Il lato oscuro della green economy: "La salvezza del pianeta non è un prodotto che si compra"

image_pdfimage_print
Il lato oscuro della green economy: “La salvezza del pianeta non è un prodotto che si compra”
di Miriam Tola, da D di Repubblica
Con Green Gone Wrong , Heather Rogers smonta l’ultima grande illusione dell’Occidente: l’idea che basti consumare i prodotti giusti, mangiare biologico, guidare auto ibride e comprare crediti ambientali per fermare l’inquinamento globale. Il libro della brava giornalista investigativa, appena uscito negli Usa e in Gran Bretagna, non usa toni moralisti né predica il ritorno alla natura. O la fine del capitalismo. Non è un manifesto contro il greenwashing delle multinazionali o una guida per survivalist del futuro prossimo. Per lei contano solo il valore della testimonianza, la precisione dei fatti. E il potere del dubbio. In viaggio tra i villaggi del sud dell’India, le foreste del Borneo e del Paraguay, gli eco-quartieri di Germania e Gran Bretagna, le città post-industriali del Michigan, le fattorie biologiche della valle dell’Hudson, testimonia le conseguenze indesiderate del boom dell’economia verde.
La incontriamo a Williamsburg, Brooklyn, in un caffè a due passi dall’appartamento dove vive da cinque anni. Trentott’anni, fisico esile, infradito di plastica ai piedi, pantaloncini di jeans logori e blusa grigia: un look, il suo, tutt’altro che glamour. Poco importa. è bella, starebbe benissimo anche con un straccio addosso. Unica concessione alla frivolezza, un paio di occhialoni dorati stile Sixties, che nascondono occhi verdissimi da manga giapponese e un’anima da muckracker.
Con tutti questi viaggi, il suo personale livello di emissioni sarà schizzato alle stelle. Come si sente?
“è vero, per scrivere Green Gone Wrong ho raddoppiato le mie emissioni di carbone. Non ne sono felice, ma non avrei potuto raccontare gli effetti globali del capitalismo verde senza vederne gli effetti su luoghi e persone lontane. E poi le emissioni non sono un fatto individuale, ma il risultato di decisioni economiche e politiche prese nel corso di generazioni. Fino a poco tempo fa solo attivisti, hippies e ingegneri visionari si occupavano di pannelli solari e macchine elettriche. Invece ora siamo sommersi da invenzioni ecologiche che promettono di salvare il pianeta. Sembra che basti sostituire i prodotti inquinanti con quelli green. Ma non è così semplice: ci sono limiti, e risultati imprevisti che il nuovo “ambientalismo pigro” preferisce ignorare”.
Ci faccia qualche esempio?
“Su internet tantissime organizzazioni vendono crediti ambientali per compensare le emissioni di carbone. Promettono di piantare alberi e distribuire energie rinnovabili, ma la realtà è più complicata. Sono stata in India, il paese che ospita circa il 25% delle iniziative mondiali di carbon offset. La prima tappa è stata Gudibanda, dove doveva nascere la famosa foresta di manghi finanziata dai Coldplay per neutralizzare l’inquinamento causato dalla band inglese. Un progetto fallito miseramente; i pochi manghi piantati sono morti a causa della siccità. Ma spesso anche le iniziative che decollano producono conseguenze perverse. A Heggur, nello stato di Karnataka, ho visitato una centrale a biomasse. Funziona, ma le popolazioni impoverite della zona ora tagliano alberi per venderli alla centrale come materia prima. E chi prima usava materiale organico come concime, o per fare il fuoco, deve comprare fertilizzanti e legname”.
Quindi comprare crediti è inutile?
“Il mercato dei carbon offset è senza regole: non c’è modo di sapere se i crediti vengono venduti più di una volta, o se i singoli progetti sono efficaci: a volte non è neppure chiaro dove nascono e in cosa consistono. Se ci fosse un monitoraggio efficace, e se quelle imprese tenessero conto delle realtà locali, forse sarebbe diverso. Oggi è un sistema del tutto volontario, fatto soprattutto per fare sentire bene quelli che possono viaggiare, e poi pagare qualcuno che pianti alberi per neutralizzare le loro emissioni”.
Però ci sono gruppi di certificazione no profit come Gold Standard, sostenuti anche da grandi organizzazioni ambientaliste come il Wwf…
