Il 15 ottobre e quel patto osceno tra Vendola e il blocco nero

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“Tra Arlecchino e Pulcinella
c’è una danza molto bella
si riempiono di botte,
si spaccano le ossa.
Mangiafuoco sta alla cassa.”

Edoardo Bennato, Burattino senza fili

Tre e più indizi non fanno una prova. No, non per un sistema giudiziario garantista come il nostro. Ma aiutano a capire, sempre che si sia disposti a comprendere, quello che ad esempio è successo a Roma sabato pomeriggio, durante la manifestazione degli Indignati il cui corteo è stato devastato dall’azione del blocco nero. A quanto pare non è stato un evento inaspettato, vediamo perché.

Primo indizio – L’appello di convocazione del Comitato 15 ottobre, in cui si parla di “Soggetti diversi con progetti un po’ diversi” che promuovono un “coordinamento leggero” per l’organizzazione della manifestazione. Tra le righe si legge che non c’è accordo pieno sulle modalità di gestione del corteo.

Secondo indizio – Gigi Sullo, giornalista e animatore del sito Democrazia Km Zero, scrive a caldo subito dopo gli incidenti: “Tutti sapevano che ‘qualcosa’ sarebbe accaduto. Tutti quelli, intendo, che sanno di queste manovre da corteo, delle trattative con la questura e tra gruppi organizzati che intendono partecipare alla manifestazione. Quei forse duecento sono una sorpresa solo per i cittadini comuni che hanno deciso di viaggiare a loro spese per gettarsi nella corrente dell’indignazione globale. I generali e i colonnelli dell’estrema sinistra sanno tutto. Ma sbagliano tutto.”

Terzo indizio – Il sito del centro sociale Askatasuna di Torino pubblica un editoriale in cui si dice che “Al 15 ottobre ci si è arrivati in una situazione assurda, dove gli organizzatori dei comizi finali in piazza San Giovanni, avevano desistito da tempo di sfilare verso i palazzi del potere romano, che era l’unica cosa incisiva in una giornata del genere. […] Oggi poteva solo succedere qualcosa in più dei piani prestabiliti, era normale, era nell’aria, spiace che ci sia chi non lo ha voluto vedere e si è voluto coccolare il suo orticello fatto di qualche poltroncina con Sel alle prossime elezioni.”

Accusa dura, che si esplicita nell’analisi di Giovanni Bianconi, da sempre informato sulle trame della politica italiana, istituzionale e dei movimenti. Leggendo ciò che scrive si palesa il patto osceno che prevede due seggi in Parlamento con il movimento di Niki Vendola per Luca Casarini e Francesco Raparelli, in cambio dell’accordo sul 15 ottobre con i nichilisti del blocco nero, che – ça va sans dire – tradiscono il patto “contro chi vende un corteo per un seggio in Parlamento” e si scatenano nella devastazione di Roma.

Anni fa per le sue manie di protagonismo e di egemonia, il partito di Rifondazione Comunista contribuì alla fine dell’esperienza dei Social Forum, che aveva avuto il merito di anticipare di dieci anni i temi alla radice della crisi attuale. Ora la storia sembra ripetersi con Sel e il movimento degli Indignati, anche se oggi Vendola interviene sul merito e parla di “diffamazione”. A rimetterci sempre e comunque i diritti negati delle persone, che si ritrovano a combattere su due fronti: contro il sistema economico neoliberista e contro i politicanti da quattro soldi che pretendono di rappresentarli.

Quello che viviamo in queste ore è quindi un affaire perverso, da chiarire quanto prima. Le rivendicazioni dei cittadini comuni che si sono riconosciuti nella protesta mondiale degli Indignati è troppo importante per essere rovinata da cose del genere. Serve chiarezza, perché quello che è successo a Roma è più complesso di quanto possano far apparire le semplificazioni tra “buoni” e “cattivi”. Non c’è spazio per il perbenismo in un momento di cambiamento come quello che stiamo vivendo, serve invece un’ampia disponibilità di informazioni, capacità di analisi, apertura al dialogo e al confronto, il tutto però sotto la luce del sole.

0 Comments

  1. Gabriele

    Grazie per questa riflessione. Sono sceso in piazza poche volte, anche se oramai sono più vicino ai quaranta che ai venti. La gente normale non ne può più di questi giochetti dei partiti. Pensavamo di essere in un posto dove lo schifo della partitocrazia non poteva arrivare e invece anche la bellissima manifestazione degli indignati è finita nelle mani del furbo di turno… Berlusconi vivrà in eterno così!

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  2. Marco Pinzani

    Mi associo al grazie, anche se mi chiedo cosa ci sia di vero. Comunque le rsiposte alle domande di giustizia poste dai trecentomila di Roma le aspettiamo dalla BCE, FMI, Obama , Merkel e compagnia. Non certo da Vendola, Maroni, Feltri e tantomeno Casarini. La provincia Italiana ha veramente stufato.

