15 novembre 2018

Il diritto di resistenza da Dossetti alla Costituzione

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di Fulvia Alidori (*), da Patria indipendente

L’accostamento che mi viene in mente è Resistenza e Obbedienza. I due sono in netto contrasto, perché la Resistenza è proprio il contrario dell’Obbedienza.
Eppure sempre più spesso, quando penso al diritto di Resistenza, lo vedo praticato da figure che hanno fatto dell’Obbedienza uno dei precetti a cui hanno dedicato la loro esistenza: i sacerdoti. Il primo religioso a cui lo associo è il partigiano Giuseppe Dossetti, il quale, non ancora sacerdote, padre Costituente e componente della Commissione dei 75, lottò perché fosse uno degli articoli della nostra Costituzione. Doveva essere l’art. 3 e così:  La resistenza, individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino. È questo l’abituale principio della resistenza, logico corollario dei due articoli precedenti.
Si ispirava all’articolo 21 della Costituzione francese del 19 aprile 1946: Qualora il Governo violi le libertà e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza sotto ogni forma è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri. In Sottocommissione fu approvato con 10 voti a favore, 2 astenuti e 1 contrario. Non riuscì a superare l’esame dell’Assemblea  Costituente, forse perché riconoscere un diritto di resistenza prefigurava un riconoscimento del diritto alla Rivoluzione, cioè al rovesciamento di un sistema, e la Rivoluzione era sinonimo di comunismo. La paura dei comunisti incombeva e moltissimo dopo la guerra di Liberazione.
Se penso all’attuale Presidente del Consiglio, lo immagino nell’immediato dopoguerra in preda al terrore per difendersi da quelli che pure avevano concorso a fare dell’Italia un paese occidentale e in fondo molto liberale. Ma quando uno vede rosso, è come uno dei tori di Pamplona alla festa di San Firmino: inarrestabile e furente!
Ho incontrato le idee di Giuseppe Dossetti nel mio percorso di studio ma la volta che l’ho avvertito più vicino è stato nel giugno del 2008, alla 1 a Festa Nazionale dell’ANPI. Nel laboratorio sulla Costituzione il Prof. Nicola Occhiocupo ne citò una frase, in cui il sacerdote invitava i giovani a difendere la Costituzione: «Cercate quindi di conoscerla, di comprendere in profondità i suoi princìpi fondanti, e quindi di farvela amica e compagna di strada. Essa, con le revisioni possibili ed opportune, può garantirvi effettivamente tutti i diritti e tutte le libertà a cui potete ragionevolmente aspirare; vi sarà presidio sicuro, nel vostro futuro». Occhiocupo fece poi un’affermazione che mi colpì molto: la Costituzione Italiana non è né il Talmud né la Bibbia né il Corano, vale a dire è suscettibile di essere cambiata purché non se ne stravolga il principio ispiratore, l’essenza.  L’essenza è la personalità umana. La Costituzione italiana non solo la riconosce ma prevede tutta una serie di istituti affinché si realizzi appieno. Il diritto di resistenza, proposto da Dossetti, doveva essere il corollario all’articolo collegato alla sovranità popolare, cioè proprio il fulcro della realizzazione della personalità umana.
Il primo comma recitava: La sovranità dello Stato si esplica nei limiti dell’ordinamento giuridico formato dalla presente Costituzione e dalle altre leggi ad essa conformi.
Nel secondo comma Dossetti proponeva: Tutti i poteri emanano dal popolo che li esercita direttamente o mediante rappresentanti da esso eletti. È a questo secondo comma che si collega la proposta Dossetti dell’art. 3 sul diritto di resistenza, che risulta una tutela nei confronti di un potere, che può capitare che sia esercitato in maniera arbitraria e a danno delle libertà inalienabili dell’uomo, è un precetto che va oltre la Costituzione, anzi la precede. È un principio etico.
Certo nella sua proposta Dossetti non poteva non essere stato influenzato dalla più grande tragedia del Novecento, la Seconda guerra mondiale, segnata dall’avvento di un orrore come il nazismo e il fascismo con il compimento di azioni sistematicamente aberranti da parte di uomini che avevano obbedito agli ordini.
