26 settembre 2018

Grandi opere inutili, il loro ruolo nella crisi economica

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Pubblichiamo questo interessante contributo inviato dal Comitato fiorentino No tunnel TAV all’assemblea ” anche se i primi fenomeni di crisi economica e ipersviluppo della finanza iniziano dagli anni ’70. La risposta ce la siamo data vedendo quali sono i protagonisti principali dell’esplosione delle GOI iniziato con il progetto e, soprattutto, il “modello TAV”. Le principali imprese italiane (Fiat, Iri e cooperative), assieme al sistema dei partiti del dopo tangentopoli, hanno inventato i giocattoli dalle uova d’oro che sono il general contractor e il project financing all’italiana. Poi tutte le altre imprese ci si sono buttate a capofitto vedendo profitti sicuri, a livelli tali che la competizione sul mercato non avrebbe potuto garantire.

Insomma il cambiamento fondamentale dell’economia verso la finanziarizzazione, le privatizzazioni e le GOI viene dalla scelta – o dalla necessità – di mantenere alti i tassi di profitto che la produzione di merci non garantiva più. Questa osservazione è, riteniamo, fondamentale perché parla della crisi strutturale del capitalismo postfordista, il quale trasferisce la base produttiva dove il costo del lavoro è più basso e cerca livelli di profitto, in paesi come l’Italia, attraverso la speculazione finanziaria, lo sfruttamento dei servizi essenziali (una volta questi erano in funzione della produzione), l’invenzione di opere inutili. Le GOI e la finanziarizzazione condividono proprio questo aspetto astratto dell’economia odierna, totalmente scollegato dalla vita reale degli esseri umani e finalizzato solo all’accumulazione fine a se stessa.

Un altro fenomeno molto importante che le GOI condividono con la finanziarizzazione dell’economia è quella del debito. Purtroppo troppo spesso il debito, soprattutto pubblico, viene indicato come la causa principale della crisi economica che ci attanaglia dal 2007. In realtà sia tutti i “titoli spazzatura” sia le GOI creano profitto nell’immediato creando debito per il futuro. Sia i “titoli tossici” che le GOI non hanno e non avranno mai un ritorno economico, ma sono solo creazione di ricchezza fittizia e/o prelievo di risorse nascondendo nel futuro, più o meno lontano, i debiti che queste operazioni creano. Insomma il debito non è la causa, ma un effetto di una crisi ben più profonda.

Crediamo si debba dire e aver chiaro che dalla crisi – che per alcuni non è affatto tale – si deve andare verso un’economia al servizio degli esseri umani e non del profitto; il profitto deve diventare uno strumento di funzionamento del sistema e non l’unico fine. Se non iniziamo a dire chiaramente che uscire dal sistema capitalistico è essenziale per tutto il genere umano rischiamo di portarci dietro una lunga scia di ambiguità che non aiutano le lotte, ma le deprimono.

In questo senso crediamo sia il momento di fare un passo ulteriore e non limitarci solo a dire che, invece di spendere in progetti sbagliati (F35 tav ponti autostrade), si deve spendere in welfare e beni per la collettività; oggi questo cambiamento è impossibile, è come chiedere al lupo di pascersi di biada. Il cambiamento ha da essere sistemico o non è. Insistere alludendo alla possibilità che all’interno di questo sistema sia possibile cambiare qualcosa ci precipita nella depressione per via delle inevitabili sconfitte che collezioniamo.

Tornando alle GOI, una caratteristica di questo fenomeno (come nelle privatizzazioni) è che non c’è creazione di ricchezza, ma rastrellamento di ricchezza collettiva verso i profitti delle imprese finanziarizzate. I profitti non vengono da acquisizioni di quote di mercato, ma dal sicuro flusso di risorse dagli enti pubblici pagatori. Questo aspetto ci pare trasformi il profitto in rendita, in sfruttamento parassitario della ricchezza complessiva, insomma in un processo di sola concentrazione di ricchezza aumentando le disuguaglianze e accentuando la struttura oligarchica della nostra società.

La grande impresa finanziarizzata (e strettamente intrecciata al potere politico) ha molti vantaggi dai meccanismi che le affidano sicuri guadagni; è in condizione di controllare il funzionamento di questo mercato per niente libero, dove le collusioni politiche hanno fondamentale funzione. La grande impresa finanziarizzata appalta e subappalta la realizzazione delle opere; sostanzialmente questa impresa è una scatola vuota che controlla solo il mercato e non la produzione. In questa posizione di privilegio delega alle imprese minori lo sfruttamento del lavoro e sfrutta contemporaneamente le imprese appaltatrici conducendole spesso al fallimento.

L’ultimo capitolo di questo processo appare evidente nei meccanismi di project financing per la costruzione degli ospedali dove, oltre ad un ritorno sicuro, con il canone d’affitto di 5 o 6 volte del capitale investito, si ha l’affidamento in monopolio di tutti i servizi non sanitari. Questi meccanismi distruggono il tessuto di piccole e medie imprese dell’indotto a favore di pochi gruppi il cui potere sta diventando sempre più assoluto e senza alcun rischio di impresa o di mercato. Questi fenomeni paiono indicare un ritorno a dinamiche sociali ed economiche più legate a strutture feudali, che non al fantomatico “libero mercato”; questo ci pare essere solo un feticcio dallo scarso significato. Anche le relazioni umane ci pare stiano andando nella direzione di una feudalizzazione della cultura.

Ecco, noi crediamo che, se inseriamo la lotta per la riappropriazione delle risorse finanziarie, del territorio, dei beni comuni in un quadro complessivo di analisi, tutto diviene più comprensibile, dotato di senso, capace di aprire orizzonti verso obiettivi ambiziosi, ma sentiti raggiungibili.

Comitato No Tunnel TAV Firenze
notavfirenze@gmail.comhttp://notavfirenze.blogspot.com/

0 Comments

  1. Pingback: La decrescita ai tempi della crisi. Serge Latouche il precursore della nuova economia “eco” che mette ko le banche | Escogitur.it

  2. klement

    Un’opera inutile anzi dannosa è la riapertura dei navigli di Milano, non imposta dai capitalisti ma approvata dal popolo bue con un referendum. Pensano di valorizzare la città buttandola all’aria e tornando indietro nel tempo, come Pol POt voleva rifare l’antico impero Khmer. Perfino a Venezia c’è qualche “rio terà”.

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