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  3. Lavinia

    Trovo questo articolo incredibile. Da un lato i perbenisti che giustificano i black bloch (ma esistono i black bloch?) solo con le infiltrazioni per lavarsi la coscienza e poter continuare a pensare che il movimento è buono e lo vogliono rovinare dall’esterno e basta. Dall’altro lato chi riversa tutte le colpe sui partiti. Ridicolo e infamante: dove sono le prove di un’accusa tanto grave??? Questo non è giornalismo serio e un sito che fa bandiera della libera informazione dovrebbe controllare di più le proprie fonti (quali sono in questo caso?)

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  4. red

    @Lavinia. Questo articolo invita a ragionare e se una cosa non mancano sono proprio le fonti, tutte linkate – le frasi in rosso per intendersi – e disponibili (e basta cercare su google per trovare altre testimonianze in tal senso). Eravamo a Roma e ti assicuro che sabato sera e domenica anche di questo si parlava nelle assemblee dei movimenti. Se hai dei dubbi sull’esistenza del blocco nero troverai in libreria una ventina di libri solo in italiano (poi ci sono le pubblicazioni estere e come sempre internet). Detto questo l’articolo inizia cosi “Tre e più indizi non fanno una prova” ma ci rifiutiamo di pensare che i nostri lettori preferiscano mettere la testa sotto la sabbia piuttosto che fare i conti con la complessità di una realtà che quasi mai è come ci piacerebbe che fosse.

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  5. Pieluigi Sullo

    Ho visto che c’è una accesa discussione, su Facebook, a proposito di un articolo de l’Altracittà sulle responsabilità delle organizzazioni di sinistra in quel che è accaduto a Roma sabato 15 ottobre. E siccome in quell’articolo si cita, a mo’ di “indizio”, quel che ho scritto a caldo sul sito di Democrazia km zero (http://www.democraziakmzero.org), mi sento implicato, diciamo in dovere di una spiegazione.

    Quel che so, e che capisco, è che nel “coordinamento 15 ottobre”, che come hanno scritto altri (ad esempio Marco Bersani di Attac), aveva nelle settimane prima della manifestazione messo la sordina alle differenze tra le organizzazioni che lo componevano pur di mostrare una faccia “larga”, vi sono state trattative serrate, a latere delle riunioni “ufficiali”, per ottenere che la parte più “radicale”, se proprio aveva bisogno di mostrare i muscoli in strada, lo facesse sì, ma senza coinvolgere direttamente il corteo. Per l’esperienza che ho di polizia e di manifestazioni, sono convinto che anche la questura sapesse, o avesse capito, che sarebbe successo questo, cioè -fisicamente – un tentativo di sfondare, alla confluenza di via Cavour con i Fori imperiali, in direzione di piazza Venezia, cioè dei famosi “palazzi del potere”. Ciò che puntualmente non è avvenuto, avendo deciso i “neri” che avrebbero occupato tutta la scena facendo l’opposto, ovvero, secondo la sperimentata tecnica dei loro colleghi greci, attirando la polizia verso il corteo, e infine distruggendolo, non senza aver avuto l’opportunità di riempire piazza San Giovanni – grazie all’idiozia della questura – di scene di guerra.

    Bene, se lo scenario è questo, credo che la “colpa” di tutto non sia di tizio o di caio, di Vendola o di Bernocchi, di Casarini o perfino di qualche oscuro “leader” dei “neri” (di quelli che si aggiravano ai margini del corteo, telefono alla mano, per dare ordini alle loro truppe: visti con i miei occhi). La colpa, per dir così, è nel non aver capito, anzi nel non voler capire, che la gente che era in corteo era prevalentemente non “organizzata”, e non lo era, come ha ben scritto in una lettera al manifesto una manifestante, proprio perché rifiuta quel tipo di organizzazione, di politica, di dipendenza dalle elezioni o in generale dalla “presa del potere”.

    Il movimento degli “indignados”, a Madrid come a New York, e perfino ad Atene, ha come suoi capisaldi (facilmente rintracciabili in tutte le loro dichiarazioni) l’aver individuato nella grande finanza la causa principale del disastro sociale e, di conseguenza, nel rifiutare la delega, la democrazia rappresentativa, che appunto a quella finanza obbedisce. E dunque, ci si mette alla ricerca di una “democracia real” contro la “corporate democracy”. Alla gran parte dei manifestanti di sabato 15 i relativi schieramenti attorno a un “nuovo centrosinistra”, o attorno a come “prendere il potere”, e di conseguenza gli stessi “palazzi del potere” svuotati di potere, non interessavano affatto, perché erano ben oltre, avevano e hanno un obiettivo molto più radicale, da perseguire per altro con metodi che coinvolgano i cittadini comuni, perciò non violenti, piuttosto che porsi come “avanguardia” della “battaglia”.

    Il problema è qui, nel fatto che il “coordinamento 15 ottobre” era un buco quadrato in cui la cosa rotonda chiamata “indignati” non poteva entrare.

    Magari sbaglio del tutto, ma questa è la mia impressione.

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