17 novembre 2018

Il lutto infinito delle madri coraggio. Da Baires a Viareggio

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Laura Montanari da Repubblica

Si somigliano, ma non si sono mai conosciute. Hanno camminato le stesse strade agli antipodi del mondo, Baires-Viareggio, senza incrociarsi mai, senza sapere l’una dell’esistenza dell’altra. Vera Vigevani Jarach, ha cominciato da plaza de Majo, sotto la pioggia o sotto il sole, in quel tempo senza stagioni che è il dolore.

Portava un fazzoletto sul capo con sopra scritto: Franca, il nome di sua figlia, di 18 anni. E la data dell’ultima volta che l’aveva vista prima che diventasse una riga nel lungo elenco dei desaparecidos: 25 giugno 1976.

L’altra donna, Daniela Rombi, la si incrocia ad ogni udienza del processo per la strage del treno merci, Viareggio, 29 giugno 2009. Ha un cartello legato al collo e la foto sorridente di una ragazza, Emanuela, 21 anni, torturata dalle fiamme dell’esplosione al Gpl. Il mondo avanza, gira le sue pagine, corre verso il futuro. Loro camminano con la lentezza che ha il tempo della giustizia, fatto di passaggi burocratici, carte, avvocati, testimonianze, udienze, prove, verdetti, ricorsi, condanne/assoluzioni, magari pure amnistie, nuovi processi. Vera ha 80 anni e i capelli bianchi e le spalle curve, oggi sarà alle 16,30 a Palazzo delle Muse nella sala Apt di Viareggio (piazza Mazzini).

Prima incontrerà gli studenti del liceo Barsanti-Matteucci, poi renderŕ omaggio a Polda Barsottini che dall’Alta Versilia era emigrata a Buenos Aires: suo figlio Guillermo è fra i desaparecido. Vera racconterà come sono nate le «madres», come assieme ad altri genitori, abbia inseguito la ricerca della verità su sua figlia, come per anni abbia creduto fosse viva e come, poco tempo fa, abbia saputo da una compagna di prigionia che Franca era stata presa e imbarcata su uno dei voli della morte.

Vera Vigevani aveva i capelli neri raccolti alla nuca quando ha cominciato a guardare la Casa Rosada il giovedì pomeriggio, con altre donne facendo un unico, lento, cerchio, issando cartelli proibiti negli anni della dittatura militare, con su scritto «donde estan?», dove sono, dove ce li avete tolti, uccisi, torturati? La sua marcia per la giustizia ha attraversato piů di trent’anni: «Ho visto passare i colonnelli e arrivare la democrazia in Argentina, ho visto anche passare il processo, le condanne, le amnistie e ho ricominciato da un altro processo in Italia e un altro ancora in Argentina». Il giovedì va in plaza de Majo come un criceto che corre sulla stessa ruota, con gli stessi movimenti, a chiedere la stessa cosa: giu-sti-zia. «Non dimentico, per Franca e per quelli venuti dopo e perché quelle tragedie non succedano più».

Giu-sti-zia è una parola lunga che col tempo perde pezzi di memoria e testimoni. Ma lei resta là, ferma col suo cartello. «Mi piacerebbe conoscere le madri di Viareggio» dice. E una delle madri di Viareggio, Daniela Rombi, sarebbe curiosa di conoscere lei: «Quando ti tolgono un figlio non hai più paura di niente, ti resta una sola cosa per dare senso alla vita, chiedere giustizia. Non è vendetta. è giustizia».

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