Gli schiavi? Anche in Toscana: 500 euro al mese per lavorare i campi

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di Laura Montanari

Tutte le mattine si alza dalla branda ed esce che è ancora buio. Aspetta fuori di casa il pulmino con gli altri del suo stesso paese, il Bangladesh perché con loro divide lavoro e posto letto da 130 euro al mese ad Arcidosso (Grosseto). «Il padrone ci dà panino, acqua e un frutto». Dice proprio così «il padrone» e spiega che è un italiano, titolare di un´azienda del nord «senza terra» cioè di quelle che prendono in appalto la manutenzione di pezzi di campagna.

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Una scritta ai tempi del nuovo razzismo

Il pulmino porta i lavoratori immigrati nella zona dell´Amiata, fra il grossetano e il senese, attrezzati di pranzo al sacco e li ritira a sera. Kalem rassoda la terra, pota le piante, lega i rami, si prende cura delle viti che produrranno vini celebrati dalle enoteche che lui non berrà mai. «Nel 2009 ho guadagnato seimila euro» racconta. Ma sulla sua busta paga c´erano scritti altri numeri: «Uno stipendio da 1.000 o 1.200» spiega in un italiano faticoso, a singhiozzo. Da quella cifra si tolgono però i soldi per l´affitto della «casa, un alloggio per tre persone in cui però abitiamo in nove» e si subiscono altre sottrazioni che rendono il contratto sempre più grigio, misterioso, leggero, quasi in nero. Rompere il muro del silenzio non è facile. C´è la questione della lingua, del contratto e del permesso di soggiorno.

«Per venire qui dal Bangladesh il padrone vuole cinque o sei mila euro e li trattiene via via dalle buste paga» racconta Kalem, nome che è il riparo di un´altra identità. A lui questo prelievo non è toccato perché in Italia ci è venuto per conto suo, con un amico, nove anni fa. Subito in Toscana e subito a lavorare la terra e poi a raccogliere i frutti (olive, frutta, uva): «ma sempre con contratti regolari», almeno sulla carta.

La storia di Kalem, una moglie e un figlio in Bangladesh, un lavoro (perduto) dietro il banco di una farmacia, studi fino all´università, è uguale a quella di molti altri braccianti sparsi nelle vigne e negli oliveti della Toscana. L´azienda «senza terra» che dava lavoro a un´ottantina di immigrati ha annunciato lo scorso ottobre la riduzione dei contratti, al massimo ne saranno rinnovati una trentina. Alcuni immigrati sono andati alla Cgil, non sapendo nemmeno troppo bene cosa fosse. Hanno spiegato quello che stava loro succedendo e hanno trovato ascolto. Lavoro e sfruttamento, diritti e contratti. Storie messe su un tavolo sussurrando, con mille timori e sospetti. «Ci siamo battuti per far riconoscere dall´Inps l´indennità di disoccupazione agricola per 2004, per il 2005 e per il 2006» spiega Franco Ginanneschi del sindacato. I primi assegni arrivano ora e vanno dai 300 ai mille euro per ciascun anno. E´ un aiuto, non certo un ascensore. Perché gli «avventizi» come Kalem sono lavoratori a tempo determinato. Provvisori, dodici mesi e il contratto scade, tutto si rimette in gioco. Sono queste le regole.

«Chi protesta, chi fa notare le furberie al padrone subisce ritorsioni – racconta un giovane immigrato – cominci a fare meno ore, sei sotto ricatto…ecco per favore non mettere il mio nome sul giornale». Anche se non sono invisibili perché i contratti al minimo sindacale sulla carta sono regolari, questi operai agricoli sono fragili, hanno paura di perdere il posto e di conseguenza – a breve – pure il permesso di soggiorno. «Bisogna stare zitti, obbedire e basta» scuote il capo un altro.

«In un anno di lavoro in Toscana sono riuscito a mettere da parte un po´ meno di duemila euro: ho mandato quei soldi in Bangladesh per mio padre e per la mia famiglia che potranno – riprende a raccontare Kalem – andare avanti tranquilli per un po´ di mesi. Ma adesso io sono senza lavoro e questo diventa un grosso problema».

Anche perché questi operai della terra sono spesso così poveri che non hanno da parte nemmeno i risparmi per poter riprendere un aereo e tornare in patria: si trovano quasi «in ostaggio» nella campagna toscana o di altre parti d´Italia che con la crisi economica arrancano a mantenere la manodopera delle stagioni passate. Eppure altri immigrati dal Bangladesh sono arrivati ancora, un centinaio, secondo le testimonianze: il tempo di sbarcare e avevano già il licenziamento in tasca.

«Non mi pesa la fatica o gli straordinari, le giornate in campagna fino a che fa buio, mi pesa non avere lavoro. Io pagavo 130 euro al mese per un posto letto in una casa ad Arcidosso dove l´impianto di riscaldamento era rotto. In inverno fa molto freddo e vivevamo in nove in un appartamento che era invece per tre persone. Avevo una busta paga dove c´erano scritto cifre che non ricevevo…non so se ho fatto bene a dire tutto questo, ma penso di sì».

[Fonte Repubblica Firenze]

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