I rifugiati somali vanno a scuola grazie all'Onda. E alle occupazioni

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Il gruppo di somali del corso di italiano
Il gruppo di somali del corso di italiano

di Silvia Casagrande

Per integrarsi in paese sconosciuto, prima di tutto occorre conoscerne la lingua. Lo sanno bene i 47 somali che dallo scorso ottobre vivono in via Luca Giordano, infatti, l’idea del corso d’italiano: si sono rivolti al Movimento, che li ha messi in contatto con gli studenti della facoltà di Lettere. «Lo scorso dicembre, durante l’occupazione dell’Onda, sono arrivati questi ragazzi e ci hanno chiesto se volevamo insegnargli l’italiano», racconta Francesca Speraddio, una delle studentesse del collettivo Aut Aut che ha raccolto con entusiasmo la sfida lanciata dai somali. Alla fine di gennaio nasceva la scuola di italiano autogestita, che da allora si svolge ogni martedì e giovedì e con il passare dei mesi ha visto l’adesione di volontari esterni alla facoltà, tra cui un giovane geologo, un’educatrice e una studentessa finlandese. «Finalmente riusciamo a farci capire dagli italiani – raccontano gli allievi – prima era impossibile perfino lasciare il curriculum a un’agenzia di lavoro: negli uffici italiani nessuno parla inglese». La scuola è utile anche per fare amicizia con i coetanei italiani: «Alcune volte, invece della lezione, si cena o si fa festa: allora cambiano i ruoli e noi somali insegniamo agli italiani la nostra musica e cucina». Il corso rappresenta allo stesso tempo un’esperienza di insegnamento e mediazione interculturale per gli studenti di lettere. Tanto che gli organizzatori stanno cercando di farsi riconoscere l’esperienza come tirocinio: «Stipulare una convenzione con l’università – continua Francesca – vorrebbe dire far continuare la scuola negli anni e anzi, si potrebbe farne nascere altre in altre case occupate».

LA CASA DEI SOMALI – Per il portavoce del Movimento lotta per la casa Lorenzo Bargellini, «la struttura di Luca Giordano rappresenta un ottimo esempio di autogestione: oltre alla scuola italiano, due volte la settimana vi si svolge l’ambulatorio medico gestito da medici a titolo volontario». Insomma, l’occupazione sta diventando un punto di riferimento importante per tutti i richiedenti asilo che vivono a Firenze, di cui il Movimento si occupa fin dal 2003. Per questo, racconta Bargellini, è in corso una trattativa con le istituzioni comunali perché questa occupazione venga riconosciuta e autorizzata: «Se si riuscisse a non vivere con la minaccia di essere sgomberati in qualsiasi momento, esperienza che questi ragazzi hanno già vissuto in via Pergolesi, si potrebbe dare struttura e stabilità a progetti di integrazione come questi».

«Davanti alla guerra civile non hai scelta: o combatti o fuggi come clandestino»

Il racconto di uno dei rifugiati: «Dopo l’assassinio di mio fratello ho detto alla mia famiglia di nascondersi: è stata l’ultima volta che li ho sentiti»

«Un giorno vennero al negozio che gestivo con mio fratello e lo ammazzarono davanti ai miei occhi, aveva solo 26 anni». Dolal, che di anni ne aveva 24, ricorda il giorno in cui la sua vita cambiò per sempre: «Avvertii la mia famiglia, che scappò da Mogadiscio. Da allora, non so più niente di loro». La guerra tra clan aveva travolto la sua vita e a Dolal non rimanevano molte scelte: imbracciare le armi o fuggire. Scelse la fuga e, con essa, la clandestinità. «Passai due anni cercando di raggiungere l’Europa, entrando e uscendo dalle prigioni etiopi e libiche, picchiato dai poliziotti che mi credevano un terrorista, pagando centinaia di dollari per passare i confini nascosto in qualche camion ». Per imbarcarsi insieme ad altri 50 ragazzi, due giovani madri e i loro figli alla volta della Sicilia, di dollari ne spese 900. «Dopo 4 giorni, il 9 aprile 2008 attraccammo a Lampedusa. Le violenze che ilmio clan stava subendo erano note ai membri della commissione che esaminò il mio caso e mi venne riconosciuto lo status di rifugiato politico. Non ero più un clandestino». Arrivato senza conoscere nessuno nè una parola d’italiano, la vita fiorentina di Dolal cominciò dalla stazione di Santa Maria Novella, dove dormì accampato per quasi un mese, mangiando alla mensa di via Baracca. «Poi sentii parlare della casa dei somali di via Pergolesi e ci rimasi finché non vennero a sgomberarci». Dopo varie peripezie, il 4ottobre scorso, Dolal ed altri 47 ragazzi somali, hanno occupato l’ex magazzino del Meyer di via Luca Giordano 4: «C’è luce e acqua corrente. Alla Caritas ci danno cibo e vestiti e quando qualcuno trova da lavorare, provvede a tutti gli altri». Dopotanti anni, Dolal sente di avere finalmente ritrovato una casa. E anche una famiglia: «Questi ragazzi sono i miei fratelli. E pensare che siamo di clan diversi: in Somalia saremmo costretti a combattere l’uno contro l’altro».

[Fonte l’Unità]

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