Gli urbanisti: "Città senza forma, non contiamo più nulla"

image_pdfimage_print

di Francesco Erbani

Le città perdono forma. E diventa più difficile distinguerle dalla non-città. Al tempo stesso si costruisce a ritmi che, così vorticosi, in Italia non si vedevano dal dopoguerra. I due fenomeni sono connessi. Ma il problema è: come si comportano di fronte a queste vicende gli urbanisti, coloro i quali, per statuto culturale, sono addetti a capire quel che sta accadendo e semmai sarebbero tenuti anche a intervenire perché le trasformazioni non siano proprio tremende?

La parola crisi è la più frequente che si senta pronunciare quando due o più urbanisti si siedono al tavolo di un convegno. Qualcun altro, come Leonardo Benevolo, parla apertamente di “tracollo”. Benevolo, classe 1923, è uno dei padri della disciplina, in Italia e non solo. Da più di trent’anni vive sopra Brescia, a Cellatica. Qui si rifugiò dopo aver abbandonato Roma e l´università e per seguire uno degli esperimenti più riusciti dell’urbanistica italiana fra anni Sessanta e Settanta, appunto, la pianificazione di Brescia. «Oggi in Italia l’urbanistica è un’attività screditata», spiega arrotando bene la erre, «considerata con fastidio, e preferibilmente accantonata. Nei programmi elettorali e nel comportamento delle istituzioni centrali questo capitolo è scomparso da tempo. Nelle amministrazioni periferiche, Regioni, Comuni e Province, ha un posto secondario, con uffici ridotti al minimo e disponibilità economiche precarie; nella vita privata dei cittadini italiani compare quasi solo come un ostacolo sgradito, da eludere o eliminare. Dovunque se ne parla malvolentieri, e il meno possibile».

Non è stato sempre così. «L’urbanistica era uno degli argomenti più popolari nel dibattito politico e culturale del dopoguerra e per alcuni decenni almeno. Basti rammentare le discussioni sul piano regolatore di Roma, negli anni Cinquanta». E oggi, invece? «Oggi gli atti urbanistici sono diventati enormi pacchi di carte, inconsultabili ed ermetici. La corrispondenza fra gli atti e le trasformazioni reali è difficile o impossibile da accertare. Governanti e governati, per motivi diversi, condividono il desiderio di trascurare, o far semplicemente a meno di questa disciplina. In questa vicenda io vedo un elemento paradossale». Quale? «Tutto questo avviene mentre per il paesaggio, per le modificazioni portate in esso dall´uomo, l´interesse è cresciuto e cresce anche nel nostro paese».

L’urbanistica arretra proprio nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di essa. Grandi trasformazioni investono i paesaggi, sia quelli non costruiti che quelli urbani: ma quante di queste sono culturalmente sorvegliate, per non dire regolate, da chi per mestiere dovrebbe farlo? «Si costruisce per il mercato», è la risposta che dà Paolo Berdini, altra generazione rispetto a Benevolo, che insegna alla Facoltà di Ingegneria di Tor Vergata, a Roma. Berdini ha provato a mettere ordine fra i numeri che indicano, spesso in conflitto fra loro (da una parte cifre allarmistiche, da un’altra molto accomodanti), quanto suolo è stato consumato in Italia. Circa 10 milioni di stanze, fra il 1995 e il 2006, dice l’Istat. Che vuol dire, sommate ai capannoni industriali, ad altre iniziative produttive e alle infrastrutture, 750 mila ettari in un decennio, cioè quanto tutta l´Umbria e, ogni anno, quanto una città come Ravenna. Il problema è, sottolinea Berdini, che la popolazione italiana è cresciuta nello stesso periodo di 1 milione 900 mila abitanti, «quasi esclusivamente emigranti, persone cioè che, salvo eccezioni, non hanno la minima possibilità di accesso alle case che si costruiscono».

L’enorme quantità di palazzi non ha, insiste Berdini, alcuna corrispondenza con la domanda (nel frattempo, infatti, di edilizia popolare o comunque a prezzi contenuti se ne fa pochissima in Italia). E allora a che cosa è legata? «Evidentemente ad altri fattori, per esempio al fatto che il fiume di denaro virtuale creato dall’economia finanziaria doveva trovare luoghi in cui materializzarsi: le città e il territorio». Ma non doveva essere proprio l’urbanistica a regolare il modo in cui città e territori si davano assetti compatibili con lo spazio e con le persone che li abitano, senza lasciare che a decidere fossero solo le leggi del mercato, comprese quelle di un mercato impazzito, i cui sussulti fanno tremare quel paradiso – o inferno – dell’urbanistica globale che è Dubai?

