responsabili del commercio equo, nonché dalla mia
esperienza diretta con lo stesso a Korogocho. Tutto questo mi ha portato a maturare una serie di
riflessioni. Noi parliamo di commercio equo, ma siamo proprio sicuri che i nostri prezzi siano equi? I produttori di Korogocho, per esempio, guadagnano il minimo per poter sopravvivere. Eppure so che è stato chiesto alla cooperativa Bega Kwa Bega di Korogocho di abbassare i prezzi.

Vogliamo ridurli a prezzi da fame? Lo stesso presidente di CTM, al suo passaggio a Korogocho, si è sentito rivolgere queste medesime domande, che ha inserito nella sua lettera ‘Dov’è il
commercio equo e solidale’. Sono domande che rivolgo a tutti voi. Per questo mi preoccupa che il commercio equo stia lentamente entrando nei parametri del mercato (scelta di edifici costosi e/o di grande visibilità, consulenze di marketing etc…). Non si rischia così di entrare nel giro del business a spese dei più poveri del pianeta? Non si rischia anche di marginalizzare il grande perno del volontariato? Dopo 12 anni vissuti a Korogocho, emblema di un continente ‘sbolognato’ e violentato, mi domando se anche il commercio equo stia mettendo l’Africa in disparte a favore degli altri continenti. Forse perché è più difficile lavorare con l’Africa? O è solo un’impressione mia? Questo mi porta ad una altra domanda: il commercio equo è veramente in appoggio alle strutture più povere? State almeno sostenendo seriamente quei progetti in ambienti molto difficili, ma che proprio per questo ne avrebbero ancor più bisogno?

La mia impressione è che questo non avvenga. E siamo sicuri che il sostegno finanziario dato ai progetti vada veramente a loro favore? E la scelta fatta da alcune botteghe e centrali di entrare nella grande distribuzione è la via migliore per aiutare i poveri?
E se fosse invece un’altra maniera con cui il mercato cerca di cooptare questa perla che è il commercio equo e solidale? Ho paura che il commercio equo abbia finito di sognare e di pensare alla grande. Ogni bottega, oltre che vendere, dovrebbe essere un luogo di ritrovo, di riflessione, di analisi, di cambiamento di stili di vita. Dovrebbe recuperare il senso della
comunità, del far festa, dell’interculturalità, del danzare la vita. Dovrebbe essere un luogo di
resistenza al sistema. Per questo ritengo fondamentale la riflessione di Serge Latouche quando afferma che ‘il pericolo della maggior parte delle iniziative alternative volontarie infatti è quello di rinchiudersi nella fortezza che ha permesso loro di nascere e di svilupparsi’. La conseguenza di questo è che ‘riuscire ad imporre i prodotti del commercio equo negli scaffali dei supermercati a fianco dei prodotti non equi non è un obiettivo in sé e va iscritto più in
una strategia di fortezza… E’ più importante assicurarsi del carattere equo della totalità del
processo dal trasporto alla commercializzazione, cosa che esclude in prima battuta il supermercato ed allarga il tessuto organizzativo’.

Sono parole dure di Latouche, ma non meno duro è il nostro Tonino Perna: ‘La sfida del commercio equo consiste non nel far entrare nel circuito della moda i prodotti del Sud del mondo ma far diventare un bisogno la scelta etica del consumatore. Ciò significa che è necessario pensare più in termini di innovazione sociale che di innovazione di prodotto’. Per questo ritengo fondamentale che il commercio equo trovi la capacità di uscire dai propri circuiti e fare rete con quelle realtà locali che tentano la creazione di spazi economici locali con mercati locali, orientati al bisogno, sostenibili dal versante ecologico e che promuovono il lavoro. Per questo l’eccessivo strutturarsi del commercio equo potrebbe ucciderlo come movimento. Ritengo infatti importante sottolineare che il commercio equo non è una catena commerciale, né una associazione (men che meno una mega associazione) ma un movimento popolare. Guai a noi se tradiamo questa intuizione originale!!!

‘Si tratta dunque – afferma di nuovo Serge Latouche – di coordinare la protesta sociale con la protesta ecologica, con la solidarietà verso gli esclusi del nord e del sud con tutte le iniziative associative per articolare resistenza e dissidenza. E per sboccare alla fine in una società autonoma. E’ così che all’inverso di Penelope si ritesse di notte il tessuto sociale che la mondializzazione disfa durante il giorno.’ Dopo quelle splendide giornate di Firenze, queste parole diventano ancora più pregnanti. Il commercio equo e solidale è una perla preziosa. Non buttiamola via!

Buon lavoro!
Sijambo.

Alex Zanotelli

Verona 11/11/2002

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