I due presidenti del Messico

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Una storia già vista: in Florida nel 2000 come in Messico nel 2006. Una vittoria strappata ai candidati della sinistra per pochi voti, l’idea dei brogli, le infinite polemiche e poi una proclamazione sul filo del rasoio. I paesi sono spaccati e l’affezione alla politica diminuisce spaventosamente: il 2 luglio in Messico solo un elettore su tre è andato ad apporre il suo dito inchiostrato sulla tessera elettorale. Le motivazioni? Sfiducia nei politici in prevalenza, ma anche l’appello della Otra Campaña a non votare, a non appoggiare questa campagna elettorale, neppure a favore del candidato della sinistra Lòpez Obrador del Partito della Rivoluzione Democratica (Prd), per non tapparsi il naso di fronte ad una classe politica corrotta e interessata solamente a prendere il potere.
Il 2 luglio mostra un Messico chiaramente diviso e fortemente contrapposto. La maggior parte del nord ha votato per Felipe Calderón “Partido de Acción Nacional” (Pan), quasi tutto il sud per López Obrador. I ricchi hanno votato in maggioranza per il Pan, i poveri l’hanno fatto per la coalizione “Por el Bien de Todos”.
La lista delle anomalie che ci sono state durante le elezioni è enorme: creazione di un clima di tensione per favorire un voto dettato dalla paura, utilizzo di risorse pubbliche destinate allo sviluppo sociale per influenzare il voto, voti comprati, simpatizzanti del Prd eliminati dall’anagrafe elettorale, utilizzo indebito di informazioni dello Stato ad uso della campagna elettorale panista, manipolazione dei risultati preliminari della votazione. Ma c’è molto di più. La grande menzogna sui risultati elettorali del 2006 nasconde il progetto di saccheggio del petrolio e delle altre risorse naturali messicane, la privatizzazione dell’energia elettrica e dei servizi di salute e di previdenza sociale, così come un nuovo aumento delle tassazioni che pesano sulla popolazione più povera del Messico. La grande menzogna fa parte di un progetto di conquista e colonizzazione che ha come emblema il muro, lungo più di 3 mila chilometri, che il governo degli Stati Uniti sta costruendo alla frontiera con il Messico.
Il Paese vive oggi un nuovo 1988, anno in cui per un improvviso black out del sistema informatico si rovesciarono le sorti del voto e la vittoria fu strappata a Cuauhtémoc Cárdenas, figlio del più celebre Lazaro Cárdenas che nel 1936 attuò la riforma agraria nel paese: quell’anno il Messico fu sconvolto dallo scandalo e ferito dall’ennesima ingiustizia. In base alla costituzione messicana il mandato presidenziale dura sei anni, ma fino al 2000 il presidente uscente aveva il “diritto” di scegliere il suo successore.
Il primo presidente eletto democraticamente è stato Vincente Fox, candidato del Pan, “el traidor de la democratia” come viene chiamato ora dai suoi oppositori: durante il mandato di Fox la classe media è cresciuta ma sono cresciuti anche il grande divario economico tra poveri e ricchi e il tasso di disoccupazione, soprattutto nel sud del paese. Questo ha avuto come diretta conseguenza l’esodo di migliaia di persone verso il confine con gli Usa.
Oggi il colpo di Stato tecnico della destra ha strappato la vittoria a López Obrador. Ma il paese non è più quello del 1988, ora conta su un’esperienza organizzativa e di resistenza che allora non esisteva. La nazione non è più disposta a farsi prendere in giro, ha percorso nuove strade in questi anni grazie anche alla presa di coscienza che è nata con la comparsa in scena dell’EZLN. Marcos, pur non appoggiando alcun candidato a queste elezioni e rilevando la minima differenza tra i programmi politici dei due avversari, ha ammesso che la vittoria di Calderòn è frutto di brogli, e che la volontà popolare non è stata rispettata.
Il ‘Delegato Zero’ ha ripreso nel mese di ottobre il giro del paese con la Otra Campaña, che si era interrotta durante il mese di maggio dopo i sanguinosi fatti di Ateneo. La Otra è mirata alla creazione di un fronte unito della sinistra. Marcos ha chiarito che gli zapatisti “non sono amici di Amlo – come viene popolarmente chiamato López Obrador –, ma nemici di tutta la classe politica”; ha inoltre ricordato che anche il Prd votò la contestata legge sui diritti dei popoli indigeni approvata dal Parlamento nel 2001, che di fatto interruppe ogni contatto formale tra l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e il governo. Milioni di persone hanno manifestato durante gli ultimi mesi in tutto il Messico a favore di Obrador: il 31 luglio quasi due milioni di persone hanno invaso pacificamente lo Zocalo di Città del Messico scandendo lo slogan “voto por voto, casilla por casilla” , chiedendo cioè la verifica di ogni voto e da quel giorno un comitato composto da migliaia di persone si è instaurato nello Zocalo per appoggiare il candidato di sinistra. Anche domenica 17 settembre più di un milione di persone si sono date appuntamento nella piazza principale di Città del Messico, per partecipare alla Convenzione Nazionale Democratica con lo scopo di proclamare quello che a loro avviso era il legittimo presidente: al grido “non sei solo, non sei solo” i simpatizzanti dei movimenti di sinistra hanno dato il loro totale appoggio alla causa di Obrador. Adesso si è aperta una nuova fase politica per il Messico, López Obrador ha fatto sapere che creerà un governo parallelo e con questo viaggerà per il Messico cercando un’opposizione dura e costante a tutti gli atti formulati dal governo di Calderòn.
Non c’è quindi il minimo dubbio che il voto della cittadinanza sia stato favorevole ad Andrés Manuel López Obrador: difendere il suo trionfo è compito del popolo e di una cittadinanza di poveri supportati da immensi settori della classe media impoverita, tutti animati dagli stessi valori: libertà, giustizia e sovranità.

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