15 dicembre 2018

I dubbi di Rachel

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Rachel Corrie è morta schiacciata da una ruspa israeliana nella striscia di Gaza. La ruspa faceva il suo lavoro, un lavoro normale in Palestina: era lì per demolire una casa, una delle 10.000 case di palestinesi buttate giù dal 1967. Anche Rachel faceva il suo lavoro, quello che aveva scelto secondo la sua idea di giustizia: era lì per opporsi a questa demolizione, a tutte le demolizioni, all’occupazione, alle umiliazioni dei check point, agli arresti illegali, alla segregazione. Era lì per difendere i diritti di un popolo vittima di un genocidio. Questo pensava Rachel, questo scriveva alla sua famiglia. Rachel aveva 23 anni ed era nata negli Stati Uniti. Una ragazza americana che avrebbe potuto starsene a casa sua e fare una vita normale, lontana dalla guerra, lontana dalla miseria, dalla paura, dalla morte. È stato un incidente, è stato un omicidio? Di sicuro possiamo dire solo che Rachel Corrie è l’ennesima vittima di una situazione estrema di violenza, sopruso, disprezzo totale del diritto internazionale e dei diritti umani. Vittima dell’ingiustizia che lei stessa descriveva nelle sue lettere, di cui riportiamo alcuni estratti. Ci sembra il modo migliore per ricordarla.

Sono in Palestina da due settimane e un’ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone care negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li sorveglia costantemente da vicino.
(…) Nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. (…) Nessuno nella mia famiglia è stato colpito, mentre andava in macchina, da un missile sparato da una torre alla fine di una delle strade principali della mia città. Io ho una casa. Posso andare a vedere l’oceano. Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato, pesantemente armato, che aspetta a metà strada tra Mud Bay e il centro di Olympia a un checkpoint, con il potere di decidere se posso andarmene per i fatti miei e se posso tornare a casa quando ho finito.
(…) Due anni fa, 60.000 operai di Rafah lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono entrare in Israele per motivi di lavoro. Di questi 600, molti hanno cambiato casa, perché i tre checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la città israeliana più vicina) hanno trasformato quello che una volta era un viaggio di 40 minuti in macchina in un viaggio di almeno 12 ore, quando non impossibile. Dall’inizio di questa intifada, sono state distrutte circa 600 case a Rafah, in gran parte di persone che non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma vivevano lungo il confine. Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il posto più povero del mondo.
(…) Quando la gente viene rinchiusa in un ovile – Gaza – da cui non può uscire, e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco, questo credo che si possa qualificare come genocidio.
(…) Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, “questo è il vasto mondo e sto arrivando!” Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.
(…) Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell’essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili – anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo così forte. Credo che la parola giusta sia dignità. Come vorrei che tu potessi incontrare questa gente. Chissà, forse un giorno succederà, speriamo. Rachel

Potete trovare il testo completo (tradotto in italiano) sul sito www.peacelink.it

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