14 novembre 2018

Hebert Obijiaku, nigeriano: “La mia famiglia? Via dall'Italia, qui c’è troppo razzismo”

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di Elisa Battistini

“Sa cos’è la dittatura della maggioranza? È quello che c’è in Italia”. Ma come, il gestore di un minimarket vicino alla romana Piazza Vittorio, cita Tocqueville? Un negoziante nigeriano conosce l’autore de La democrazia in America? “C re d e t e che gli stranieri siano ignoranti? Io sono laureato in Sociologia. Vada in giro a chiedere: vedrà che tantissimi immigrati sono laureati. Anche se fanno gli ambulanti”. È in Italia dal 1982, Herbert Obijiaku. Arrivato dalla Nigeria con un permesso per studio. A Roma, infatti, si è laureato e ha anche cominciato il dottorato. “Ma poi ho lasciato perdere. Perché nel frattempo la mia famiglia non riusciva più a mandarmi soldi. Era il 1987. E ho iniziato a lavorare”.

Prima di aprire il negozio di alimentari, nel 1996, Herbert ha anche raccolto i pomodori in Campania, fatto il cameriere, il vù cumprà e tosato erba nei campetti di calcio della periferia romana. Tutto con una laurea in tasca. Ora ha 48 anni. E dal 2004 è cittadino italiano. Ha quattro figli con la moglie Constance. E tre di loro, assieme alla madre, non vivono più in Italia: Herbert li ha mandati a Wolverhampton, vicino a Birmingham, otto mesi fa. A Roma, con lui, è rimasto solo il figlio maggiore Moses. Che sta finendo il liceo scientifico. “Ma poi mando via anche lui: ai miei figli voglio assicurare un futuro. Moses vuole fare l’ingegnere, la mia figlia 14enne vorrebbe fare il medico. In Italia non vedo prospettive per i giovani. E in Gran Bretagna la vita è più semplice per chi è di origine straniera”. Sì, perché come spiega Obijiaku “mia moglie è arrivata aWolverhampton senza un lavoro, è andata all’ufficio di collocamento e l’hanno aiutata sul serio. Ora fa la donna di servizio. Non sarà il massimo, ma da due anni a questa parte, in Italia, Constance non ha trovato quasi nulla in regola ”.

E poi, come spiega Herbert “lo Stato inglese aiuta le famiglie in difficoltà a pagare l’affitto. Ho deciso di far andare via tutti perché l’Italia, da quando ci abito, è solo peggiorata. Ed è sempre più razzista”. Quella di Obijiaku è una famiglia italiana. Ma il colore della pelle non lo mostra. E Herbert non si sente accettato come un normale italiano. “Questo è il mio paese. Ci vivo da quasi 30 anni. Ma l’integrazione qui è durissima. L’Italia non vuole vedere la realtà che cambia.

Se uno ha la pelle scura è e resta uno straniero. Pensi che mi chiedono ancora se ho il permesso di soggiorno. È molto umiliante. E provo ancora più rabbia e dolore per queste cose da quando sono italiano”. La vera ragione che ha spinto Herbert a far espatriare la sua famiglia, oltre alla crisi economica (“mio fratello, che come me è italiano, vive a Bologna ed è in cassintegrazione da quasi un anno”), è il razzismo. Che per Obijiaku è cresciuto negli anni. “Quando sono arrivato qui non c’erano tanti immigrati. E non eravamo merce di scambio per la politica.

La situazione è peggiorata dalla metà degli anni ‘90. La Lega e il centrodestra hanno aizzato gli animi e le persone, purtroppo, ci sono cascate. Per questo dico che la democrazia in Italia è malata, perché è diventata la dittatura di una maggioranza impreparata all’immi – grazione sul resto del paese”. Herbert ha anche avuto paura per la propria famiglia, dopo le minacce cui è stato vittima lo scorso anno. Il suo negozio è uno di quei minimarket nati come emporio, che si sono ingranditi un po’ alla volta. Mentre parliamo, di mattina, arrivano pochi avventori.

E c’è chi compra alcol già a quest’ora. Sei persone entrano e vogliono una birra. Tre sono immigrati. Tre sono giovani italiani. E bivaccano nella zona di Piazza Vittorio. “Non è colpa mia – dice Obijiaku – ma i vicini del mio negozio hanno allestito una raccolta di firme per farmi chiudere. Una mattina ho anche trovato la saracinesca imbrattata e un’a l t ra volta mi hanno riempito la buchetta delle lettere con tappini di birra. Insomma: il problema sarei io? Il problema sono i commercianti stranieri? In realtà il problema è che questo paese è in crisi economica. E l’ho visto declinare con i miei occhi nel corso degli anni”. Così, il cittadino italiano Herbert Obijaku, che è un gran lavoratore e sta 13 ore al giorno nel suo negozio, ha deciso che l’Italia non è un paese per i suoi figli.

Moses, l’unico rimasto a Roma e che gli dà una mano a gestire gli affari, se ne andrà dopo l’esame di maturità. “La Gran Bretagna è un posto migliore sotto tutti i punti di vista. Lo Stato serve i cittadini, non li usa. C’è meno burocrazia per chi gestisce attività commerciali. Ma soprattutto la mentalità è più aperta. Se uno è nero, italiano o francese o nigeriano, prima di tutto è una persona. Qui no. Ma se gli immigrati facessero davvero sciopero… allora sì che ci accorgeremmo di quanto lavorano! Invece, chi è al potere dice che con meno immigrati c’è meno delinquenza. I miei figli, che sono italiani, hanno diritto a una prospettiva migliore. Qui non li faccio restare”.

[Fonte Il Fatto]

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