20 settembre 2018

I mezzi dimezzati

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O si offriranno meno servizi sociali, o si offriranno gli stessi servizi ma di qualità parecchio più scadente. A rimetterci, comunque, saranno gli utenti finali, minori in difficoltà, tossicodipendenti, anziani, malati: persone che la cinghia ce l’hanno già abbastanza stretta. Tra le varie magie contabili e mediatiche del Governo Berlusconi, c’è, infatti, anche questa: un libro bianco del welfare annunciato come la grande novità per lo Stato sociale del terzo millennio (Stato? sociale? parole che, chissà com’è, suonano strane in bocca ai nostri ministri), che si traduce nel tentativo di decurtare il fondo sociale destinato alle Regioni e agli enti locali, per rimpinguare le casse di un Inps ormai strutturalmente in deficit e fare della famiglia (quella normale, per carità) il perno delle politiche sociali pubbliche e (ovvero) private.
Andiamo con ordine. C’era una volta una legge, tale 328 del 2000, sfornata dall’allora ministra Turco, che prometteva alle Regioni e agli enti locali risorse certe fino alla fine del 2003. Forse troppo fiduciose, le amministrazioni locali hanno approvato i loro bei bilanci e i loro bei piani integrati sociali, contando anche su quelle risorse. Ma ecco spuntare il nuovo welfare targato Maroni: dei 771 milioni di euro destinati alle Regioni, ne arriveranno a destinazione, se ascoltiamo le voci più ottimistiche, 570. Se pensiamo male, facciamo peccato e ascoltiamo i pessimisti, ne arriveranno circa 350: il taglio è del 56%.
Qual è la conseguenza pratica di tutto ciò sulle cooperative sociali, che gestiscono operativamente i servizi? “Ormai navighiamo a vista, programmare è diventato impossibile – ci spiega Silvia Ciolfi, che presiede la cooperativa CAT (Centro di Animazione Triccheballacche) di Firenze – I servizi richiesti sono bene o male gli stessi, ma ci chiedono di farli con un 30-40% di soldi in meno. Come facciamo a garantire la stessa qualità delle prestazioni? La situazione dei soci lavoratori, poi, diventa ancora più precaria, perché rischiamo di dover ridurre gli orari di lavoro”. Una conferma in questo senso viene anche da Legacoop. “Tagliare il fondo così, in corso d’opera, è improvvido e forse anche illegittimo, visto che si ledono competenze regionali”, sostiene Angelo Migliarini, del settore servizi. Per Legacoop, la dequalificazione dei servizi sarà inevitabile, a meno che la Regione stessa non intervenga con politiche più coraggiose, con un atteggiamento meno passivo nei confronti dello Stato e cercando di mettere in piedi un sistema autonomo, una sorta di welfare toscano.
I più preoccupati, naturalmente, sono gli operatori, quelli che nel concreto si trovano a dover gestire i problemi. La sensazione, ci dice uno di loro, è che dalle alte sfere ci sia l’intenzione di tagliare i fondi alle politiche di prevenzione, per privilegiare il lato repressivo delle politiche sociali, la “versione Muccioli”, per intendersi. Probabilmente c’è questo e c’è anche un indirizzo latente, che fa parte della forma mentale di chi ci governa: la spinta verso il mercato, anche e soprattutto nel settore sociale. Il non profit per sopravvivere, volente o nolente, dovrà imitare il profit, dovrà cercare forme di finanziamento sponsorizzate e far pagare i servizi. Una politica sociale di élite: come contraddizione in termini non c’è male davvero; peccato che in gioco non ci siano solo parole, ma persone.

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