Il ragazzo di Dakar

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Pierluigi Sullo da nel febbraio scorso, all’epoca del Forum sociale mondiale, un ragazzo apostrofò il nostro gruppetto con un “ehi, italiani?”. Ebbi un riflesso di fastidio: “Non vogliamo comprare niente”, gli dissi in francese. E lui: “E io non voglio vendervi niente”, in italiano. Mi vergognai un po’. Fu molto gentile, ci fece vedere quel che valeva la pena e ci guidò per le stradine del quartiere sopra il porto fino a un ristorante grazioso. Raccontò che nella buona stagione viveva in Italia, tra Pisa e Firenze, e d’inverno tornava a casa “perché da voi fa troppo freddo”. Aveva una pronuncia molto raffinata, venata di toscanismi e del francese imparato a scuola. Faceva il venditore ambulante ma, diceva, non era un lavoro troppo duro, ne ricavava abbastanza da viverci in inverno a Dakar, e poi, aggiunse, “gli italiani sono gentili”. Mentre lo diceva, in un piccolo spazio tra le bancarelle, i suoi connazionali sorridevano annuendo. Mi vergognai una seconda volta. Non è vero che gli italiani sono gentili.

Quando ho sentito della strage di Firenze è a quel ragazzo che ho pensato. Non ricordo come si chiamasse e sono certo che non è uno dei due che quel fascista ha ucciso in mezzo alla strada. E’ inverno, dunque il ragazzo è di sicuro a Dakar, a guardare la tv scuotendo la testa, incredulo, ferito nella sua speranza che sia possibile vivere serenamente, da pendolare tra l’Africa e l’Europa, come una persona che offre e riscuote rispetto.

Il mio sentimento prevalente è invece l’umiliazione. Mi sento umiliato di appartenere a una comunità nazionale che ha troppo a lungo tollerato, anzi coltivato, come dice Ornella De Zordo, consigliera comunale a Firenze, personaggi come quel tale assassino e razzista. Vogliamo fare un breve elenco? I primi lager per migranti (i “centri di permanenza temporanea”) li dobbiamo all’allora ministro degli interni, Giorgio Napolitano, il quale ora dice che è “un’assurdità” non dare la cittadinanza a chi nasce in Italia, ma dovrebbe porsi domande su se stesso. A Walter Veltroni, e all’ultimo governo Prodi, dobbiamo il decreto “d’emergenza” anti-romeni, e il clima isterico che si diffuse allora e che ancora oggi lascia scie di fiamme nei campi rom. La peggiore legge sull’immigrazione d’Europa porta la firma di Fini e di Bossi, il primo dei quali adesso si è un po’ convertito, ed è da lì che nasce la caccia al “clandestino”, nonché la strage che non richiede pistole, quella che avviene ogni settimana nei mari a sud dell’Italia. Tutto questo è stato accarezzato, sostenuto, propagandato da media complici e cinici: ieri mattina, quasi tutti hanno continuato il loro borbottio sinistro su “spread”, “manovra” e tasse assortite, dedicando alla strage di Firenze forse un decimo dell’attenzione che riscosse a suo tempo la mattanza di Stoccolma, veramente esotica.

Fu esattamente vent’anni fa che dalle parti del mercato di San Lorenzo, sotto la cupola del Brunelleschi, un gruppo di ambulanti senegalesi intraprese uno sciopero della fame per ottenere riconoscimento e rispetto. Quel che hanno avuto è un pistolero razzista.

Fate una cosa utile: avvicinatevi al primo africano che incontrate, stringetegli la mano e chiedete scusa.

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