“La centrale a biomasse di Heggur è una di quelle che ha il certificato Gold Standard. Ho contattato l’organizzazione, mi hanno detto che ciò che avevo scoperto era allarmante. Volevano che li mettessi in contatto con persone del luogo. Bizzarro, no? E il problema della certificazione riguarda anche il mercato mondiale dell’agricoltura biologica”.
Cosa non funziona in quel mercato?
“Il consumo di alimenti biologici è diventato di massa, c’è un domanda gigantesca e le grandi aziende coinvolte nel business fanno affari in Cina e America Latina, dove la manodopera costa meno e le regole sono aggirabili. In Paraguay ho visitato una delle piantagioni di canna da zucchero bio più grandi del mondo, la Azucarera Paraguaya. Producono un terzo dello zucchero usato in prodotti biologici negli Stati Uniti. La piantagione si è espansa a vista d’occhio, e a farne le spese è stata la foresta dell’Alto Paranà, dove vivono giaguari, tapiri, rettili, anfibi e centinaia di specie di uccelli. Nel 2004 il Paraguay ha approvato la Zero Deforestation Law, ma ancora oggi gli alberi cadono per far posto alla monocoltura dello zucchero. Non è certo lo scenario che immaginiamo quando compriamo zucchero bio!”.
Perché, secondo lei che cosa immagina chi compra biologico?
“Il volto sorridente di una coltivatrice di zucchero ritratta in mezzo a un campo. Da Whole Foods (la catena Usa di supermercati del biologico, ndr) ho visto una foto di questo genere, accanto a uno scaffale di biscotti dolcificati con “puro zucchero solidale del Paraguay”. Anche le coltivazioni di bio-carburanti fanno disastri. Sono stata tra i Dayak, gli indigeni del Borneo che lottano contro la distruzione della foresta tropicale. Viene bruciata per piantare palma da olio convertibile in biodiesel. Un altro danno incalcolabile alla biodiversità”.
Come Michael Pollan anche lei crede che consumare prodotti locali sia una soluzione agli eccessi di Big Organic, i colossi del commercio biologico?
“Lo è, ma anche qui ci sono miti da sfatare. Molti piccoli coltivatori americani, per esempio, non se la passano bene. Ho visitato diverse fattorie vicino a New York. Vendono nei mercati della città a prezzi alti, ma hanno spese enormi. Invece i giganti dell’agro-business godono di sussidi federali. Ma nel mio libro non parlo solo dell’ambientalismo che non funziona: racconto anche progetti con una visione di lungo termine, che conciliano salvaguardia dell’ambiente e qualità della vita”.
Ciò è rassicurante. Parliamone.
“C’è un movimento internazionale di contadini che dopo aver guidato la rivoluzione biologica ora cerca alternative a Big Organic. Nel libro racconto la storia di Morse Pitts, che ha ereditato un pezzo di terra nella valle dell’Hudson e ci lavora da trent’anni. Nella sua azienda, la Windfall, ha sempre usato metodi olistici, e senza mai richiedere la certificazione biologica disegnata per agevolare le grandi aziende. Un altro contadino della zona, Ron Khosla, ha lanciato Certified Naturally Grown, un sistema in cui sono gli stessi coltivatori a verificare i metodi dei colleghi. Un modello simile esiste anche in Brasile, Ecovida: unisce 13mila coltivatori che garantiscono cibo, a costi accessibili, alle comunità locali”.
Ha visitato anche gli eco-quartieri tedeschi e londinesi. Cosa ha visto?
“Ho vissuto per un periodo a Vauban, un eco-quartiere di Friburgo, in Germania. Lì, come in altre zone della città, la gente fa la doccia calda e usa Internet e la tv, ma grazie alla eco-architettura consuma molto meno del normale. Inoltre i costi non sono da capogiro e si ammortizzano col tempo”.
Se questi progetti funzionano così bene, perché sono ancora un’eccezione?
“Perché richiedono tempo e dedizione. Chi compra una casa a Friburgo non si limita a pagare, ma segue da vicino tutte le fasi di costruzione, dalla progettazione all’installazione dei pannelli solari. Casi come questi dimostrano che la vita quotidiana è un processo, non un prodotto. L’ambientalismo si può praticare in molti modi, ma serve un approccio sistemico. La via d’uscita dal global warming non si compra, è un fatto di partecipazione più che di consumo”.

di Miriam Tola, da D di Repubblica

Con Green Gone Wrong , Heather Rogers smonta l’ultima grande illusione dell’Occidente: l’idea che basti consumare i prodotti giusti, mangiare biologico, guidare auto ibride e comprare crediti ambientali per fermare l’inquinamento globale. Il libro della brava giornalista investigativa, appena uscito negli Usa e in Gran Bretagna, non usa toni moralisti né predica il ritorno alla natura. O la fine del capitalismo. Non è un manifesto contro il greenwashing delle multinazionali o una guida per survivalist del futuro prossimo. Per lei contano solo il valore della testimonianza, la precisione dei fatti. E il potere del dubbio. In viaggio tra i villaggi del sud dell’India, le foreste del Borneo e del Paraguay, gli eco-quartieri di Germania e Gran Bretagna, le città post-industriali del Michigan, le fattorie biologiche della valle dell’Hudson, testimonia le conseguenze indesiderate del boom dell’economia verde.

La incontriamo a Williamsburg, Brooklyn, in un caffè a due passi dall’appartamento dove vive da cinque anni. Trentott’anni, fisico esile, infradito di plastica ai piedi, pantaloncini di jeans logori e blusa grigia: un look, il suo, tutt’altro che glamour. Poco importa. è bella, starebbe benissimo anche con un straccio addosso. Unica concessione alla frivolezza, un paio di occhialoni dorati stile Sixties, che nascondono occhi verdissimi da manga giapponese e un’anima da muckracker.

Con tutti questi viaggi, il suo personale livello di emissioni sarà schizzato alle stelle. Come si sente?

“è vero, per scrivere Green Gone Wrong ho raddoppiato le mie emissioni di carbone. Non ne sono felice, ma non avrei potuto raccontare gli effetti globali del capitalismo verde senza vederne gli effetti su luoghi e persone lontane. E poi le emissioni non sono un fatto individuale, ma il risultato di decisioni economiche e politiche prese nel corso di generazioni. Fino a poco tempo fa solo attivisti, hippies e ingegneri visionari si occupavano di pannelli solari e macchine elettriche. Invece ora siamo sommersi da invenzioni ecologiche che promettono di salvare il pianeta. Sembra che basti sostituire i prodotti inquinanti con quelli green. Ma non è così semplice: ci sono limiti, e risultati imprevisti che il nuovo “ambientalismo pigro” preferisce ignorare”.

Ci faccia qualche esempio?

“Su internet tantissime organizzazioni vendono crediti ambientali per compensare le emissioni di carbone. Promettono di piantare alberi e distribuire energie rinnovabili, ma la realtà è più complicata. Sono stata in India, il paese che ospita circa il 25% delle iniziative mondiali di carbon offset. La prima tappa è stata Gudibanda, dove doveva nascere la famosa foresta di manghi finanziata dai Coldplay per neutralizzare l’inquinamento causato dalla band inglese. Un progetto fallito miseramente; i pochi manghi piantati sono morti a causa della siccità. Ma spesso anche le iniziative che decollano producono conseguenze perverse. A Heggur, nello stato di Karnataka, ho visitato una centrale a biomasse. Funziona, ma le popolazioni impoverite della zona ora tagliano alberi per venderli alla centrale come materia prima. E chi prima usava materiale organico come concime, o per fare il fuoco, deve comprare fertilizzanti e legname”.

Quindi comprare crediti è inutile?

“Il mercato dei carbon offset è senza regole: non c’è modo di sapere se i crediti vengono venduti più di una volta, o se i singoli progetti sono efficaci: a volte non è neppure chiaro dove nascono e in cosa consistono. Se ci fosse un monitoraggio efficace, e se quelle imprese tenessero conto delle realtà locali, forse sarebbe diverso. Oggi è un sistema del tutto volontario, fatto soprattutto per fare sentire bene quelli che possono viaggiare, e poi pagare qualcuno che pianti alberi per neutralizzare le loro emissioni”.

