Il grande crack del terremoto. Inchiesta sulle chiacchiere del governo

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di Gabriele Polo

Millecinquecento alloggi pronti e disponibili a L’Aquila e provincia. Offerti a prezzo “politico” per accogliere i terremotati. Erano i giorni immediatamente successivi la grande scossa del 6 aprile e l’associazione dei costruttori edili abruzzese metteva sul piatto dell’emergenza la sua disponibilità: quelle case appena terminate potevano servire a ridurre il danno, offrendo un tetto, almeno provvisorio, ai 60 mila sfollati. Forse l’Ance s’era fatto prendere la mano dall’afflato solidale che attraversava l’Italia – con donazioni, concerti, offerte e quant’altro. O, forse, aveva fatto male i conti. Fatto sta che quei 1.500 alloggi, che teoricamente avrebbero potuto ospitare dalle 3.000 alle 5.000 persone, sono progressivamente diminuiti di numero giorno dopo giorno, fino a sparire nel nulla. Contemporanemente, mentre si andava definendo la mappa dei danni e delle inagibilità (circa il 40% delle abitazioni private), lievitava il prezzo per gli affitti delle case rimaste intatte.

Scemata l’attenzione, digerita l’emergenza, diradatesi le visite del Presidente del Consiglio a L’Aquila, il campo è stato occupato interamente dalle tendopoli della protezione civile, dall’esodo verso gli alberghi della costa adriatica o – nel migliore dei casi – dal rifugiarsi presso qualche parente con una stanza in più. E il terremoto è rientrato nella normalità di un paese in cui l’edilizia è uno dei più grandi business. Anche se a volte costruito su fragili fondamenta, come l’Abruzzo dimostra e l’Ance ben sa, in attesa che la magistratura scopra i responsabili di ciò che è successo alla Casa degli studenti e “dintorni”.

Ma è una ben strana normalità. Lo si nota nel deserto e immobile centro storico dell’Aquila, nella vita difficile delle tende e degli alberghi, nella frantumazione del tessuto economico e nel procedere a singhiozzo della pubblica amministrazione. Ma lo si legge anche nei passaggi istituzionali, a partire dal “Decreto Abruzzo” che – dopo il varo del Senato – la prossima settimana passa alla Camera per il via libera definitivo. Anomali e inediti sono i criteri di gestione, gli obiettivi, le procedure, declinando in chiave emergenziale le tre questioni di fondo: il quando (i tempi della ricostruzione), il quanto (i fondi messi a disposizione), il come (la filosofia e le modalità del lungo viaggio verso la normalità). Sapendo che un terremoto – come un crack economico – ridefinisce tutto e mai si torna allo stato quo ante: può andare come è successo in Umbria (un “sogno” per molti abruzzesi) o finire come l’Irpinia o il Belice (un “incubo” per tutti).

Due fasi, da qui al 2033

Il provvedimento del governo – molto criticato a sinistra, dagli amministratori aquilani e dai comitati che martedì protesteranno sotto il Parlamento – è sostanzialmente diviso in due parti: l’emergenza (dall’accoglienza sfollati all’edificazione delle “casette temporanee”) che si dovrebbe concludere a fine 2009 e la ricostruzione vera e propria i cui tempi si allungano fino al 2033.
Cominciamo con l’emergenza. Piantate le tende, sistemati gli sfollati sulla costa, innestata la retromarcia sulle new town, il governo si è posto l’obiettivo di realizzare abitazioni per 12.000 persone: costruite su 20 siti sparsi attorno all’Aquila, si chiamano “Case”, alludente acronimo che sta per “Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili”. In sostanza un serie di belle casette, costo previsto 530 milioni di euro. La consegna ha anche una sua road map: 900 abitazioni ogni quindici giorni a partire dal 15 settembre.

I lavori sono appena all’inizio e già in molti dubitano che questa tempistica possa essere rispettata. In più c’è un dato che lascia allibiti: se gli sfollati sono circa 60.000 e anche ipotizzando che la maggioranza di essi potrà rientrare nelle vecchie abitazioni (ammesso e non concesso che la soglia delle case inagibili non superi il 40% del totale), appare evidente che le nuove strutture saranno sufficienti ad accogliere più o meno la metà di chi avrebbe urgente bisogno di un tetto. Facile pensare che si riuscirà solamente a svuotare le tendopoli – ma con un ritmo troppo lento rispetto ai rigori invernali che qui si fanno sentire presto -, mentre rimarrà inalterata la situazione degli sfollati sulla costa. E poi? Una volta finita la costruzione delle “Case” che succederà? Il decreto, su questo non dice nulla. Semmai demanda tutto alla fase 2, quella della ricostruzione (su cui torneremo prossimamente), come dice ben poco su scuole, ospedali e assistenza.

