I dolori delle periferie, la crisi di Grecia, Portogallo, Spagna… e Italia

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Europa, i dolori delle periferie

Mario Pianta
di Mario Pianta

Due topolini che fanno paura agli elefanti, o meglio ai tori delle borse di tutto il mondo. Grecia e Portogallo hanno insieme un prodotto interno lordo (Pil) poco superiore al fatturato dell’impresa più grande del mondo, i petrolieri della Exxon. Eppure i loro conti pubblici hanno scatenato il panico e fatto cadere le quotazioni, da Londra a Tokyo. Per comprare titoli di stato di Atene si chiede ora un rendimento di 3,8 punti percentuali più alti dei Bot tedeschi e Lisbona nei giorni scorsi non è riuscita a vendere 500 milioni di euro di nuovi titoli pubblici (ne ha piazzati soltanto 300) per le richieste di tassi più alti di rendimento.

A scatenare il tutto la crescita del deficit – fisiologica in tempi di recessione – dei conti pubblici, salito al 12,7 del Pil per cento ad Atene e al 9,3 per cento a Lisbona, mentre le vecchie regole dell’Unione monetaria europea impongono un limite del 3 per cento. Per finanziare questi deficit il debito pubblico è ora pari al 112 per cento del Pil in Grecia e all’85,4 per cento in Portogallo. Con Spagna e Italia (e quasi tutti gli altri paesi europei) che scivolano lungo la stessa deriva di regole non rispettate, i mercati finanziari hanno iniziato a speculare contro l’euro, sceso ieri a 1,38 dollari, e a chiedersi se l’Europa deciderà un “salvataggio” dei paesi in difficoltà.

L’instabilità ha anche una radice politica, nei problemi che governi (deboli) a guida socialista hanno nel realizzare drastiche riduzioni della spesa pubblica: le hanno promesse, sotto la pressione dell’Unione e della Banca centrale europea, ma appena hanno provato a introdurle si sono visti travolgere da scontri politici e conflitti sociali. A Lisbona ieri il parlamento ha respinto il piano di riduzione di spesa e ha approvato – contro il governo – una legge che consente un ulteriore indebitamento di 400 milioni di euro alle isole Azzorre e Madeira. Da ieri sono iniziati gli scioperi contro i tagli di spesa e di posti di lavoro statali e il congelamento dei salari decisi dal governo. In Grecia si sta allentando solo ora il blocco delle strade e delle frontiere imposto dagli agricoltori che protestano per il peggioramento dei redditi, sono in sciopero i dipendenti delle dogane e si moltiplicano le proteste sociali.

Così, per i centri della finanza e della politica europea, il “problema sud Europa” è stato posto in termini di disciplina politica e sociale, con la spesa pubblica come avversario principale. I paesi che vogliono stare nell’euro – questo il monito di Bruxelles – devono rispettarne le regole e non possono vivere a credito. Curioso, perché reazioni ben diverse erano venute quando la crisi finanziaria ha aggredito nei mesi scorsi l’Europa da nord, con il collasso delle banche in Islanda, lo scoppio della bolla immobiliare in Irlanda e le convulsioni delle repubbliche baltiche. Una crisi ben più seria di quella mediterranea, con cadute del Pil dell’11 per cento a Dublino e del 19 per cento a Riga, dove i disoccupati sono al 20 per cento. Tuttavia, il “problema nord Europa”  è stato derubricato a cattivi comportamenti finanziari ed eccessivo debito privato, si sono messi in campo prestiti e interventi di Ue e Fondo monetario e l’euro (presente solo in Irlanda) è stato lasciato fuori dalla crisi.

Nel sud, dove il debito è pubblico, le bolle speculative limitate, la crisi meno violenta, scoppia invece il caso politico. Eppure la spesa pubblica è stata proprio il motore della crescita recente di Grecia e Portogallo (nell’ultimo decennio Atene è cresciuta del 4,2 per cento l’anno), all’ombra della stabilità (e dei bassi tassi d’interesse) garantita dall’euro. Il problema è che mercato unico e adesione all’euro hanno portato la periferia dell’Europa a pagare in termini di economia reale i benefici ottenuti sul piano monetario. Vediamo il caso della Grecia: ora Atene ha meno dell’1 per cento della produzione manifatturiera dell’Unione europea e ha la quota più bassa di occupazione industriale. In compenso è al terzo posto per numero di addetti a hotel e ristoranti. Ridursi a luogo di vacanza d’Europa ha indebolito l’economia e ha travolto i conti con l’estero: il saldo negativo tra export e import era di 17 miliardi di euro nel 1998 (prima dell’euro) ed è più che raddoppiato dieci anni dopo (38 miliardi nel 2007, pari al 14 per cento del Pil). La stessa dinamica ha travolto la Spagna, dove il deficit commerciale si è moltiplicato per cinque, da 21 a 100 miliardi, e il Portogallo, dove è salito da 12 a 20 miliardi di euro. Nel caso di Atene – raccontato dall’articolo di Laura Bisio su sbilanciamoci.info ( http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Crisi-del-debito-oggi-Atene-domani-Roma ) a tappare i buchi dei conti con l’estero sono arrivati gli investitori stranieri, con un flusso di prestiti pari al 10 per cento del Pil l’anno. Di qui è venuta un’esposizione debitoria verso l’estero sia pubblica che privata, che ha messo Atene tra la padella dei mercati finanziari e la brace delle ricette della Banca centrale europea.

Quello che si sta delineando è, in realtà, un doppio braccio di ferro tra i paesi della periferia d’Europa e il centro politico-economico da un lato – Ue e Banca centrale – e i mercati finanziari della’altro. La partita politica riguarda le regole dell’Unione e la gerarchia che si deve ristabilire: l’asse franco tedesco (con Parigi zoppicante) davanti e tutti gli altri a debita distanza. Quella economica riguarda l’economia reale – il controllo dei mercati, le quote della produzione rimasta alla vecchia Europa, la divisione del lavoro – più ancora della solidità dell’euro che non è messa in discussione dai guai di un paese come la Grecia che conta il 2,5 per cento del Pil dell’area euro. Quella finanziaria riguarda le nuove occasioni di speculazione che i mercati potranno inventare.

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