Di fronte alla forza del mercato sembra si possa fare poco. «L’urbanistica moderna nasce in ambito liberale e anzi proprio di economia capitalista per affrontare un problema che il mercato, cioè la spontaneità dei meccanismi individuali, non riusciva ad affrontare». Edoardo Salzano parte da lontano, dal primo piano regolatore della storia, realizzato a Manhattan nel 1811, per spiegare la crisi di oggi. Ex assessore ed ex preside della Facoltà di Pianificazione a Venezia, dirige eddyburg.it, il più frequentato sito in materia di città e territorio, un pozzo di documenti, di interventi e di denunce provenienti dall’Italia e dall´estero. Dice Salzano: «L’urbanistica ha perso la sua dimensione collettiva, si adegua a una società appiattita sull´io e si piega ad aggiustare, a mitigare tecnologicamente le trasformazioni che avvengono sul territorio, senza cercare soluzioni alternative al pensiero dominante, che è poi quello sempre forte della speculazione edilizia». Ma le trasformazioni sono necessarie, ci sono sempre state… «È vero: ma di quali interventi ha bisogno oggi il nostro paese, di quartieri-dormitorio di lusso o di un piano di difesa del suolo?»

Passano sopra la testa degli urbanisti i Piani-casa – ampliamenti per mezzo milione di abitazioni (stima l’Associazione costruttori), demolizione e ricostruzione di 16 mila fabbricati – che ogni Regione ha approvato per conto proprio, spezzettando l´Italia come un vestito di Arlecchino. E poco c’entreranno gli urbanisti con la legge sugli stadi, chiamata così nonostante i campi di calcio occuperanno solo un’infinitesima parte di nuovi quartieri per migliaia di abitanti. Emblematica anche la ricostruzione dell’Aquila: venti insediamenti e un centro storico abbandonato a sé stesso senza un´idea complessiva di cosa potrebbe essere la città del futuro. «È solo attraverso la mediazione dell’urbanistica che la società costruisce il proprio spazio e gli conferisce la propria impronta», insiste Salzano.

L’urbanistica, si insegna all’università, è quella disciplina nella quale convergono saperi scientifici e umanistici, e che dopo un’indagine sulla realtà fisica e sociale di un territorio, pianifica trasformazioni e conservazioni, misurando gli effetti in tempi lunghi e in spazi vasti, e mediando fra gli interessi generali – i bisogni di chi quel territorio abita – e quelli dei privati, in particolare dei proprietari dei suoli. L’urbanistica, poi, offre soluzioni alla politica. Ed è qui un altro nodo che, secondo molti, si è aggrovigliato sempre di più fino a formare una matassa inestricabile. Se l’urbanistica è in crisi, la politica lo è di più.

I Comuni finanziano gran parte del proprio bilancio con gli oneri di urbanizzazione, i soldi incassati rilasciando concessioni edilizie. Sono deboli di fronte al proprietario di un suolo che chiede di poter costruire, anche se le case che sorgeranno servono soprattutto ad accrescere la sua rendita. E gli urbanisti sono spesso schiacciati in questo meccanismo. «In molti di loro», racconta una non urbanista, Paola Bonora, geografa dell’Università di Bologna, curatrice con Pier Luigi Cervellati di Per una nuova urbanità (Diabasis, pagg. 213, euro 21), «prevale un senso di disincanto malizioso e compiaciuto. L’espansione edilizia viene descritta con rassegnazione e disinteresse: ma raramente le mille etichette per raccontare ciò che accade si accompagnano a una seria denuncia degli effetti devastanti del consumo di suolo e a una coerente proposta politica. Nelle facoltà di Architettura c’è un ritorno alla tecnica e poca attenzione ai contesti territoriali in cui calano gli interventi. Da tempo ci si è invaghiti della crescita illimitata: e l’ubriacatura continua».

[Fonte Repubblica]

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *