21 settembre 2018

I magnifici sei

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Domenica 19 Maggio si è svolta all’anfiteatro delle Piagge la premiazione dei vincitori del concorso “Racconta la Periferia” con la presenza dei giurati Alessandro Santoro, Sandra Bonsanti, Anna Benedetti, Paul Ginsborg, Antonio Tabucchi e Maurizio Bossi. Riportiamo nelle pagine seguenti alcuni estratti dei brani vincenti.
E’ stato inoltre istituito un premio speciale vinto ex aequo da due testi. Il primo è “Il braccialetto azzurro” di Sibilla Abrami, narrazione al passato dell’incontro amoroso tra una ragazza ‘bene’ della Firenze centro con un problematico abitante dell’Isolotto, ex drogato e sempre a rischio di ricadute: secondo Francesca Sanvitale, citata da Ginsborg, un racconto compiuto.
Il secondo testo è “Mi bruciano gli occhi, chè ho letto due minuti” risultato di un processo di scrittura collettiva – di milaniana memoria, come ha sottolineato Santoro – ad opera dell’associazione di rom e italiani Amengià e che ci trasporta nei campi nomadi italiani, persi nelle periferie profonde delle nostre città: testimonianza vissuta della possibilità di incontro, dialogo e contaminazione fra mondi e culture diverse.

I vincitori della edizione 2002 di ‘Raccontare la periferia’

l’Altracittà – giornale della periferia e il Gabinetto G.P. Vieusseux, insieme al Centro Spazio Reale di San Donnino, al gruppo 334 di Brozzi, a Leggere per non dimenticare, all’Associazione lettori della Biblioteca Nazionale di Firenze e all’Archivio Diaristico Nazionale sono lieti di annunciare i vincitori della Prima edizione di “Raccontare la periferia”, Premio di diaristica e di memorie inedite.
La giuria, composta da Anna Benedetti, Rosanna Bettarini, Sandra Bonsanti, Maurizio Bossi, Pietro Clemente, Paul Ginsborg (Presidente), Daniela Lastri, Giovanni Momigli, Alessandro Santoro, Francesca Sanvitale, Antonio Tabucchi, Saverio Tutino, ha consegnato domenica 19 maggio alle ore 17, nell’Anfiteatro delle Piagge, i seguenti premi:

I CLASSE DI ETÀ fino ai sedici anni compiuti
Primo premio a Simone Lisi per “Storia d’inverno” consistente in un buono del valore di 1033 euro per un viaggio in una località europea.

Secondo e terzo premio non assegnati.

II CLASSE DI ETÀ dai sedici anni in poi

Primo premio a Silvia Calamai per “Di traverso” consistente in un assegno da 1033 euro.

Secondo premio a Chiara Guarducci per “Cani amari” consistente in un assegno da 259 euro e buono per acquisto libri del valore di 259 euro.

Terzo premio a Serena Vernesi per “Progetto di riqualificazione urbana (PUR), gatti e anguille” consistente in un buono per acquisto libri del valore di 259 euro.

Premio speciale della Giuria a Sibilla Abrami per “Il braccialetto azzurro” consistente in un buono per acquisto libri del valore di 155 euro.

Premio speciale della Giuria all’Associazione Amengià per “Mi bruciano gli occhi, ché ho letto due minuti” consistente in un buono per acquisto libri del valore di 155 euro.
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Ecco alcuni estratti dai brani vincitori

Di traverso
Primo premio II classe – Silvia Calamai

Con toni pacati e sommessi l’autrice di questo diario – suddiviso secondo temi e non in giornate – coglie la trama sempre uguale del quotidiano mestiere di vivere. I contorni netti ed essenziali dell’esistenza prendono forma dalla monotonia dei piccoli gesti quotidiani, dalla routine di una pendolare che passa da un treno a un altro, a un altro ancora. Non le piccole differenze che rendono unica ogni giornata ma ciò che sempre si ripete è messo sotto la lente di ingrandimento, scomposto e analizzato da una voce narrante – un poetico tu – che, come ha detto Tabucchi, “spia i segnali della vita e vi si confronta” con grande umanità.

Ma perché non ti trasferisci? Un appartamento, una camera là dove lavori, un appartamento in centro, con vista sulla torre o sul mare. Perché non ti trasferisci? Ma è quella pendolarità che arrivi quasi ad amare, la sveglia ad orari impensabili, prepararsi il caffè da sola quando fuori è buio, oppure quando a primavera comincia ad albeggiare, in un mondo ancora abbastanza fermo, ordinato, ancora fresco, quasi riposato e riposante.

Sugli autobus sui treni
Se tu avessi cominciato a fare la maglia sul treno o sugli autobus, fin dalle prime volte, avresti riempito il mondo di una lunga sciarpa di lana come un lunghissimo baco. Il segno del tempo che passi sugli autobus e sui treni: avresti fatto questo, e gli altri se ne sarebbero accorti, se davvero tu avessi fatto la maglia invece di tenere in mano libri e riviste: inutili, intellettuali.
(segue a pagina 4)
Arioso
Ci sono i vuoti talvolta, dentro le periferie. L’occhio può guardare, spostarsi. C’è ancora un po’ di spazio, un campo abbandonato, o due. È in centro che il muro ti blocca, ti inchioda lì, sono le costruzioni antiche, i fardelli della storia.

Citofoni
Le periferie sono quelle che ti porti dentro, i paesaggi dell’anima, qualche insicurezza, un po’ di fragilità. Le periferie assomigliano a persone piegate, silenziose-così almeno sei portata a credere- a vestiti smessi, poco alla moda. I centri storici allora potrebbero rappresentare la classe dirigente, le villette con tanti libri le edizioni pregiate i quadri d’autore te li immagini laggiù e non qui, in questi edifici dove accanto al portone c’è una lista lunga di cognomi e il suono del citofono, rassicurante apparecchio al quale dire domandare Chi è, al quale rispondere nomi o pronomi o parentele Sono io, apri.

Neutralità
Scrivi scrivi la periferia tu che ci stai dentro che ti senti periferica sei quella che non fa voltare gli uomini quando cammini per strada, neutra sei come gli edifici tutti uguali, dentro si agitano mondi ma cosa importa a chi? Sono i centri storici al centro, sono le persone centro-storico che si riconoscono subito, su di loro non ci si può sbagliare. Quelli che a tavola ai pranzi (non ai desinari come si dice da te) hanno avuto modo di digerire libri, di aprirli sfogliarli con naturalezza e agio di parlare con le persone giuste senza diventare rossi e sbagliare i congiuntivi, quelli che hanno viaggiato da subito e che sanno due lingue come punto di partenza. Tu scrivesti sul tuo diario di scuola elementare scrivesti quando per la prima volta uscisti dalla regione Toscana per entrare nella ragione Emilia Romagna. Sacro sorprendente giorno.

Da dietro
Perché nessuno cammina mai, per le strade, se si escludono i vecchi, pensionati appoggiati ad un bastone, puoi anche chiedertelo, capita certe volte di non incontrare nessuno. Sogni periferie dove si possa passeggiare e davvero si passeggia in tanti, dove ci si saluta e ci si ferma a chiacchierare andando al mercato, alla posta, senza guardare l’orologio. I pomeriggi lunghi della domenica non vedi una persona là fuori, se cammini puoi anche non incontrare un cane e chi passa ha furia anche nella tua via che non ha sbocco, un tempo buona per i bambini, anche lì le macchine corrono come sopra un’autostrada. Non vedi nessuno che va lento, spesso non vedi nessuno e allora ti viene da chiedere dove sono tutti gli esseri umani dove sono tutti se sono in casa tutti al chiuso di fronte alla televisione immobili in silenzio comodamente seduti o se sono seduti in centro a Prato o a Firenze, o fuori lontano o dentro vicino, dietro le tende a pensare Dove va questa da sola.

Al varco
È come vedere il dietro delle case: non le facciate con i fiori, ordinate, ma le terrazze piene di roba, dall’aria quasi malata, un po’ triste, scatole sopra scatole, vasi di terracotta rotti, bottiglie di plastica e di vetro, vuote. Portaoggetti di plastica all’interno della cucina sfrattati sui balconi insieme alla frutta che non entra più nel frigorifero quando è pieno e se è inverno fuori ci sta anche bene. Le scope le cassette lo spazzolone talvolta un piccolo lavatoio bianco. C’è chi chiude con il vetro e l’alluminio le terrazze sul retro, appendici della casa: e da chiuse le riempie di più, con gli oggetti che non si ha mai il coraggio di buttare, che non si buttano mai. E al vento, indifferenti, i panni tesi ad asciugare, di tutti i tipi di tutti i colori di tutte le dimensioni. Le coperte e i tappeti sui davanzali, la mattina presto: spostare la polvere da dentro a fuori, buttarla nel mondo, tutti i giorni o una volta la settimana o quando capita, senza scadenze precise, e poi aspettarla di nuovo dentro, la polvere, e ricominciare a pulire.

Somiglianze
È quando tutti dicono: assomigli a qualcun altro.
Il tuo volto assomiglia a qualcun altro. Il tuo volto mi ricorda qualcuno. Inni all’ordinario, questi cori, uguaglianze fasulle, pseudo democrazie: Mi ricorda qualcun altro, il tuo volto. Come ogni periferia che ricorda sempre altre periferie. Questo posto mi ricorda qualcosa, tendono a dire così, dicono così e pensano a quali altri posti assomigliano i posti che vedono e talvolta vivono. Mi ricorda qualcosa, questo posto. Questo luogo mi ricorda altri luoghi. Hanno smarrito la tipicità delle teste degli architetti. Che fatica ogni volta dire chi sei, sillabare il tuo nome.

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Storia d’inverno
Primo premio I classe Simone Lisi

Simone Lisi ci racconta in poche, ben scritte, pagine la storia di un amore lieve e felice fatta di baci dati per strada e pomeriggi spesi alla libreria Edison, un amore che ha la magica forza di unire un ragazzo dell’estrema periferia con il mondo delle ville di Fiesole; la storia di un ragazzo che, scegliendo di proseguire gli studi, si ritrova oramai mille anni luce distante dai compagni d’infanzia, piantati fissi al bar a perdersi in chiacchiere futili, ma che sente altrettanta estraneità per i compagni ‘bene’ del liceo.

8 Gennaio 2002
Sono giornate freddissime. Sono sempre in motorino col mio giubbotto di pelo di cane e vado dove lei mi dice di andare. Sono felice sul mio motorino sulla strada che porta a San Domenico e poi a Fiesole perché la vedrò. Non c’è altro. Tutto sembra bello, anche le strade trafficate dove migliaia di persone corrono nelle loro scatolette e passano davanti agli occhi distratti di noi due che ci baciamo….

15 Gennaio 2002
Ma poi il sogno svanisce, la sera quando torno a casa, nella mia periferia triste che è stata la mia infanzia per strada a giocare a pallone e da cui ora mi allontano. Ogni volta di più. Passo davanti al bar. Ci sono una decina di motorini e gente intorno a fumare e parlare. Sono il mio passato. Sono cresciuto con quegli stessi ragazzi che ora mi salutano appena e che sono rimasti lì dove eravamo a dodici anni. Io ho scelto il liceo. Loro hanno scelto la strada…

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Cani amari
Secondo premio II classe
Chiara Guarducci

Il testo è il diario quotidiano di una rilevatrice del censimento della popolazione 2001 per conto del Comune. Con scrittura agile, veloce e leggera ritrae una periferia che si perde tra campi e colli per poi tornare in mezzo a condomini seriali e palazzoni. Emergono mille piccoli fatti irripetibili che sono le tessere di ogni giornata: scorci di interni sempre diversi, l’elenco dei nomi più strani trovati, situazioni d’ogni tipo – allegre a volte, a volte sconfortanti. Tutto è colto con occhio sempre rapido, intelligente, selettivo ed espresso in una scrittura che sapientemente riesce trasmettere il sapore fresco del racconto orale.

Entravo in condomini popolari.
Scatole perfette e omologate, dove le porte sono tutte uguali, l’organizzazione degli appartamenti identica, al massimo speculare rispetto a quelli vicini.
Eppure ogni porta che veniva aperta al suono del campanello scritto con lo stesso font, faceva intravedere un quadro unico, o un merletto personale. Lo zerbino faceva da ouverture a quello che avrebbe fatto seguito. Dalla soglia in poi si respirava l’odore di quella precisa esistenza.
Tutte essenze diverse.
Se nel condominio c’erano 6 interni abitativi, 6 erano i diversi profumi.
Mi è sembrato di sentire che una casa, aldilà dell’apparenza è un qualcosa di veramente intimo. È un luogo protetto e custodito, intriso di storia.
Se potevo non entravo.
Non volevo rompere la membrana.
Non volevo respirare l’odore.
Finita fase distribuzione.
Inizio ritiro.
Quei pochi fogli di famiglia che sono stati compilati fino ad oggi, sono tutti sbagliati!!!
Caselle crociate e poi scarabocchiate sopra, commenti aggiunti, domande da rispondere non risposte e domande da non rispondere risposte.
Che macello! Dovrò mettermi a controllare uno a uno… questa è la prova che le persone, in questionari a freccette e quadratini NON CI STANNO.
Escono dai bordi. Strappano le regole. Rifiutano di essere rappresentati da numeri. Mi dovrò inventare i dati mancanti? O dovrò tornare un’ulteriore volta a farlo completare? Bah.
Per non parlare poi di quelli che non l’hanno neanche guardato, ancora, il fatidico foglio di famiglia, a più di dieci giorni dalla consegna.
Sono coloro che da bambini non facevano in tempo i compiti a casa, oppure coloro che l’hanno sempre fatti e ora non li vogliono più fare?

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Mi bruciano gli occhi, ché ho letto due minuti
Premio speciale della Giuria Associazione Amengià

Arriviamo al campo accompagnati da Ionco: come al solito fuori città, seguendo un dedalo di strade strette e tortuose in mezzo ai campi ben coltivati e fabbriche. Come al solito di passaggio si vedono cimiteri, piccole o grandi discariche, rumorose vie di traffico…insomma ciò che in genere la ‘civiltà’ considera scarti. Il percorso è, come al solito, complicato. Se dovessimo tornare indietro da soli, senza alcuna guida, passeremmo giorni perduti nella nebbia…

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Progetto di riqualificazione urbana (PUR), gatti e anguille
Terzo premio II classe – Serena Vernesi

Il testo è la storia di una ragazza che, dopo aver abitato per 10 anni in pieno centro a Firenze, si ritrova a vivere in periferia a Novoli spinta da un affitto economicamente più accessibile. Qui, alloggiata davanti all’ex area Sime, zona industriale su cui è prevista la costruzione di nuovi palazzi, la protagonista si ritrova quasi suo malgrado a combattere in maniera tenace contro le istituzioni che hanno previsto una ‘riqualificazione urbana’ che appare incurante delle esigenze di spazi vitali di incontro, senza una previa opera di bonifica dai rifiuti tossici della fabbrica. Il racconto è il resoconto puntuale di un rapporto contrastato e difficile con il territorio, in cui inizialmente prevale il rifiuto per un trasferimento ‘fuori delle mura’ sentito come vergognoso, degradante e che si trasforma però, passo dopo passo, riga dopo riga, in un vero risveglio alla vita, ai valori umani della solidarietà, all’apertura verso gli altri, al riconoscimento di avere infine ‘messo radici’.

Dove sono stata fino adesso? Dove ho vissuto? E, soprattutto come?
Ero assente. Esistevo, ma non vivevo. Ci è voluta la Sime per togliere la nebbia, la polvere accumulatasi con anni di stazionamento davanti alla tv, per farmi ricordare che la vita è tante cose. È stato ed è un lungo percorso. La possibilità di vedere la città in più parti mi ha fatto riflettere. Perché alla fine via Toscanini è stata un possibilità. Mi viene in mente una frase che ho letto in una tipografia, sempre in via Baracca, è una frase di G.B. Vico, dice così “paiono traversie e son opportunità”.
La periferia, con le sue difficoltà, il suo smog, il suo traffico è stata a ben guardare un’opportunità. Un abituarmi a pensare in modo diverso, a vedere realtà che altrimenti non avrei mai visto.
Anche l’Esselunga di Novoli è un esperimento per l’integrazione, a volte ci trovi più stranieri, stranieri dico, non turisti, che italiani. In fila alle casse va a finire che due parole le scambi anche con loro. Più disponibili al dialogo che non i miei concittadini. E scopri che sono come te, comprano le stesse cose.
Anche al semaforo in viale Belfiore, se hai tempo e voglia, puoi iniziare a sentirti meno solo.
Lo straniero che è lì a lavorare, ad offrire il suo servizio di lava

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