Anche sul terreno dei finanziamenti per quest’opera “provvisoria” ci sono delle incongruenze. Il decreto che sta per essere varato stanzia 1.152 milioni di euro per il 2009, coperto in parte con il bonus famiglia (300 milioni), con varie riduzioni di spesa su altre voci del bilancio pubblico (altri 300 milioni) e soprattutto con le maggiori entrate di giochi e lotto (472,5 milioni). Quest’ultima voce è quella cui è demandata tutta la fase 2, cioè la ricostruzione: allo scopo già si stanno spremendo le meningi illustri studiosi per varare nuove formule “d’azzardo di stato” e mercoledì scorso si è tenuto a Roma un vertice di esperti in poker cash, bet exchange e videolottery. Il futuro dipenderà da loro ed è fin troppo facile dire che sarà una lotteria. Ma tornando ai finanziamenti per il 2009, mentre la parte del leone è riservata al fondo della protezione civile per l’assistenza alle popolazioni (580 milioni), la parte riservata alla costruzione dei moduli abitativi è di 400 milioni, 130 sotto il costo complessivo, rimandando all’anno successivo lo stanziamento di altri 300 milioni. Facile intuire che ciò ricadrà sui tempi di realizzazione del “Case”, anche perché la road map di Bertolaso è già in ritardo rispetto all’avvio dei lavori.

Il progetto “Case”, in realtà, lascia molta gente “per strada” e fa rientrare dalla finestra l’idea delle “new town”. Il futuro di questi 20 micro-villaggi con i loro 4.500 alloggi incrocia quello del centro storico dell’Aquila e dell’Università (la principale “impresa” cittadina). Una volta svuotate dagli abitanti – quando, tra un po’ d’anni, potranno ritornare in possesso di una casa vera e propria – le “casette” sono destinate ai circa 10.000 studenti fuori sede che fanno dell’Ateneo aquilano uno dei più ricercati della Penisola. Ammesso che, nel frattempo, quegli studenti non siano migrati altrove, visto che in gran parte alloggiavano nel centro storico. Dove sicuramente non torneranno più e non solo per i tempi del tutto incerti della ricostruzione, ma anche perché al “centro” è riservato un destino del tutto diverso che stimola gli appetiti delle finanziarie pronte a “valorizzare” a modo loro ciò che ci sarà dopo le macerie.

La rabbia degli amministratori
Una nuova idea di città, il dopo-terremoto come occasione per ridefinire il “diritto di proprietà”. Che è, poi, la filosofia di tutto il “Decreto Abruzzo”. Quella che fa più arrabbiare gli amministratori locali, come la presidente della provincia Stefania Pezzopane: “L’impostazione emergenziale, segnata da un forte accentramento dei poteri nelle mani del commissario (leggi Protezione civile e Presidenza del Consiglio, ndr), è servita al governo per millantare la propria efficienza, ma non offre risposte vere alla popolazione”. Perché? “Perché – risponde la presidente – le risorse sono poche e solo per il progetto ‘Case’, sulla ricostruzione è tutto aleatorio e perdipiù gli enti locali sono completamente esautorati. Non contano nulla e hanno le casse vuote”.
Per cambiare qualcosa c’è ancora un po’ di tempo, fino all’approvazione parlamentare del decreto. Ma Pezzopane è pessimista: “Nell’ultima sua visita a L’Aquila Berlusconi aveva assicurato che il governo avrebbe trovato il modo di finanziare le casse degli enti locali svuotate dall’emergenza terremoto. Passate le elezioni, la promessa sembra svanita. All’ultima audizione parlamentare abbiamo chiesto una serie di modifiche per coinvolgere nella gestione della ricostruzione le autorità locali e la popolazione. Meno di un’ora dopo, in commissione, la maggioranza ha bocciato tutti gli emendamenti che avevamo proposto”. Del resto Berlusconi lo aveva promesso: “A L’Aquila ci penserò io”. In tutti i sensi. (1-continua)

[Fonte Il Manifesto]

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