Il futuro comincia ora. Dopo il petrolio, al via la transizione

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petrolio

di Cecilia Stefani

Dopo il 2015, le risorse di petrolio e gas accessibili non saranno sufficienti a soddisfare la domanda. A metterlo per scritto è stato nientemeno che il direttore esecutivo della Shell in una e-mail indirizzata ai dipendenti della multinazionale petrolifera. L’allarmante previsione è condivisa anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia: in una recentissima intervista al quotidiano britannico The Guardian, l’economista Fatih Birol precisa che per i paesi non produttori si toccherà il fondo entro 3 o 4 anni, mentre per gli altri, se tutto va bene, c’è tempo fino al 2020. Non sono buone notizie: per un’economia come la nostra, di assoluta dipendenza dal petrolio, si è già perso troppo tempo.

L’esaurimento delle risorse petrolifere, che pure era prevedibile, e perfino previsto già dagli anni Cinquanta, è una di quelle verità sgradevoli che si preferisce ignorare, o sottovalutare. Forse anche perché è diventato davvero difficile immaginare un altro modo di vivere che possa disintossicarci da questa dipendenza. Eppure c’è chi ci prova. Esistono, e sono in crescita, diverse iniziative nate dal basso: dai gruppi di acquisto al consumo critico, dal car pooling al ritorno alla campagna, fino al movimento delle “transition town”. Nelle città di transizione, nate in Inghilterra, un piccolo gruppo di persone sceglie di dar vita ad un percorso che dalla consapevolezza passa all’organizzazione e poi all’azione, fino all’ultima tappa che è la creazione di un Piano di Decrescita Energetica. La parola chiave della transizione è “resilienza”, ovvero la capacità di adattarsi, di essere pronti al cambiamento delle condizioni abituali. In pratica l’opposto di ciò che siamo diventati dopo decenni di “benessere”. Quanti tra noi sono più capaci di fare una cosa qualsiasi – coltivare l’orto, riparare un oggetto, cucirsi un abito – senza aver bisogno di uno specialista? La sfida del futuro non sarà sopravvivere in un’isola deserta, ma, più banalmente, cavarsela in caso di pompe di benzina all’asciutto.

Per questo nelle transition town si punta alla ricostruzione di comunità locali autonome, in grado di produrre cibo ma anche di offrire servizi sociali di base, comunità più efficienti dal punto di vista energetico grazie alla riduzione di sprechi, dispersioni e consumi e all’uso di fonti rinnovabili, dove si va a piedi o in bicicletta, dove le persone si ‘riqualificano’, reimparando alcune abilità di base, forse inutili per il consumatore passivo di oggi, ma preziose e indispensabili in un prossimo futuro… Anche in Italia, paese che per le sue risorse agricole e climatiche potrebbe diventare luogo ideale di sviluppo della transizione, si sta sviluppando il movimento delle transition town: la prima, la più avanti nel percorso, è stata Monteveglio, sull’appennino bolognese, ma ci stanno lavorando Granarolo, ancora in provincia di Bologna, e più recentemente L’Aquila e Lucca, mentre accarezzano l’idea molte altre persone in centri piccoli e grandi, tra cui anche Firenze. Ricordiamo che la transizione parte dalla scelta di un piccolo gruppo di cittadini, è indipendente da decisioni politiche e amministrative venute ‘dall’alto’. Tuttavia, i cambiamenti che verranno in tema di energia e clima, con tutte le conseguenze economiche e sociali connesse, interrogano con urgenza anche la politica. Non sono quindi soltanto i cittadini, individualmente o in gruppo, a potersi attivare per dare il via alla transizione. Tanto più possono e devono farlo le amministrazioni, anche a livello locale.