Però ci sono gruppi di certificazione no profit come Gold Standard, sostenuti anche da grandi organizzazioni ambientaliste come il Wwf…

“La centrale a biomasse di Heggur è una di quelle che ha il certificato Gold Standard. Ho contattato l’organizzazione, mi hanno detto che ciò che avevo scoperto era allarmante. Volevano che li mettessi in contatto con persone del luogo. Bizzarro, no? E il problema della certificazione riguarda anche il mercato mondiale dell’agricoltura biologica”.

Cosa non funziona in quel mercato?

“Il consumo di alimenti biologici è diventato di massa, c’è un domanda gigantesca e le grandi aziende coinvolte nel business fanno affari in Cina e America Latina, dove la manodopera costa meno e le regole sono aggirabili. In Paraguay ho visitato una delle piantagioni di canna da zucchero bio più grandi del mondo, la Azucarera Paraguaya. Producono un terzo dello zucchero usato in prodotti biologici negli Stati Uniti. La piantagione si è espansa a vista d’occhio, e a farne le spese è stata la foresta dell’Alto Paranà, dove vivono giaguari, tapiri, rettili, anfibi e centinaia di specie di uccelli. Nel 2004 il Paraguay ha approvato la Zero Deforestation Law, ma ancora oggi gli alberi cadono per far posto alla monocoltura dello zucchero. Non è certo lo scenario che immaginiamo quando compriamo zucchero bio!”.

Perché, secondo lei che cosa immagina chi compra biologico?

“Il volto sorridente di una coltivatrice di zucchero ritratta in mezzo a un campo. Da Whole Foods (la catena Usa di supermercati del biologico, ndr) ho visto una foto di questo genere, accanto a uno scaffale di biscotti dolcificati con “puro zucchero solidale del Paraguay”. Anche le coltivazioni di bio-carburanti fanno disastri. Sono stata tra i Dayak, gli indigeni del Borneo che lottano contro la distruzione della foresta tropicale. Viene bruciata per piantare palma da olio convertibile in biodiesel. Un altro danno incalcolabile alla biodiversità”.

Come Michael Pollan anche lei crede che consumare prodotti locali sia una soluzione agli eccessi di Big Organic, i colossi del commercio biologico?

“Lo è, ma anche qui ci sono miti da sfatare. Molti piccoli coltivatori americani, per esempio, non se la passano bene. Ho visitato diverse fattorie vicino a New York. Vendono nei mercati della città a prezzi alti, ma hanno spese enormi. Invece i giganti dell’agro-business godono di sussidi federali. Ma nel mio libro non parlo solo dell’ambientalismo che non funziona: racconto anche progetti con una visione di lungo termine, che conciliano salvaguardia dell’ambiente e qualità della vita”.

Ciò è rassicurante. Parliamone.

“C’è un movimento internazionale di contadini che dopo aver guidato la rivoluzione biologica ora cerca alternative a Big Organic. Nel libro racconto la storia di Morse Pitts, che ha ereditato un pezzo di terra nella valle dell’Hudson e ci lavora da trent’anni. Nella sua azienda, la Windfall, ha sempre usato metodi olistici, e senza mai richiedere la certificazione biologica disegnata per agevolare le grandi aziende. Un altro contadino della zona, Ron Khosla, ha lanciato Certified Naturally Grown, un sistema in cui sono gli stessi coltivatori a verificare i metodi dei colleghi. Un modello simile esiste anche in Brasile, Ecovida: unisce 13mila coltivatori che garantiscono cibo, a costi accessibili, alle comunità locali”.

Ha visitato anche gli eco-quartieri tedeschi e londinesi. Cosa ha visto?

“Ho vissuto per un periodo a Vauban, un eco-quartiere di Friburgo, in Germania. Lì, come in altre zone della città, la gente fa la doccia calda e usa Internet e la tv, ma grazie alla eco-architettura consuma molto meno del normale. Inoltre i costi non sono da capogiro e si ammortizzano col tempo”.

Se questi progetti funzionano così bene, perché sono ancora un’eccezione?

“Perché richiedono tempo e dedizione. Chi compra una casa a Friburgo non si limita a pagare, ma segue da vicino tutte le fasi di costruzione, dalla progettazione all’installazione dei pannelli solari. Casi come questi dimostrano che la vita quotidiana è un processo, non un prodotto. L’ambientalismo si può praticare in molti modi, ma serve un approccio sistemico. La via d’uscita dal global warming non si compra, è un fatto di partecipazione più che di consumo”.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *