Gli strumenti di tortura? Prodotti dal buon vecchio… "Made in Italy"

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di Giancarlo Castelli

Ci sono anche cinque aziende italiane tra quelle che, secondo un rapporto di Amnesty International e di Omega research foundation intitolato “Dalle parole ai fatti”, sarebbero coinvolte nel commercio di strumenti di tortura, proibiti dalle norme comunitarie. Non solo. Ma “attrezzi” come congegni fissati alle pareti delle celle per immobilizzare i detenuti, serrapollici in metallo, aerosol di prodotti chimici, manette e bracciali che producono scariche elettriche da 50 mila volt finirebbero direttamente nelle mani di chi le usa, come citato nel dossier, per infliggere torture. Non mancherebbero però veri e propri ceppi, di medievale memoria, esportati dalla Germania e “cinture elettriche” che l’Ungheria ha annunciato di voler introdurre nelle stazioni di polizia e nelle prigioni, nonché di esportarle. Tutte rigorosamente vietate.

Il rapporto di Amnesty verrà preso in esame oggi a Bruxelles, nel corso della riunione del sottocomitato sui Diritti umani del Parlamento europeo. Risale al 2006 il sistema di controlli per proibire il commercio internazionale di materiale di polizia e sicurezza atto a causare maltrattamenti e torture. Ma, secondo Amnesty, ci sono troppi buchi nella rete. “Le nostre ricerche mostrano che dal 2006 diversi Stati membri tra cui Germania e Repubblica Ceca hanno autorizzato l’esportazione di strumenti per operazioni di polizia verso almeno nove paesi in cui Amnesty ha documentato l’uso per infliggere torture – ha detto Brian Wood, direttore del Dipartimento di Amnesty International che si occupa di questioni militari, sicurezza e polizia – inoltre, solo sette Stati membri hanno dato seguito agli obblighi legali di rendere pubbliche le loro esportazioni”.

Sette dei 27 Stati membri dell’Unione europea hanno reso pubbliche le loro autorizzazioni all’esportazione. Cinque hanno dichiarato di non essere a conoscenza di aziende dedite al commercio di materiali inclusi nei controlli. Di queste, tre, Italia, Belgio e Finlandia, sono sotto accusa del rapporto di Amnesty per la commercializzazione su Internet. Una delle cinque aziende italiane coinvolte, la Defens System srl (citata nel documento assieme ad Access group srl, Joseph Stifter sas/Kg, Armeria Frinchillucci srl e Psa srl) nega tutto. “Non capisco da dove Amnesty International abbia potuto trarre simili considerazioni – ha detto Marc Busin, direttore dell’azienda che importa questo tipo di materiale dalla tedesca Horneke e rivende alle forze di polizia italiane – noi trattiamo due prodotti: lo spray anti-aggressioni e i dissuasori elettrici, una specie di bomboletta contenente diodi che rilasciano una scossa elettrica non lesiva. Non vendiamo affatto braccialetti, manette che danno scosse. I nostri sono soltanto strumenti di difesa e non di offesa”. Tutto è scrupolosamente fatto nel rispetto delle norme vigenti, dice Busin. “In Italia, per vendere alle forze dell’ordine, bisogna rispettare l’articolo 28 (sulla vendita di materiale alle forze dell’ordine, ndr) e ottenere l’autorizzazione della questura. Mai venduto all’estero. Abbiamo l’autorizzazione a vendere solo in Italia. In undici anni non ci sono mai stati problemi. Abbiamo tutte le autorizzazioni regionali”.

Però aggiunge. “Se poi c’è qualcuno che si mette a vendere questi materiali su eBay, non lo posso certo sapere”. Gli spray anti-aggressione venduti dalla Defens sono di due tipi: per uso civile o in dotazione alle forze dell’ordine. Il primo ha un tipo di getto nebulizzante, il secondo, di tipo balistico. “Stiamo parlando di peperoncino – ci scherza su Busin – vorrà dire che la prossima volta Amnesty metterà al bando gli spaghetti aglio e olio o le penne all’arrabbiata”. Ma un po’ arrabbiato, Busin lo è davvero. “Ho già dato mandato ai miei avvocati di denunciare Amnesty International per calunnia”.

Fonte Il Fatto

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