La Toscana soffre già adesso i sintomi della crisi. L’Irpet stima dai 10.000 ai 25.000 posti di lavoro in meno nel 2009, ma è evidente che questi posti non possono essere ricreati nei soliti settori oggi in crisi, con interventi che artificiosamente li mantengano in vita. Serve uno sforzo creativo, serve più coraggio, per portare avanti un’altra di idea di economia, un’economia radicata nel territorio e protesa verso l’interesse pubblico. Per esempio, è possibile costruire un nuovo rapporto tra città e campagna – dove la campagna non diventi terreno edificabile! – che comprenda forme di associazionismo fra produttori e fra produttori e consumatori, con reti commerciali a “chilometro zero”, con un minore impatto sui trasporti e sul consumo di territorio. In Francia hanno già fatto qualcosa di simile, riuscendo a creare nuovi posti di lavoro ad un costo 10 volte inferiore al costo ‘normale’ . Nel settore dell’energia e della mobilità, un serio piano di investimenti nel trasporto pubblico diminuirebbe l’inquinamento e moltiplicherebbe le possibilità di impiego.

Lo stesso accadrebbe se si prevedesse l’installazione a tappeto di pannelli solari, la ristrutturazione degli edifici per ridurre la dispersione termica, il recupero edilizio invece delle nuove costruzioni. Anche un piano urbanistico così impostato darebbe impulso all’economia, senza gli effetti collaterali della speculazione del cemento. A Barcellona una semplice ordinanza comunale, quella sul solare termico, ha portato in breve tempo la città a diventare il quarto produttore mondiale di pannelli solari ed ha evitato l’emissione di 3451 tonnellate di CO2. O ancora, i rifiuti. Oltre ad imporre la riduzione degli imballaggi – anch’essi in gran parte derivati dal petrolio – i comuni possono adottare la raccolta porta a porta. Come dimostra il caso di Capannori, 45mila abitanti in provincia di Lucca, questo sistema consente di aumentare la raccolta differenziata, risparmiare ed evitare nuovi inceneritori.

E naturalmente crea posti di lavoro. Sono solo alcuni esempi: scelte concrete e praticabili che un’amministrazione intelligente potrebbe adottare subito, senza nascondersi dietro l’alibi del “problema globale” e senza ostinarsi nell’illusione dello sviluppo infinito. Da noi sembra quasi ribaltato il sistema della delega: è l’amministrazione – comune, provincia, regione – che scarica sul cittadino la responsabilità del cambiamento, somministrandogli corsi di consumo critico e kit di lampadine. Ma il tempo non è dalla nostra parte: una vera svolta ecologica, a tutti i livelli, non è più rimandabile.

La scomoda verità

Oggi il 98% dell’energia utilizzata per i trasporti deriva dal petrolio, e ben poco è stato fatto per la messa a punto di tecnologie diverse. Evidentemente, il problema si è aggravato con l’ingresso sulla scena di India e Cina: altri 2,3 miliardi di persone con un’auto a testa (più frigorifero, lavatrice, ecc.) fanno schizzare verso l’alto la domanda di energia. Ma il pianeta ha risorse limitate, e chi sostiene il contrario, diceva una storiella, è un pazzo o un economista. O un politico, si potrebbe aggiungere, visto che, a dispetto dell’evidenza, si continuano a fare programmi a lungo termine che prevedono nuove strade, aeroporti più grandi, stadi più moderni,… oppure piani di sostegno per l’industria dell’automobile… Forse si tratterà di macchine a pedali?

Non dimentichiamo poi che c’è un altro problemino, che mette un’ipoteca sulla nostra stessa sopravvivenza come specie: il riscaldamento globale. La temperatura del pianeta si sta alzando, e la maggioranza degli scienziati concorda nel ritenere che la causa siano le attività umane, che producono biossido di carbonio. Di questo passo, abbiamo già sforato la soglia dei +2° prevista come tetto dal Protocollo di Kyoto, e ci avviamo allegramente verso un’epoca di ghiacciai sciolti, inondazioni, uragani, desertificazione… con conseguenti catastrofi umane e grandi movimenti migratori.

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