Se i nostri padri costituenti avessero avuto l’ulteriore grandezza di sigillare il diritto di resistenza nella nostra Carta, essa sarebbe stata un codice etico inviolabile, un viatico per la gestione quotidiana dei progetti di ognuno di noi, avrebbe configurato la partecipazione come un obbligo morale, avrebbe definito la resistenza un atteggiamento culturale.
Quando vedo Padre Zanotelli, Don Santoro, Don Gallo e Don Ciotti che esercitano pratiche di resistenza e si inimicano il potere più grande, quello della Chiesa, non posso non pensare a Davide che sfida Golia. E mi chiedo: serve?
Certo che sì, Don Milani fu allontanato dalla Chiesa e isolato ma non fu piegato e il suo approccio alla vita rimane ancora oggi. Lo studiamo e cerchiamo di tradurre le sue idee in azione. C’è un limite all’accettazione. È la passività che dobbiamo rifuggire non la partecipazione. Chi resiste, partecipa, perché comunica una insofferenza, un disagio, che una società deve essere capace di leggere, di tradurre e spesso di accogliere.
Ho in mente l’immagine, usata da Don Alessandro Santoro nella sua ultima messa alla comunità delle Piagge a Firenze, quella del discorso sulle beatitudini dal Vangelo secondo Matteo, quando Gesù sale sulla montagna e dice: «E vedo la folla». Gesù sale in vetta non per distaccarsi dalla folla ma per vederla nelle sue singole unità, ognuno con la sua identità, con la sua particolarità. Quando una persona è vista, esiste, è riconosciuta per quello che è.
Dossetti, Don Santoro, Padre Zanotelli, Don Gallo, Don Ciotti sono saliti sulla montagna e hanno visto le persone, hanno visto che la manifestazione di sé è il più grande atto di resistenza perché è Esistenza. Pensate all’abuso che viene fatto dell’idea di uguaglianza? Un’uguaglianza che non è emancipazione ma il più grande strumento di controllo della nostra opulenta società, perché ci rende tutti di una medesima foggia.  Non siamo uguali, uguali devono essere gli strumenti per realizzarci ma ognuno deve esprimere la sua diversità, perché è la differenza che arricchisce e che rende le società migliori. E se fossimo tutti come Berlusconi?
La resistenza spesso è associata all’idea di Rivoluzione ma è John Locke, mentore del pensiero democratico e liberale, che, nella sua opera Due trattati sul governo (1790), la teorizzava come una pratica contro un governo o un diritto che, violando i diritti naturali, viola il patto sociale su cui allora si fondava il dovere di obbedienza. Il limite all’obbedienza è la violazione del patto fondativo di una società, la rottura di un contratto. Il nostro patto fondativo è la Costituzione con i suoi princìpi.  Se il Parlamento, democraticamente eletto, approva una legge che viola quel patto, non solo è un diritto opporsi ma è un imperioso dovere farlo, perché con l’atto di resistenza io difendo il patto che permette alla mia comunità di vivere appieno, rispettando tutte le individualità.
L’attuale capo del Governo capovolge il principio della sovranità popolare, sancito dalla Carta Costituzionale, perché lo usa a sua difesa, chiamando il popolo a raccolta. Ma la sovranità popolare configurata nell’art. 1 della Costituzione è la forma più alta di tutela del popolo proprio contro organi dello Stato che violano la fonte primaria di tutte le nostre leggi. Non solo dunque Berlusconi evoca un popolo che non esiste ma lo considera non una forza superiore ma un suo valletto.
Anche se il diritto di resistenza, proposto da Dossetti, non fu approvato, lo si può rintracciare in due articoli: l’art. 1 con l’istituto della sovranità popolare e l’art. 54 con l’obbligo per i cittadini di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. Se una legge viola la Costituzione, è legittimo che io possa resistere.
La fedeltà non è obbedienza. Solo ora realizzo il perché mi risulta naturale associare il diritto di resistenza ai religiosi, perché esso è un principio, colmo di spiritualità, è superiore ai nostri singoli interessi ma tutti li comprende. È la forma mentis della resistenza, che per Maria Cervi prima che fatto storico era atteggiamento culturale, è il vedere gli altri, accoglierli e proteggere il senso di comunità.

(* ANPI)

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